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	<title>maddamura &#187; Curare</title>
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	<description>note sul design / notes about design</description>
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		<title>Graphic design, esporre, curare / 6 – Non esporre?</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Jun 2016 14:27:27 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Se fino a tempi recenti qualcuno può aver temuto che l’esposizione del design privi quest’ultimo del suo significato e valore, rischiando di limitarne la comprensione, oggi ci si potrebbe chiedere</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Se fino a tempi recenti qualcuno può aver temuto che l’esposizione del design privi quest’ultimo del suo significato e valore, rischiando di limitarne la comprensione, oggi ci si potrebbe chiedere se non si stia raggiungendo il polo opposto, ovvero una fase in cui è il senso dell’esporre e dell’apparato espositivo a essere privato di significato, o almeno frainteso nelle sue qualità specifiche, in virtù del design (per il design).<br />
Nel 2013 <strong><a href="http://www.on-curating.org/" target="_blank">oncurating</a></strong> –  una rivista online molto interessante, promossa dalla Zurich University of the Arts e dedicata alle pratiche e teorie curatoriali – ha dedicato un numero al tema <a href="http://www.on-curating.org/index.php/issue-17.html#.V1BCy2NXVrM" target="_blank">“Design Exhibited”</a>, il design esposto. Fra i contenuti della rivista c’era una riflessione sulla mostra come medium di produzione – “<strong>The exhibition as a medium of production</strong>” – una conversazione fra <strong><a href="http://master.design.zhdk.ch/personenangaben/sarah-owens" target="_blank">Sarah Owens</a></strong>, designer della comunicazione e teorica del design, e <strong>Urs Lehni</strong>, graphic designer svizzero, molto attivo nei settori culturale e artistico e, fra altre cose, fondatore dello studio Lehni-Trueb, di <a href="http://www.rollo-press.com" target="_blank">Rollo Press</a> e dello spazio culturale Corner College a Zurigo.<br />
In questa conversazione, Owens e Lehni discutono varie questioni relative all’esposizione del design e specificamente quelle che riguardano la presentazione del <strong>graphic design nel contesto espositivo</strong>. Facendo riferimento ad alcuni casi di mostre di grafica realizzate all’interno di spazi museali, centri culturali e nell’ambito di eventi temporanei, i due riflettono sui diversi tipi di esperienze che vengono offerte ai visitatori sull’impatto che simili iniziative possono avere, e sul genere di discorsi che sono in grado, o meno, di attivare e diffondere. La lettura di questo testo è interessante. Qui vorrei soffermarmi su un passaggio in particolare.<br />
All’inizio, <strong>Lehni</strong> racconta che quando gli venne conferito, qualche anno fa, il premio INFORM da parte del Museo di arte contemporanea di Lipsia, gli venne anche prospettata la possibilità di realizzare una mostra del suo lavoro: non era un obbligo – “<strong>There was no obligation to produce an exhibition</strong>” – spiega Lehni, tuttavia coloro che lo avevano preceduto, altri grafici che avevano ricevuto lo stesso premio – ultimo fra questi, Zak Kyes – avevano deciso di farla (si veda la mostra <em><a href="http://www.gfzk-leipzig.de/en/?p=1610" target="_blank">Zak Kyes Working With…</a></em> e la <a href="https://vimeo.com/45371087" target="_blank">presentazione del progetto fatta dallo stesso Kyes</a> in occasione della successiva tappa a Chicago). A parte esprimere la sua personale opinione in merito all’approccio “eccessivamente intellettuale” (“overly intellectual”) e referenziale della mostra di Kyes, Lehni racconta come nel suo caso, dopo aver valutato la ipotesi della mostra, egli ha deciso infine di fare qualcosa di diverso: invece di esporre il suo lavoro, ha proposto di progettare un sito web per il museo (a dire il vero non sono riuscita a sapere se questo progetto abbia avuto seguito).<br />
Ora, senza voler sovra-interpretare le motivazioni personali dei designer citati sopra, e senza voler determinare quale sia la direzione giusta, leggendo questa conversazione mi sono trovata a chiedermi se <strong>“non” fare una mostra</strong> – o non fare un progetto curatoriale – stia per diventare la prossima espressione estrema di un approccio critico al design…<br />
Scherzi a parte, è chiaro che ogni progetto di comunicazione richiede una riflessione critica in merito agli obiettivi e una valutazione in merito a quali siano i canali, i media, i formati e i contesti appropriati per raggiungerli. Ed è certo che <strong>non è obbligatorio fare una mostra</strong>.</p>
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		<title>Graphic design, esporre, curare / 5 – Scuole d’esposizione</title>
		<link>https://www.maddamura.eu/blog/language/it/graphic-design-esporre-curare-5-scuole-desposizione/</link>
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		<pubDate>Thu, 26 May 2016 14:16:25 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Le scuole di design hanno certamente un ruolo cruciale nel sostenere e diffondere certe idee e usi del medium espositivo. Chiunque abbia avuto modo di lavorare in una di queste</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Le scuole di design</strong> hanno certamente un ruolo cruciale nel sostenere e diffondere certe idee e usi del medium espositivo. Chiunque abbia avuto modo di lavorare in una di queste scuole, o di visitarne una, sa bene come la loro vita sia costellata di mostre e pervasa da una <strong>febbrile attività espositiva</strong> che può arrivare a una forma di ossessione – qualunque occasione diviene opportunità per esporre, e anche i corsi di scrittura creativa pretendono il loro spazio per presentare installazioni di fogli di carta… Esporre significa esistere, e viceversa, si direbbe.<br />
