<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>maddamura &#187; Esporre</title>
	<atom:link href="https://www.maddamura.eu/blog/language/it/category/esporre/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.maddamura.eu/blog</link>
	<description>note sul design / notes about design</description>
	<lastBuildDate>Wed, 08 Jul 2020 11:08:11 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=4.1.41</generator>
	<item>
		<title>Lunga vita al poster? Lunga vita al graphic design</title>
		<link>https://www.maddamura.eu/blog/language/it/lunga-vita-al-poster-lunga-vita-al-graphic-design/</link>
		<comments>https://www.maddamura.eu/blog/language/it/lunga-vita-al-poster-lunga-vita-al-graphic-design/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 06 Jun 2016 02:32:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[maddamura]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Digitale - storia]]></category>
		<category><![CDATA[Esporre]]></category>
		<category><![CDATA[Grafica]]></category>
		<category><![CDATA[Mostre]]></category>
		<category><![CDATA[Musei]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.maddamura.eu/blog/?p=496</guid>
		<description><![CDATA[<p>Di fronte a una mostra di manifesti contemporanei (come Formes de l&#8217;affiche, organizzata presso la fondazione Bevilacqua La Masa a Venezia*) si possono dire molte cose e avanzare vari interrogativi,</p>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.maddamura.eu/blog/language/it/lunga-vita-al-poster-lunga-vita-al-graphic-design/">Lunga vita al poster? Lunga vita al graphic design</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.maddamura.eu/blog/language/it">maddamura</a>.</p>
]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Di fronte a una <strong>mostra di manifesti contemporanei</strong> (come <em>Formes de l&#8217;affiche</em>, organizzata presso la fondazione Bevilacqua La Masa a Venezia*) si possono dire molte cose e avanzare vari interrogativi, molti dei quali puntano, in definitiva, nella stessa direzione: “<strong>ma ha senso?</strong>”. </p>
<p><a href="http://www.maddamura.eu/blog/wp-content/uploads/2016/06/BLM_Formes-de-l-affiche_2.jpg"><img src="http://www.maddamura.eu/blog/wp-content/uploads/2016/06/BLM_Formes-de-l-affiche_2.jpg" alt="BLM_Formes-de-l-affiche_2" width="520" height="390" class="aligncenter size-full wp-image-521" /></a></p>
<p>In effetti, se non è morto – nonostante i numerosi annunci – il manifesto è quanto meno un medium residuale, avendo perduto da decenni, in favore di altri supporti, la sua centralità come strumento di comunicazione al pubblico e nello spazio pubblico.<a id="refmark-1" class="fn-ref-mark" href="#footnote-1"><sup>1</sup></a> Notoriamente, d’altra parte, il manifesto è rimasto un formato e supporto <strong>molto amato dai grafici</strong>, che lo hanno tenuto in vita come luogo di enunciazione personale e di espressione autoriale, come spazio di esercizio e sperimentazione del proprio vocabolario formale e come occasione di riflessione (per esempio su grandi questioni sociali e politiche) o di autoriflessione (per esempio sui processi e tecniche del loro mestiere, anche in chiave oppositiva rispetto al panorama digitale e multimediale). Come è stato più volte notato, insomma, il manifesto continua ad avere vita lunga – sebbene circoscritta – principalmente per il suo valore simbolico e le sue qualità artistiche.<a id="refmark-2" class="fn-ref-mark" href="#footnote-2"><sup>2</sup></a><br />
Oltre che <strong>auto-prodotto </strong>dai designer stessi per un circuito di pari e collezionisti, il manifesto è del resto ancora alimentato anche dal felice incontro dei designer con una certa committenza dei <strong>settori culturale e artistico</strong>, la cui economia fa perno attorno al capitale d’immagine e la cui fetta di pubblico si riconosce in una <em>koiné</em> sofisticata. È in questa cornice che si collocano i poster presentati in questa mostra, pezzi molto particolari, <strong>nati specificamente per il <a href="http://www.cig-chaumont.com" target="_blank">Festival de l’affiche et du graphisme di Chaumont</a></strong>, la manifestazione che dal 1990 si tiene annualmente nella cittadina dell’Alta Marna e che comprende un concorso internazionale dedicato al manifesto e varie iniziative collaterali.<a id="refmark-3" class="fn-ref-mark" href="#footnote-3"><sup>3</sup></a> </p>