Certamente si comprende che esporre, ovvero presentarsi in pubblico, fa parte delle competenze che le scuole includono nella loro missione formativa: durante e alla fine dei semestri, in conclusione di un workshop, e naturalmente in occasione della discussione delle tesi, agli studenti di design viene generalmente richiesto di progettare e presentare il loro lavoro a colleghi, docenti, parenti, ospiti esterni…<br />
Le <strong>sessioni di laurea </strong>costituiscono un momento particolare in cui <strong>i confini fra progetto ed esposizione possono diventare sfumati</strong>, e le idee possono confondersi.<br />
Alla <strong>Facoltà di Design e Arti della Libera Università di Bolzano</strong> (dove ho avuto la possibilità di collaborare e insegnare negli anni scorsi), gli studenti che intendono laurearsi devono, per esempio, non solo presentare la cosiddetta “docu” – una documentazione a stampa, solitamente, un piccolo libro in cui illustrano il progetto e il processo seguito nello sviluppo della tesi – e un leporello – con immagini del risultato finale – ma devon anche prenotare e allestire uno spazio (solitamente all’interno dell’edificio universitario) in cui esporre il loro progetto e discuterlo davanti alla commissione. Dunque, in aggiunta al progetto stesso – che può essere qualunque cosa, da una giostra per bambini a un prototipo di mobile-cucina, da un paio di occhiali realizzati con stampa 3D a un videodocumentario – i laureandi devono sempre anche ideare e progettare un allestimento o una installazione. (Aggiungo che il piano di studi di questa facoltà include un insegnamento in Interior e Exhibition design).<br />
L’anno in cui stavo svolgendo ricerca sulla relazione tra graphic design, contesto espositivo e pratiche curatoriali, uno studente – <strong>Andreas Trenker</strong> – ha bussato alla mia porta chiedendomi se poteva raccontarmi la sua tesi, per sentire se avevo qualche commento da fare o spunto da dargli. Andreas era seguito da Giorgio Camuffo come relatore, e da Emanuela De Cecco, critica d’arte, come correlatore.<br />
Durante il nostro incontro, Andreas mi ha raccontato come, spinto da un interesse personale a comprendere meglio le condizioni di vita in zone di guerra, aveva deciso di visitare l’area lungo la <strong>striscia di Gaza</strong>. La sua visita e permanenza in questa zona era avvenuta proprio dopo la nuova esplosione del conflitto nel novembre del 2012. Nella città di Sderot e nel vicino kibbutz Nir’Am, Andreas aveva avuto la possibilità di incontrare molte persone di differenti età e condizioni sociali, aveva realizzato interviste, scattato foto, e aveva anche sviluppato un progetto in un bunker. Aveva anche preso molti appunti scritti e aveva chiesto ad alcuni insegnanti di far raccogliere su alcuni quaderni i disegni dei bambini, la rappresentazione dei loro sogni e desideri. Rientrato con tutto questo materiale, Andreas, come mi disse, non aveva intenzione di provare a “spiegare” il conflitto… Voleva piuttosto condividere l’esperienza molto personale che aveva fatto, eventualmente cercando, attraverso la sua presentazione, di sollevare riflessioni in altre persone, in merito alla militarizzazione della società israeliana. Ovviamente, come richiesto dalla Facoltà, Andreas avrebbe realizzato un libro di documentazione, una specie di diario del suo percorso. Ciò su cui invece non era ancora arrivato a una soluzione era il progetto e la sua esposizione. <strong>Quale era il progetto? E come presentarlo poi con un allestimento?</strong><br />
Mentre lui mi parlava e mostrava i suoi appunti, la mia impressione era che invece lui avesse davanti a sé una opportunità molto chiara: considerata la quantità di materiali diversi raccolti, e i diversi supporti e media usati, e considerata la sua intenzione di comunicare con a un pubblico la sua esperienza, mi sembrava che nel suo caso <strong>la mostra</strong> avrebbe potuto essere non la mera mediazione di un progetto “altro” ma <strong>il progetto stesso</strong>. Poteva sembrare una sfumatura, ma si trattava in realtà di considerare in maniera radicalmente diversa il senso della mostra/allestimento nel suo progetto di tesi. Di questo cominciammo a parlare.<br />
Sebbene nelle settimane seguenti io abbia incontrato ancora Andreas nei corridoi, non ho seguito lo sviluppo del suo progetto, che ho visto solo una volta completato, il giorno della discussione della tesi.<br />
Il suo progetto consisteva in un exhibit, una struttura di legno (smontabile e trasportabile) che replicava le esatte dimensioni del bunker in cui era stato. Questa struttura fungeva da supporto per vari materiali e media – testi, foto, libriccini, proiezioni video, e registrazioni audio. Il colore rosso era usato come elemento unificante, un riferimento al segnale d’allarme Tzeva Adom (appunto, colore rosso) usato dalle forze di Difesa israeliana per allertare la popolazione dell’arrivo di attacchi palestinesi – e lo stesso audio del segnale “<strong>Tzeva Adom</strong>” era periodicamente ripetuto all’esterno dell’installazione. Il progetto di mostra portatile di Andreas ha ricevuto il plauso dei colleghi ed è stato positivamente valutato dalla commissione di laurea.<br />
Ovviamente, non sto rivendicando merito alcuno su questo progetto – Andreas è uno di quegli studenti dotati e determinati a cui non servono molti consigli, e, del resto, aveva anche due attenti supervisori. Semplicemente io gli ho dato – come lui ha scritto nella sua tesi – “<strong>einen guten Ratschlag</strong>”, un buon consiglio.</p>