<p><a href="http://www.maddamura.eu/blog/wp-content/uploads/2016/06/BLM_Formes-de-l-affiche_3.jpg"><img src="http://www.maddamura.eu/blog/wp-content/uploads/2016/06/BLM_Formes-de-l-affiche_3.jpg" alt="BLM_Formes-de-l-affiche_3" width="520" height="390" class="aligncenter size-full wp-image-522" /></a></p>
<p><a href="http://www.maddamura.eu/blog/wp-content/uploads/2016/06/BLM_Formes-de-l-affiche_4.jpg"><img src="http://www.maddamura.eu/blog/wp-content/uploads/2016/06/BLM_Formes-de-l-affiche_4.jpg" alt="BLM_Formes-de-l-affiche_4" width="520" height="390" class="aligncenter size-full wp-image-523" /></a></p>
<p>Alcuni di questi manifesti sono stati commissionati per comunicare il Festival stesso, altri sono stati richiesti ai designer appositamente per essere presentati in mostre ed eventi organizzati al suo interno. Quelli esposti sono dunque oggetti la cui ragione d’esistere e la cui vita pubblica si sono giocate tutte in uno stretto giro, attorno a un’iniziativa il cui scopo è, appunto, la promozione del manifesto e del graphic design: insomma, <strong>grafica per grafici</strong>.<br />
Certamente ci si può interrogare sulla rilevanza del manifesto nel quadro della comunicazione e della vita sociale contemporanee, e specificamente di manifesti destinati ai muri delle gallerie più che alla strada.<a id="refmark-4" class="fn-ref-mark" href="#footnote-4"><sup>4</sup></a> Si può anche discutere della rappresentatività del manifesto rispetto ai molteplici ambiti di intervento del graphic design e del senso di dedicare energie e investimenti a coltivarlo e produrlo. Sarei tentata di farlo, ma so già che le mie punte critiche finirebbero per essere presto disarmate dal piacere provocato da quelle <strong>caramelle-per-gli-occhi </strong>che sono i lavori selezionati per Forme de l’affiche, di fronte alle invenzioni dei designer: la singolarità del loro archivio di segni (<strong>M/M Paris</strong>, <strong>Jan en Randoald</strong>, tanto per citare due esempi), il dialogo che intrattengono con la cultura visiva che ci circonda, intriso di citazioni e commenti (<strong>Mathias Schweizer</strong>, <strong>Jean-Marc Ballée</strong>, <strong>Loulou Picasso</strong>, <strong>Thomas Bizzarri e Alain Rodriguez</strong>), l’esperta variazione condotta sugli elementi della tradizione grafica e della stampa (<strong>Norm</strong>, <strong>Michiel Schuurman</strong>, <strong>Olivier Lebrun</strong>), la ricchezza di soluzioni tipografiche (<strong>Toffe</strong>, <strong>Frédéric Tacer</strong>), l’apparenza casuale di un equilibrio compositivo abilmente raggiunto (Christophe Gaudard). <strong>Ebbene sì, d’accordo, lunga vita al manifesto!</strong> </p>
<p><a href="http://www.maddamura.eu/blog/wp-content/uploads/2016/06/BLM_Formes-de-l-affiche_5.jpg"><img src="http://www.maddamura.eu/blog/wp-content/uploads/2016/06/BLM_Formes-de-l-affiche_5.jpg" alt="BLM_Formes-de-l-affiche_5" width="520" height="390" class="aligncenter size-full wp-image-524" /></a></p>
<p><a href="http://www.maddamura.eu/blog/wp-content/uploads/2016/06/BLM_Formes-de-l-affiche_6.jpg"><img src="http://www.maddamura.eu/blog/wp-content/uploads/2016/06/BLM_Formes-de-l-affiche_6.jpg" alt="BLM_Formes-de-l-affiche_6" width="520" height="390" class="aligncenter size-full wp-image-525" /></a></p>
<p><strong>Ma</strong>, poi, a pensarci bene, <strong>cosa è questa lunga vita?</strong> E fino a che punto è anche vita del graphic design? In effetti questa mostra offre l’occasione per provare a spostare l’attenzione su un’altra questione che pure dovrebbe interessare molto coloro che si occupano di produrre e promuovere grafica, i designer <em>in primis</em>: non già se il manifesto – o qualunque altra tipologia – sia sufficientemente rappresentativo della grafica contemporanea, ma piuttosto se, come oggetto e supporto, <strong>possa da solo offrire una rappresentazione completa e duratura del progetto grafico e della sua esistenza</strong>. Io credo che non possa farlo.<br />