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		<title>Graphic design, esporre, curare / 4 – Esporre è progettare?</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Apr 2016 13:32:51 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Parlare di graphic design ed esposizioni oggi significa affacciarsi su un paesaggio in cui i designer stessi sono in prima fila. Mentre possiamo continuare a discutere (si veda il post</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Parlare di graphic design ed esposizioni oggi significa affacciarsi su un paesaggio in cui i designer stessi sono in prima fila. Mentre possiamo continuare a discutere (si veda <a href="http://www.maddamura.eu/blog/language/it/graphic-design-esporre-curare-2-chaumont-2015/" target="_blank">il post precedente</a>) su come si espone il graphic design e se sia sensato farlo, <strong>i graphic designer stessi si sono dimostrati alquanto interessati nelle attività espositive</strong>. Come il progetto editoriale – il libro, la rivista – qualche anno fa, oggi le mostre sono viste dai designer come una piattaforma per disseminare e produrre nuovo lavoro, per collaborare con colleghi, per incontrarsi e per condividere esperienze e riflessioni. Accanto alla occasionale presentazione del loro lavoro, in mostre individuali o collettive, nell’ultimo decennio vari designer si sono specificamente impegnati nella produzione di progetti e installazioni ad hoc e nella organizzazione di piccole mostre in diversi contesti – incluse le istituzioni culturali che sono loro clienti e con cui collaborano, o i loro stessi studi e uffici, opportunamente trasformati in spazi culturali.<br />
Il fenomeno, certo, è piccolo ma piuttosto evidente, specialmente fra i designer cosiddetti “indipendenti” che lavorano nel settore dell’arte e della cultura, seguiti da molti studenti che spesso sono loro allievi presso vari Master in Europa e Nord America, allenati a esplorare le relative libertà dei lavori self-initiated e a presentarli ai loro pari (su questo tornerò in seguito).<br />
I designer impegnati in attività espositive sembrano considerarle ormai parte della loro pratica quotidiana, e alcuni dichiarano che essere un curatore è di per sé una modalità di svolgere l’attività progettuale – con varie declinazioni, da quella più “editoriale” a quella più “autoriale”. In questi anni sono stati esplorati <strong>vari concetti e modalità espositivi</strong>: oltre la formula più tradizionale della mostra-portfolio, si sono viste mostre concepite per presentare il processo che sta dietro ai progetti esposti; mostre di progetti editoriali che generano altri prodotti editoriali; mostre di materiali a stampa che poi diventano oggetto di altre mostre e viceversa, in una specie di infinito gioco di specchi; installazioni e re-installazioni site-specific; mostre dove i visitatori possono comporre il loro catalogo; mostre che sembrano <em>rendez-vous</em> fra i grafici e i loro simpatizzanti, in cui vengono discorsi e nuovi lavori; designer che si mettono in mostra mentre producono il loro lavoro… (Di questo ho scritto con Giorgio Camuffo nella introduzione al libro <em><a href="http://bupress.unibz.it/it/graphic-design-exhibiting-curating.html" target="_blank">Graphic design, exhibiting, curating</a></em>)<br />
In breve, ogni preesistente (e presunto) tabù che i grafici potevano avere rispetto al contesto espositivo sembra essere svanito.<br />
Questa liberazione è certamente positiva: le mostre sono un momento organizzativo fondamentale nella vita della comunità del design, sono occasioni per presentare e far circolare il proprio lavoro, per incontrarsi direttamente con un pubblico, e, chiaramente, per costruirsi una reputazione. In definitiva aiutano a mantenere viva l’attenzione e la motivazione.<br />
Tuttavia, riguardato da una certa distanza, questa fenomenologia di eventi rivela <strong>alcune tendenze che meritano di essere segnalate e discusse</strong>.<br />
<strong>In primo luogo</strong>, si può osservare, da un lato, una tendenza a etichettare qualsivoglia presentazione/esposizione di materiale grafico, o dei designer stessi, come una “mostra” o un progetto “curato”, dall’altro a equiparare un po’ ingenuamente la organizzazione e cura di una mostra al fare un progetto di grafica e un layout.<br />
<strong>In secondo luogo</strong>, mi pare riduttivo che gran parte dell’investimento da parte dei grafici in attività espositive si concentri su queste come opportunità di auto-riflessione individuale o collettiva – come se la motivazione principale e più urgente per adottare il formato della mostra, e di comunicare con un allestimento, fosse produrre e generare qualche forma di discorso su se stessi, fra i propri pari. Accanto al feticismo, del resto, l’autoreferenzialità è una delle questioni più ricorrenti all’interno del campo del graphic design. Ad essa si lega anche l’apparente ossessione per la ri-mediazione del proprio lavoro che sembra caratterizzare molte delle iniziative espositive avviate dai grafici. Certo, la mediazione è al cuore del progetto grafico, è quel che i designer affrontano ogni giorno nei loro lavori, non da ultimo quando affrontano progetti di mostre per i loro clienti: devono rendere visibile, sostenere ed espandere la vita di opere, storie, idee, oggetti. Dunque non sorprende che adottino un simile approccio anche nelle loro installazioni… Se non che, quando il contenuto o la storia da comunicare è il loro stesso lavoro, il risultato rischia di rivelarsi un mero esercizio di bravura, di fronte al quale non si sa più cosa si debba guardare, ovvero se ci sia davvero un messaggio. Da questo punto di vista, se i graphic designer, come si auspica, continueranno a esplorare il medium espositivo, c’è da augurarsi che riescano a uscire dal cerchio ristretto della propria affermazione autopoietica.<br />
<strong>Infine</strong>, oltre ma anche dietro ai rischi sopra menzionati, non si può non notare come problematico il fatto che l’interesse dei designer per il format espositivo appaia <strong>influenzato dagli approcci e dai valori circolanti nel sistema dell’arte</strong> – una influenza che rischia di limitare la loro capacità di visione e apertura rispetto ai possibili utilizzi del medium espositivo.<br />