Prendiamo il caso di <strong>Chaumont</strong>. Le origini del Festival sono legate all’esistenza di una collezione storica di manifesti, lasciata nel 1905 alla cittadina dell’Alta Marna, insieme ad altri materiali, dal parlamentare Gustave Dutailly.<a id="refmark-5" class="fn-ref-mark" href="#footnote-5"><sup>5</sup></a> È precisamente con l’obiettivo di valorizzare e accrescere con pezzi contemporanei questa collezione che a inizio anni novanta è stato istituito il Festival de l’affiche. In seguito, già alla metà dello stesso decennio, la missione del Festival è stata estesa a comprendere più ampiamente la “grafica” (et du graphisme); così, se pure il manifesto mantiene ancora una posizione centrale e il concorso rimane riservato ad esso,<a id="refmark-6" class="fn-ref-mark" href="#footnote-6"><sup>6</sup></a> gli eventi del Festival e le altre attività del Centre international du graphisme (CIG) – esposizioni, laboratori, conferenze, residenze e pubblicazioni – mirano ad avere uno spettro più inclusivo. Di fatto, in un quarto di secolo, queste istituzioni hanno dimostrato di essere capaci di attirare, produrre e <strong>raccogliere una considerevole quantità</strong> di poster e altri materiali a stampa. Si parla di oltre 40.000 pezzi, destinati a essere a essere conservati e catalogati, e a veder estendere la loro vita pubblica grazie a periodiche presentazioni in mostre e pubblicazioni.<a id="refmark-7" class="fn-ref-mark" href="#footnote-7"><sup>7</sup></a> Tutti questi materiali sono non solo opere (multipli, per lo più) da apprezzare in sé, ma anche documenti che testimoniano e rendono disponibile per studi e analisi future sia la storia e l’attività del Festival sia gli sviluppi di una parte della grafica contemporanea e della produzione di alcuni designer in particolare.<br />
Di fronte a questo notevole patrimonio sorge, però, un problema, almeno dal punto di vista del progetto grafico: quand’anche questo genere di materiali vengano conservati ed eventualmente resi disponibili per lo studio, essi potranno fornire solo una documentazione parziale del progetto e della sua vita, della sua origine, produzione e diffusione. Effettivamente, se è un limite confondere affiche e graphisme, è anche <strong>rischioso confondere il prodotto finito per il progetto grafico, la raccolta dell’uno per la documentazione dell’altro</strong>.<br />
È quasi ironico pensare, per esempio, che il concorso di Chaumont è nato in un periodo in cui la progettazione grafica si stava trasferendo al computer: da allora, mentre i manifesti raccolti fisicamente ogni anno sono destinati a essere progressivamente <strong>digitalizzati</strong>, a quanto pare non vengono invece richiesti ai designer, e conservati, i file digitali di progetto, per non dire di informazioni dettagliate relative alla committenza, allo sviluppo del lavoro, ed eventuali fotografie che testimonino la vita analogica dei loro lavori. Mentre per pezzi storici come quelli della collezione Dutailly recuperare oggi i disegni e materiali di progetto e testimonianze della loro esistenza nello spazio pubblico può essere arduo, per quanto riguarda la produzione contemporanea è invece possibile – e avrebbe molto senso – porre in origine <strong>un’attenzione specifica e costante a raccogliere</strong>, accanto alle “opere”, anche tutto quello che può servire a studiarne la storia progettuale. Tanto più senso ha farlo allorché l’istituzione che si dedica a collezionare i materiali è la stessa che, in vari casi, ne commissiona e provoca la creazione e produzione o comunque mantiene contatti diretti con i progettisti.<br />
È chiaro che <strong>la “mancanza” di simili pratiche si deve a varie ragioni e cause</strong>, alcune delle quali sono strettamente tecniche ed economiche. Ma si tratta anche di una questione di visione e prospettiva, nella quale si può leggere una duplice ossessione per l’oggetto-feticcio (che nel caso del manifesto è alquanto tipica, ma riguarda anche altri supporti a stampa). Da un lato, c’è l’istituzione che segue <strong>un approccio di tipo “museale”</strong> – mettendo al centro l’oggetto/opera – piuttosto che perseguire una prospettiva di tipo “archivistico” – più orientata alla completezza documentale. Dall’altro lato, c’è una certa tendenza dei designer (alimentata negli ultimi anni dalla cultura dell’auto-produzione) a <strong>controllare</strong> e gestire la propria immagine e l’interpretazione del loro lavoro, per cui il progetto finisce con il prodotto e con la rappresentazione che essi intendono darne.<br />
Ora, per tornare ai quesiti iniziali, se manifestazioni e istituzioni come quelle di Chaumont hanno senso per la cultura del graphic design, credo che questo possa essere trovato impegnandosi non soltanto nel sostenere la produzione <em>hic et nunc </em>di nuovi lavori ma proprio in un’operazione di sperimentazione, sensibilizzazione (dei designer stessi) e riflessione sulla lunga vita del progetto grafico: <strong>una vita che può essere garantita solo predisponendo adeguatamente tutti i documenti</strong> utili a interrogarla e interpretarla in futuro. Mostre come questa presentata alla Fondazione Bevilacqua La Masa sono come piccole macchine del tempo, preziose selezioni di segni e tracce, punti di partenza per molteplici possibili analisi e narrazioni che richiedono però altri documenti, altri spazi, altre occasioni per essere elaborate.<br />
In conclusione, la pausa di riflessione che il Festival ha preso quest’anno, in vista dell’apertura della nuova sede del CIG, mi pare possa essere guardata come un segnale positivo, come l’occasione che questa istituzione ha per ri-articolare la propria missione con maggiore decisione <strong>verso la cultura del graphisme e non solo dell’affiche</strong>.</p>
<p>* <em>Questo testo è la versione italiana del testo “Long live the poster? Long live graphic design” pubblicato nel catalogo della mostra “Formes de l&#8217;affiche”, a cura di Eric Aubert e Giorgio Camuffo, Venezia: Bruno, 2016, in occasione della mostra con lo stesso titolo organizzata presso la Fondazione Bevilacqua La Masa, 26.05 -04.09.2016.</em></p>
<p><span id="fn-heading"><strong>Note</strong></span></p>
<ol>
<li id="footnote-1" class="fn-text"> Per una storia del poster si veda il recente libro di Elizabeth Guffey, Posters: A Global History, London: Reaktion Books, 2015. <a href="#refmark-1">↵</a></li>
<li id="footnote-1" class="fn-text"> Per una storia del poster si veda il recente libro di Elizabeth Guffey, Posters: A Global History, London: Reaktion Books, 2015. <a href="#refmark-1">↵</a></li>
<li id="footnote-2" class="fn-text"> Si veda il breve testo di Andrew Blauvelt, “The Persistence of Posters”, in <em>Graphic Design: Now in Production</em>, catalogo della mostra, a cura di Andrew Blauvelt e Ellen Lupton, Minneapolis: Walker Art Center, 2011, pp. 92-93. <a href="#refmark-2">↵</a></li>
<li id="footnote-3" class="fn-text"> Nel 2016, tuttavia, per consentire agli organizzatori di concentrarsi sull’apertura della nuova sede del Centre International du Graphisme, il Festival non si tiene. L’evento dovrebbe riprendere regolarmente dal 2017, con la ventisettesima edizione. <a href="#refmark-3">↵</a></li>
<li id="footnote-4" class="fn-text"> Sull’interesse e coinvolgimento dei graphic designer contemporanei nelle attività espositive si veda il testo di Peter Bil’ak per la mostra da lui organizzata a Brno nel 2006, <em><a href="http://www.peterbilak.com/graphic_design_in_the_white_cube/concept.html" target="_blank">Graphic Design in the White Cube</a></em>. Sulla tendenza dei designer a produrre i propri poster si vedano anche i commenti di Alice Twemlow dopo la sua esperienza come membro della giuria internazionale del concorso di Chaumont, nel suo articolo “When Did Posters Become Such Wallflowers?”, <a href="http://designobserver.com/feature/when-did-posters-become-such-wallflowers/5647" target="_blank"><em>designobserver.com</em></a>, 29 giugno 2007. Cfr. inoltre Giorgio Camuffo e Maddalena Dalla Mura (a cura di), <em><a href="http://bupress.unibz.it/it/graphic-design-exhibiting-curating.html" target="_blank">Graphic Design, Exhibiting, Curating</a></em>, Bolzano: bu,press, 2013. Viceversa per l’uso recente del poster fuori dalla cerchia dei designer si veda l’articolo di Rick Poynor, “Why the Activist Poster is Here to Stay”, <em><a href="http://designobserver.com/feature/why-the-activist-poster-is-here-to-stay/36068/" target="_blank">designobserver</a></em>, 15 settembre 2012, e Guffey, <em>Posters</em>, cit. (L’ultimo accesso a tutti gli articoli online qui citati risale al 4 maggio 2016.) <a href="#refmark-4">↵</a></li>