Come menzionato sopra, i designer maggiormente coinvolti in progetti curatoriali ed espositivi sono quelli che operano al servizio del mondo dell’arte, in specie dell’arte contemporanea. Effettivamente <strong>questo sistema, negli anni recenti, ha offerto ai grafici un certo spazio di collaborazione</strong> e ricerca in cui essi hanno potuto dare sfogo alle loro ossessioni e al loro feticismo – uno spazio che si è aperto, non da ultimo, come effetto della nuova ondata di “demistificazione” che ha spinto vari artisti e curatori a riconoscere e includere nei loro interventi molte delle componenti materiali della produzione e mediazione artistica, inclusi appunti tutti quei formati come cataloghi, brochure e manifesti che sono il pane quotidiano dei graphic designer. Si è dunque sviluppato un certo terreno di dialogo fra gli attori del mondo dell’arte e i graphic designer, i quali ultimi hanno mostrato un progressivo assorbimento di attitudini e concetti derivati proprio dalla elaborazione artistica – come per esempio testimonia la circolazione anche nella comunicazione del design di termini come “relazionale”, “collaborativo”, “performativo”, e naturalmente “curatoriale”. Lo stesso aumento di interesse da parte dei graphic designer per il contesto espositivo si può collocare in questo processo, come evidenzia anche il fatto che nelle dichiarazioni e testi di alcuni designer/curatori ricorrono preferibilmente riferimenti a mostre d’arte e alla tradizione curatoriale dell’arte contemporanea. (Emblematici in questo senso sono due cataloghi di mostre di graphic design usciti nel 2012: <em<a href="http://www.sternberg-press.com/index.php?pageId=1352" target="_blank">>Zak Kyes Working with&#8230;</a></em>, Berlin: Sternberg Press, e <em><a href="http://widewhitespace.net" target="_blank">Wide White Space: The Way Beyond Art</a></em> a cura di Jon Sueda, Los Angeles: CCA Wattis Institute for Contemporary Arts.)<br />
Ora, se è certamente importante che i designer che intendono specializzarsi e lavorare al servizio della mediazione e produzione artistica abbiano una comprensione di questo settore, delle sue pratiche, tradizioni e discorsi, questa conoscenza non deve essere confusa per una conoscenza del mezzo espositivo e delle sue potenzialità, che sono ben più articolate ed estese. La curatela e l’exhibition making artistici non esauriscono infatti tutte le possibilità d’uso del formato espositivo. E da questo punto di vista, lo studio e la riappropriazione critica della più ampia storia ed evoluzione dell’exhibition design potrebbe essere una direzione da percorrere da parte di quei designer che oggi vogliono comunicare attraverso le mostre.</p>
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		<title>Graphic design, esporre, curare / 3 – Una tipologia</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Feb 2016 17:26:48 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Mostrare è una modalità per comunicare, per attivare una relazione e la produzione di significati. Spesso gli studenti che si interessano di pratiche espositive e design si chiedono come sia</p>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.maddamura.eu/blog/language/it/graphic-design-esporre-curare-3-una-tipologia/">Graphic design, esporre, curare / 3 – Una tipologia</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.maddamura.eu/blog/language/it">maddamura</a>.</p>
]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Mostrare è una modalità per <strong>comunicare</strong>, per attivare una relazione e la produzione di significati. Spesso gli studenti che si interessano di pratiche espositive e design si chiedono come sia meglio esporre, quali sono le buone e le cattive mostre, o come si “deve” o “dovrebbe” esporre. Concludendo il post precedente, scrivevo che in definitiva organizzare una mostra comporta affrontare alcune domande fondamentali come: perché? per chi? cosa? come? Mentre, chiaramente, <strong>non esiste una risposta unica</strong> o migliore in assoluto, <strong>tornare alle basi</strong>, ai fondamenti, può essere utile per orientarsi, per affrontare il progetto di una mostra, così come per comprendere e riflettere sulle mostre che visitiamo.</p>
<p>Una guida importante in questa direzione si può trovare in un testo di <strong>Giovanni Anceschi</strong> – designer della comunicazione visiva e teorico che più volte si è occupato di fondamenti e del mostrare come comunicazione e come attività registica.<br />
Il testo in questione è “<strong>Le strutture ostensive della scena narrativa</strong>”, apparso nel 1991 nel catalogo di una mostra dedicata a celebrare trent’anni di Salone del mobile.<a id="refmark-1" class="fn-ref-mark" href="#footnote-1"><sup>1</sup></a> Ragionando di media, spettacolo ed esposizioni, e prendendo spunto dalle ricerche neoretoriche degli anni sessanta, in esso Anceschi avanzava una “<strong>tipologia delle forme-mostra</strong>” dal punto di vista “comunicazionale”.</p>
<p>Il catalogo di possibilità che Anceschi propone in questa tipologia si fonda sulla definizione di due poli/estremi basati sullo “stile complessivo dell’argomentazione” e del tipo di “<strong>intenzione comunicativa</strong>” ovvero dell’“effetto previsto o atteso” rispetto ai quali viene declinata una analisi delle mostre secondo diversi aspetti.<br />
<strong>Un estremo/polo è quello della trasmissione o della informazione</strong>, rappresentato dai sotto-insiemi delle mostre didattiche (che promuovono un certo processo conoscitivo verso il destinatario) e delle mostre puramente informative. <strong>L’estremo opposto è invece quello della persuasione</strong>, delle mostre che vogliono convincere di qualcosa. Sotto questa categoria ricadono le mostre “agitatorie”, che intendono promuovere una attività specifica e modificare il comportamento delle persone (incluso indurre all’acquisto di qualcosa, per intendersi) e le mostre propagandistiche, che esigono piuttosto che il destinatario si formi una certa idea o valutazione/giudizio delle cose (includendo tanto le grandi esposizioni, rivolte alla massa del pubblico, quanto le mostre esclusive ed elitarie della galleria d’arte). Mentre le mostre informative – aggiunge Anceschi – sono paragonabili a un prodotto editoriale, a una pubblicazione che si rivolge a un lettore che vuole imparare, l’insieme delle mostre persuasorie è piuttosto simile al negozio, dove emittente e destinatario si comportano secondo le logiche della offerta e della domanda.</p>
<p>Nel suo testo Anceschi prosegue esaminando più in dettaglio i diversi aspetti identificativi delle due famiglie di mostre, a partire dai modelli concettuali che le sostengono, per arrivare al ruolo dell’exhibition designer e alle tecniche espositive.<br />
Il modello concettuale presupposto nelle mostre informative è il <strong>flusso di informazioni</strong>, l’idea della emissione/trasmissione di informazioni attraverso un canale; i contenuti sono centrali, e quel che si espone in mostra – oggetti o testi – ne è semplicemente la metafora. In questo tipo di mostra, il destinatario è visto come un pubblico che riceve passivamente i contenuti, seguendo un percorso che è dato, chiuso, da seguire diligentemente muovendosi come lungo una “<strong>stringa</strong>”. Un esempio estremo è la mostra composta da una sequenza di pannelli, che prevede e impone una lettura lineare. In questo genere di mostre il designer, osserva Anceschi, si comporta come un <strong>traduttore</strong> di intenzioni comunicative di partenza, che gli vengono fornite.<br />
Dall’altra parte, il modello concettuale delle mostre di tipo persuasivo è quello della <strong>mise en scène</strong>: al centro non sono tanto i contenuti e le informazioni ma soprattutto le percezioni e il pubblico. Il destinatario è considerato una componente centrale e costitutiva del processo di comunicazione e il percorso di visita è più libero, con diversi gradi di apertura e apparente casualità. È attraverso le scelte che lo spettatore può fare lungo di esso che nella sua mente si forma l’effetto complessivo, e il processo comunicativo si compie. Dal punto di vista morfologico, se la mostra informativa assomiglia a una stringa, la mostra persuasiva assomiglia piuttosto a una enciclopedia da consultare, oppure una rete o un ipertesto che consente al visitatore di saltare da una impressione all’altra. In questo tipo di mostre, il progettista interviene come un interprete, un <strong>regista</strong> che attinge a competenze e modi caratteristici dell’universo dello spettacolo per valorizzare l’oggetto e i materiali esposti: mettendo in luce molteplici aspetti dell’oggetto in mostra, prefigurando le possibili viste che ne avrà il visitatore, predisponendo buone inquadrature (eventualmente anche cancellando la “preesistenza dell’espressività architettonica”), il designer costruisce uno story board ideale, definisce il palcoscenico che permette di attivare la “funzione ostenstiva”. All’estremo, questo genere di mostra può attuarsi in uno spazio vuoto “disseminato di apparizioni” fra cui il visitatore si può muovere con fare ludico e curioso, seguendo la suggestione di oggetti, informazioni e sensazioni, fino al limite di “perdersi nella ricchezza sensoriale degli oggetti ambientati per ritrovarsi ad ogni cambiamento di sala-scena”.</p>
<p>Come Anceschi stesso avvertiva, questa catalogazione delle modalità espositive non è che <strong>un metro di riferimento</strong>, costruita com’è nell’ottica del “messaggio prevalente” o della intenzione prevalente. Nella realtà “nessun tipo è un tipo puro” e “[o]gni manifestazione comunicativa è un mix di componenti – agitatoria, propagandistica, didattica o semplicemente notificatoria – più o meno sviluppate”. Aggiungiamo pure che negli ultimi anni nuove possibilità e modalità sono venuti ad arricchire la pratica e il discorso delle mostre – pensiamo solo alla dimensione relazionale, discorsiva, e performativa che tanto piacciono al sistema dell’arte oppure all’esperienza di visita “aumentata” grazie all’utilizzo di dispositivi digitali e multimediali. Anche alla luce di queste direzioni, tuttavia, la tipologia di Anceschi – che parlando di messa in scena, registica e coreografia si riferisce tanto agli oggetti quanto alle persone – rimane un valido e utile strumento di chiarificazione e orientamento.</p>
<p>(Vedi gli <a href="http://www.maddamura.eu/blog/language/it/category/esporre/" target="_blank">articoli correlati</a>.)</p>
<p><span id="fn-heading"><strong>Note</strong></span></p>
<ol>
<li id="footnote-1" class="fn-text">Giovanni Anceschi, “Le strutture narrative della scena ostensiva”, in <em>1961-1991 Mobili italiani: Le Varie Età dei linguaggi</em>, Milano: Cosmit, pp. 111-116.<a href="#refmark-1">↵</a></li>
</ol>
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		<title>Graphic design, esporre, curare / 2 &#8211; Chaumont 2015</title>
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		<pubDate>Thu, 14 Jan 2016 07:50:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[maddamura]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Curare]]></category>
		<category><![CDATA[Esporre]]></category>
		<category><![CDATA[Grafica]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Come ho scritto in <a href="http://www.maddamura.eu/blog/language/it/graphic-design-esporre-e-curare-1/" target="_blank">un post precedente</a>, negli ultimi anni alcuni studenti e laureandi in graphic design mi hanno scritto per rivolgermi domande sul tema dell’esporre la grafica e del curare mostre di grafica. Fra gli altri quesiti, mi veniva chiesto se ritengo importante esporre la grafica, e come sia meglio farlo o come si dovrebbe farlo.<br />