<li id="footnote-5" class="fn-text"> Per la storia del Festival si veda <a href="http://www.cig-chaumont.com/fr/cig/page/a-propos/-/presentation" target="_blank">il sito del CIG</a>. Sulle collezioni cfr. anche Jöel Moris, “La Maison du livre et de l’affiche de Chaumont: Aux origines des collections”, <em>Collections singulières</em>, dossier BBF, 4, 2007, pp. 61-63, <a href="http://bbf.enssib.fr/consulter/bbf-2007-04-0061-009.pdf" target="_blank">disponibile online</a>. <a href="#refmark-5">↵</a></li>
<li id="footnote-6" class="fn-text"> Solo per le edizioni 2011 e 2012 anche il premio internazionale è stato modificato per includere le manifestazioni della grafica nei diversi media. Ma dal 2013 il concorso è tornato a concentrarsi sul manifesto. <a href="#refmark-6">↵</a></li>
<li id="footnote-7" class="fn-text">  Il sito del CIG parla di 40.000 pezzi contemporanei che si aggiungono ai 5000 manifesti della collezione storica. Uno studio recente condotto sulle pratiche di digitalizzazione di tre collezioni, inclusa quella di Chaumont, riferisce che qui sono conservati circa 48.000 affiches, di cui 3000 sono già disponibili attraverso la base dati Flora; Emmanuelle Chevry Pébayle e Simona De Iulio, “Les collections d’affiches publicitaires numérisées: entre construction de l’offre et appropriations”, <em>Les Enjeux de l&#8217;Information et de la Communication</em>, 16/2, 2015, pp. 41-52, <a href="http://lesenjeux.u-grenoble3.fr/2015-dossier/03-dossier2015-Chevry-De_Iulio" target="_blank">disponibile online</a>.<br />
Per quanto riguarda l’accesso online del catalogo, attualmente non esiste una base dati dedicata e il catalogo è ospitato da e accessibile tramite il catalogo della Mediateca di Chaumont: http://silos.ville-chaumont.fr/flora/jsp/index2.jsp. Il catalogo è anche reso disponibile attraverso la banca dati Gallica della Bibliothèque nationale de France: <a href="http://gallica.bnf.fr/" target="_blank">http://gallica.bnf.fr/</a>.<a href="#refmark-7">↵</a></li>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.maddamura.eu/blog/language/it/lunga-vita-al-poster-lunga-vita-al-graphic-design/">Lunga vita al poster? Lunga vita al graphic design</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.maddamura.eu/blog/language/it">maddamura</a>.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.maddamura.eu/blog/language/it/lunga-vita-al-poster-lunga-vita-al-graphic-design/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Graphic design, esporre, curare / 6 – Non esporre?</title>
		<link>https://www.maddamura.eu/blog/language/it/graphic-design-esporre-curare-6-non-esporre/</link>
		<comments>https://www.maddamura.eu/blog/language/it/graphic-design-esporre-curare-6-non-esporre/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 03 Jun 2016 14:27:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[maddamura]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Curare]]></category>
		<category><![CDATA[Esporre]]></category>
		<category><![CDATA[Grafica]]></category>
		<category><![CDATA[Mostre]]></category>
		<category><![CDATA[Musei]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.maddamura.eu/blog/?p=490</guid>
		<description><![CDATA[<p>Se fino a tempi recenti qualcuno può aver temuto che l’esposizione del design privi quest’ultimo del suo significato e valore, rischiando di limitarne la comprensione, oggi ci si potrebbe chiedere</p>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.maddamura.eu/blog/language/it/graphic-design-esporre-curare-6-non-esporre/">Graphic design, esporre, curare / 6 – Non esporre?</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.maddamura.eu/blog/language/it">maddamura</a>.</p>
]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Se fino a tempi recenti qualcuno può aver temuto che l’esposizione del design privi quest’ultimo del suo significato e valore, rischiando di limitarne la comprensione, oggi ci si potrebbe chiedere se non si stia raggiungendo il polo opposto, ovvero una fase in cui è il senso dell’esporre e dell’apparato espositivo a essere privato di significato, o almeno frainteso nelle sue qualità specifiche, in virtù del design (per il design).<br />