Ora, per quanto riguarda il primo interrogativo, è chiaro che le mostre di design e di grafica sono occasioni per dare “visibilità” al lavoro dei designer e ai designer stessi, e dunque sono necessari e importanti momenti nella vita della comunità del design. Possono inoltre essere opportunità per avanzare interpretazioni e riflessioni critiche sul passato, presente e futuro del campo, e dunque possono avere una valenza nella produzione e registrazione di pratiche e discorsi utili, oltre l’immediatezza dell’evento, all’avanzamento della disciplina. Laddove, poi, i designer riescono a non cedere alla tentazione autoreferenziale, le mostre possono essere un medium importante per comunicare con il pubblico, per trattare temi e storie diversi <em>attraverso</em> il design – una direzione, questa, in cui i graphic designer interessati al dispositivo della mostra credo dovrebbero investire maggiormente.<br />
Ciò detto, come si espone, o come è meglio esporre, il design, e in particolare il graphic design? Non esiste, naturalmente, una risposta univoca, perché.</p>
<p>Nel maggio 2015 per la prima volta ho visitato il <a href="http://www.cig-chaumont.com/fr/cig/page/festival-international-de-laffiche-et-du-graphisme?archives=118" target="_blank"><strong>Festival de l’affiche et du graphisme di Chaumont</strong></a>. In questa cittadina della Alsazia-Champagne-Ardenne-Lorena, la questione di come esporre il graphic design è particolarmente sentita: mentre prosegue l’edizione annuale del premio dedicata a una delle forme più tradizionali della grafica, il poster, che si manifesta con mostre, conferenze e altre iniziative, è stato completato e a breve sarà aperto il <strong><a href="http://www.cig-chaumont.com/fr/cig/page/centre-international-du-graphisme/-/le-projet" target="_blank">Centre international du graphisme</a></strong>, che sarà dedicato a promuovere il graphic design anche attraverso esposizioni. L’edizione 2015 del Festival, a dire il vero, non è stata una delle più ricche – questioni di budget hanno comportato una riduzione delle iniziative, e per esempio nessuna mostra è stata organizzata alla Chapelle. Ai miei occhi è stata comunque un’esperienza stimolante.</p>
<p>Ho potuto visitare gli <strong>archivi</strong> nell’edificio <strong>Les Silos, maison du livre et de l’affiche</strong>, dove fra gli altri eventi in calendario era allestita una mostra dedicata al laboratorio/collettivo femminista di stampa/grafica <a href="https://seeredwomensworkshop.wordpress.com" target="_blank">See Red Women</a> che negli anni settanta del secolo scorso ha realizzato e diffuso poster relativi alla immagine e condizione femminile.</p>
<p><a href="http://www.maddamura.eu/blog/wp-content/uploads/2016/01/Chaumont_2015_See-Red-Women.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-369" src="http://www.maddamura.eu/blog/wp-content/uploads/2016/01/Chaumont_2015_See-Red-Women.jpg" alt="Chaumont_2015_See-Red-Women" width="520" height="390" /></a></p>
<p>Inoltre, la stessa<strong> consegna del premio del concorso internazionale</strong> è stata ricca di spunti. L’evento era stato organizzato nella palestra locale, dove le schiere di grafici qui riuniti per l’occasione si sono seduti sugli spalti, per fare il tifo per i colleghi chiamati a sfilare al centro del campo di gioco.<br />
Qui era collocato un palco con uno schermo su cui venivano proiettate le immagini delle raffinate e articolate grafiche selezionate. Guardando quel palco non ho potuto fare a meno di notare come questo sembrava una isola o una barchetta alla deriva, separata dalla realtà del panorama visivo e grafico quotidiano di cui le pareti della palestra – sui cui si stagliavano varie insegne di negozi e aziende che sponsorizzano le attività sportive locali sulle pareti della palestra – offrivano un eloquente campionario.</p>
<p><a href="http://www.maddamura.eu/blog/wp-content/uploads/2016/01/Chaumont_2015_Award-ceremony_1.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-370" src="http://www.maddamura.eu/blog/wp-content/uploads/2016/01/Chaumont_2015_Award-ceremony_1.jpg" alt="Chaumont_2015_Award-ceremony_1" width="520" height="390" /></a></p>
<p><a href="http://www.maddamura.eu/blog/wp-content/uploads/2016/01/Chaumont_2015_Award-ceremony_2.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-371" src="http://www.maddamura.eu/blog/wp-content/uploads/2016/01/Chaumont_2015_Award-ceremony_2.jpg" alt="Chaumont_2015_Award-ceremony_2" width="520" height="390" /></a></p>
<p>A parte queste suggestioni, comunque, un aspetto particolarmente interessante per me della edizione 2015 del Festival era che uno dei panel/conversazioni organizzati era proprio dedicato al tema “<strong>Graphisme dans l’exposition</strong>”. Moderatore era <strong>Étienne Hervy</strong>, direttore artistico del Festival. Gli speaker invitati erano figure coinvolti a titolo diverso nella organizzazione del premio e di alcune delle mostre del Festival: i graphic designer <strong>Annelys de Vet</strong> e <strong>Giorgio Camuffo</strong> e la storica del design <strong>Emily King</strong>.</p>
<p><strong>Camuffo</strong> era membro della giuria del premio e ha partecipato dunque al processo di selezione degli oltre 150 manifesti (selezionati fra oltre 1800 ricevuti), presentati in sequenza lungo le pareti del piano terra di Les Subsistances, senz’altra informazione che il nome del designer, il paese d’origine e il cliente/committente.</p>
<p><a href="http://www.maddamura.eu/blog/wp-content/uploads/2016/01/Chaumont_2015_Selection.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-373" src="http://www.maddamura.eu/blog/wp-content/uploads/2016/01/Chaumont_2015_Selection.jpg" alt="Chaumont_2015_Selection" width="520" height="390" /></a></p>
<p>Come giurato, inoltre, era stato invitato a esporre il proprio lavoro, cosa che lui aveva scelto di fare presentando una selezione di manifesti ideati da vari grafici internazionali che lui aveva invitato, negli anni novanta, a collaborare con il suo Studio – una sorta di tributo a questi colleghi, esplicitato nella versione degli stessi manifesti disegnata da Giorgio e completata con sue annotazioni personali sull’incontro e l’amicizia con quelle figure.</p>
<p><a href="http://www.maddamura.eu/blog/wp-content/uploads/2016/01/Chaumont_2015_Camuffo.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-372" src="http://www.maddamura.eu/blog/wp-content/uploads/2016/01/Chaumont_2015_Camuffo.jpg" alt="Chaumont_2015_Camuffo" width="520" height="390" /></a></p>
<p><strong>De Vet</strong> aveva coordinato la giuria del concorso per studenti e ne aveva e ha curato/ordinato la mostra dei lavori selezionati (36 su 260 pervenuti). Il tema proposto per questo concorso era “Unmapping the World” – dal titolo di una precedente <a href="http://www.experimentadesign.pt/2013/en/01-01-05.html" target="_blank">mostra realizzata da De Vet alla Biennale portoghese Experimenta</a>. L’invito rivolto agli studenti era di ripensare il modo in cui rappresentiamo il mondo, in maniera più “inclusiva” e “liquida”, cercando di adottare un approccio multimediale capace di rendere conto delle dinamiche che caratterizzano l’epoca in cui viviamo. I lavori selezionati includevano manifesti e infografiche a stampa o su tessuti, libri, ma anche video e progetti web, nonché una serie di tappeti, il tutto esposto – al primo piano di Les Subsistances – in un ambiente semibuio che evocavano l’ambiente scolastico, con banchi, sedie e lavagne.</p>
<p><a href="http://www.maddamura.eu/blog/wp-content/uploads/2016/01/Chaumont_2015_Unmapping-the-world_De_Vet.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-375" src="http://www.maddamura.eu/blog/wp-content/uploads/2016/01/Chaumont_2015_Unmapping-the-world_De_Vet.jpg" alt="Chaumont_2015_Unmapping-the-world_De_Vet" width="520" height="390" /></a></p>
<p>Infine il contributo di <strong>King </strong>per questo Festival era il comunicato stampa/presentazione della mostra <em>Syndicat et Matthieu Laurette présentent MATTHIEU: Une rétrospective dérivée, 1993-2015</em>, insieme retrospettiva e curioso esercizio di ri-mediazione del lavoro dell’artista Matthieu Laurette da parte dei graphic designer Sacha Léopold e François Havegeer (Syndicat). Il lavoro di Laurette generalmente nasce per ed entro contesti non tradizionali dell’arte, e raramente si concretizza in un oggetto/opera; al più esiste come documentazione, in immagini e video. Syndicat ha selezionato una serie di immagini e le ha tradotte nella forma di ogni possibile oggetto di merchandising acquistabile online – dalla carta igienica alle cover per iPhone. Come spiegava King nel suo testo – stampato su fogli A4 (e <a href="http://www.laurette.net/newsdemix/15_CGI_CP-FR.pdf" target="_blank">disponibile online</a>) –  Syndicat “use exhibitions as vehicles to explore the interaction of craft and economics behind the production and distribution of text and images”. I prodotti così realizzati sono stati esposti in una griglia di legno adagiata sul pavimento, sopra una gigantografia di Matthieu Laurette. In altre due simili griglie erano inoltre esposti altri lavori di Syndicat, fra cui <em>Ricardo</em> – dal nome dell’economista David Ricardo – un poster fatto stampare da tipografie e service in diversi paesi del mondo.</p>
<p><a href="http://www.maddamura.eu/blog/wp-content/uploads/2016/01/Chaumont_2015_Syndicat-Laurette.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-374" src="http://www.maddamura.eu/blog/wp-content/uploads/2016/01/Chaumont_2015_Syndicat-Laurette.jpg" alt="Chaumont_2015_Syndicat-Laurette" width="520" height="390" /></a></p>
<p>Per completezza, va detto che oltre a queste mostre, nello spazio di Les Subsistances era anche allestita una mostra dedicata ai poster di designer svizzeri, di Lucerna, città dove si tiene pure un festival dell’affiche, <em>Weltformat</em>. Anche in questo caso i poster erano semplicemente appesi al muro, organizzati per autore. Infine, in giro per le varie mostre, oltre a fogli con testi introduttivi o esplicativi, anche alcuni fogli con attività per ragazzi che invitavano a esplorare le grafiche e gli elementi visivi dei materiali esposti – una iniziativa legata al lancio del <a href="http://www.papertiger.fr/LIVRET-D-INITIATION-AU-GRAPHISME" target="_blank"><em>Livret d’initiation au graphisme</em></a> ideato e progettato da Sophie Cure &amp; Paper ! Tiger ! (Aurelien Farina).</p>
<p>Con tale concentrazione di mostre di grafica e realizzate da grafici, è stato interessante poter anche ascoltare una<strong> discussione sul tema</strong>. Durante il panel gli speaker sono stati innanzi tutto invitati da Étienne Hervy a raccontare il loro <strong>approccio all’esporre la grafica/design</strong>.</p>
<p><a href="http://www.maddamura.eu/blog/wp-content/uploads/2016/01/Chaumont_2015_Panel.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-376" src="http://www.maddamura.eu/blog/wp-content/uploads/2016/01/Chaumont_2015_Panel.jpg" alt="Chaumont_2015_Panel" width="520" height="390" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>De Vet</strong>, che è anche direttrice del master in design del Sandberg Instituut, oltre a illustrare l’idea su cui si basa “Unmapping the world”, ha raccontato del suo crescente impegno negli anni recenti in attività espositive. In particolare ha portato l’esempio del progetto <em>Disarming design from Palestine</em>, una sorta di etichetta di prodotti realizzati in Palestina realizzati per far riflettere sulle condizioni di vita in questo paese; in questo caso, ha dichiarato De Vet, la mostra può diventare una sorta di “<strong>marketing tool</strong>”, uno strumento per alimentare la discussione e uno spazio nel quale oggetti culturali possono essere usati per costruire narrazioni.</p>
<p><strong>Camuffo</strong>, da parte sua, spiegava che per lui – non un curatore per professione – il motore per organizzare mostre è che queste sono <strong>opportunità per seguire/esplorare curiosità personali</strong>, per cercare di capire il lavoro altrui, scoprire nuovi approcci, e per presentare al pubblico tali esperienze: è questo il filo, spiegava, che tiene insieme le mostre organizzate, da  <em>Pacific Wave</em> (Venezia, 1987) – che introduceva la grafica californiana al pubblico italiano – fino alla più recente mostra di taglio storico <a href="http://www.triennale.org/it/mostre/future/989-v-triennale-design-museum-tdm5-grafica-italiana#.VpKD9zZH1Lw" target="_blank"><em>Grafica italiana</em></a>, co-curata con Mario Piazza e Carlo Vinti come quinta edizione del Triennale Design Museum a Milano.</p>
<p>Per<strong> King</strong> curare mostre è stata invece una estensione della sua attività di storica del design. Rispetto alla scrittura, King ha detto di apprezzare in particolare della curatela sia la possibilità di collaborare con altre persone sia il grado maggiore di libertà che essa offre. Nell’esprimere il suo interesse per le mostre come occasione per <strong>ridare significato o costruire nuovi significati</strong> attorno agli oggetti – menzionava per esempio <a href="http://www.libbysellers.com/exhibitions/24/overview/" target="_blank">la mostra dedicata al lavoro di Richard Hollis</a> e da lei curata nel 2012 – King si è anche dichiarata <strong>non interessata alla produzione di grafica solo per le mostre</strong> – una tendenza piuttosto praticata dai designer contemporanei.</p>
<p>In definitiva gli speaker, e anche il moderatore, sembravano condividere l’idea generale che le <strong>mostre consentono di produrre nuova conoscenza e interpretazione del design</strong>. Nonostante questo accordo di base,<strong> le posizioni però si sono</strong> allontanate progressivamente, e anche un po’ irrigidite, allorché la discussione si è fissata su un caso specifico, l’esposizione dei poster selezionati per il premio. Attorno ad essa è emerso ogni genere di critiche e questioni – come se si fosse aperto un vaso di Pandora – denotando la varietà di possibili personali interpretazioni del medium espositivo in relazione al design.</p>
<p>Provo a riassumere alcune di queste questioni, usando le mie parole ma basandomi sugli appunti che ho preso: Come si affronta il problema della decontestualizzazione della grafica esposta? Esporre il design fuori contesto ne riduce la comprensione o offre nuove possibilità di comprensione? Come evitare di ridurre la grafica esposta a pura decorazione o a pura immagine? Ma, poi, esiste davvero un pubblico interessato alla grafica o è un tema noioso per coloro che non sono specialisti o del settore? Oppure sono i grafici a ritenere che la grafica sia noiosa e a non considerare che, al contrario, il pubblico non specializzato è in realtà molto interessato a capire, e vorrebbe avere più informazioni? La grafica deve essere trattata come oggetto culturale e si deve quindi cercare di raccontarne o esporne i molteplici significati, fornendo diversi livelli di informazione? Il pubblico può comprendere un poster, per esempio realizzato in una lingua che non conosce, e come può capirne i contenuti e i modi di produzione se non vengono fornite queste informazioni, per esempio nelle didascalie? Ma se si forniscono informazioni sul contenuto della grafica esposta si sta ancora facendo una mostra di grafica o si sta facendo una mostra su altri temi, veicolati dalla grafica? Eppoi, non è forse contraddittorio voler spiegare la grafica, una grafica, dato che questa dovrebbe comunicare di per sé? E perché mai esorcizzare l’aspetto estetico e l’impatto visivo della grafica, considerato, fra l’altro, nel caso specifico della mostra dei manifesti selezionati per il premio, che il criterio estetico/visivo è quello che ha guidato la selezione da parte dei giurati, così che si potrebbe semmai dire che l’esposizione in sequenza dei manifesti è una onesta restituzione del processo di selezione? D’altra parte, come si fa, per restare al caso del premio, a raccogliere informazioni su tutti i poster quando i designer stessi, nonostante le richieste, non sono disposti a fornirle? E così via.</p>
<p>A un certo punto, la discussione sulla mostra del premio oscillava confusamente<strong> fra questioni molto generali e altre troppo particolari e tecniche</strong>. Sembrava di assistere alla riunione di un comitato mal assortito di curatori di una mostra che non si sarebbe mai potuta fare. Il fatto è che tutte le loro diverse e contrapposte posizioni e opinioni sul senso e sul modo di organizzare mostre di grafica erano <strong>legittime e sostenibili in sé</strong>, ma non si poteva arrivare a una soluzione univoca e definitiva a meno che non ci si mettesse prima di tutto d’accordo sulle <strong>intenzioni</strong>.</p>
<p>Come infine ha rimarcato <strong>De Vet</strong>, in effetti, quando si cura e organizza una mostra ci si deve prima di tutto chiedere<strong> qual è l’obiettivo, quale l’intenzione primaria</strong>, cosa e chi si vuole raggiungere. Un ottimo assunto di partenza, senza considerare il quale non è possibile ragionare sul cosa e <strong>come</strong> esporre.</p>
<p>In definitiva, organizzare una mostra di design significa pur sempre <strong>organizzare una mostra</strong>, e questa è una attività che richiede di affrontare alcuni interrogativi fondamentali: perché? per chi? cosa? come?</p>
<p>(Vedi gli <a href="http://www.maddamura.eu/blog/language/it/category/esporre/" target="_blank">articoli correlati</a>.)</p>
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