Nel 2013 <strong><a href="http://www.on-curating.org/" target="_blank">oncurating</a></strong> –  una rivista online molto interessante, promossa dalla Zurich University of the Arts e dedicata alle pratiche e teorie curatoriali – ha dedicato un numero al tema <a href="http://www.on-curating.org/index.php/issue-17.html#.V1BCy2NXVrM" target="_blank">“Design Exhibited”</a>, il design esposto. Fra i contenuti della rivista c’era una riflessione sulla mostra come medium di produzione – “<strong>The exhibition as a medium of production</strong>” – una conversazione fra <strong><a href="http://master.design.zhdk.ch/personenangaben/sarah-owens" target="_blank">Sarah Owens</a></strong>, designer della comunicazione e teorica del design, e <strong>Urs Lehni</strong>, graphic designer svizzero, molto attivo nei settori culturale e artistico e, fra altre cose, fondatore dello studio Lehni-Trueb, di <a href="http://www.rollo-press.com" target="_blank">Rollo Press</a> e dello spazio culturale Corner College a Zurigo.<br />
In questa conversazione, Owens e Lehni discutono varie questioni relative all’esposizione del design e specificamente quelle che riguardano la presentazione del <strong>graphic design nel contesto espositivo</strong>. Facendo riferimento ad alcuni casi di mostre di grafica realizzate all’interno di spazi museali, centri culturali e nell’ambito di eventi temporanei, i due riflettono sui diversi tipi di esperienze che vengono offerte ai visitatori sull’impatto che simili iniziative possono avere, e sul genere di discorsi che sono in grado, o meno, di attivare e diffondere. La lettura di questo testo è interessante. Qui vorrei soffermarmi su un passaggio in particolare.<br />
All’inizio, <strong>Lehni</strong> racconta che quando gli venne conferito, qualche anno fa, il premio INFORM da parte del Museo di arte contemporanea di Lipsia, gli venne anche prospettata la possibilità di realizzare una mostra del suo lavoro: non era un obbligo – “<strong>There was no obligation to produce an exhibition</strong>” – spiega Lehni, tuttavia coloro che lo avevano preceduto, altri grafici che avevano ricevuto lo stesso premio – ultimo fra questi, Zak Kyes – avevano deciso di farla (si veda la mostra <em><a href="http://www.gfzk-leipzig.de/en/?p=1610" target="_blank">Zak Kyes Working With…</a></em> e la <a href="https://vimeo.com/45371087" target="_blank">presentazione del progetto fatta dallo stesso Kyes</a> in occasione della successiva tappa a Chicago). A parte esprimere la sua personale opinione in merito all’approccio “eccessivamente intellettuale” (“overly intellectual”) e referenziale della mostra di Kyes, Lehni racconta come nel suo caso, dopo aver valutato la ipotesi della mostra, egli ha deciso infine di fare qualcosa di diverso: invece di esporre il suo lavoro, ha proposto di progettare un sito web per il museo (a dire il vero non sono riuscita a sapere se questo progetto abbia avuto seguito).<br />
Ora, senza voler sovra-interpretare le motivazioni personali dei designer citati sopra, e senza voler determinare quale sia la direzione giusta, leggendo questa conversazione mi sono trovata a chiedermi se <strong>“non” fare una mostra</strong> – o non fare un progetto curatoriale – stia per diventare la prossima espressione estrema di un approccio critico al design…<br />
Scherzi a parte, è chiaro che ogni progetto di comunicazione richiede una riflessione critica in merito agli obiettivi e una valutazione in merito a quali siano i canali, i media, i formati e i contesti appropriati per raggiungerli. Ed è certo che <strong>non è obbligatorio fare una mostra</strong>.</p>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.maddamura.eu/blog/language/it/graphic-design-esporre-curare-6-non-esporre/">Graphic design, esporre, curare / 6 – Non esporre?</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.maddamura.eu/blog/language/it">maddamura</a>.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.maddamura.eu/blog/language/it/graphic-design-esporre-curare-6-non-esporre/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Graphic design, esporre, curare / 5 – Scuole d’esposizione</title>
		<link>https://www.maddamura.eu/blog/language/it/graphic-design-esporre-curare-5-scuole-desposizione/</link>
		<comments>https://www.maddamura.eu/blog/language/it/graphic-design-esporre-curare-5-scuole-desposizione/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 26 May 2016 14:16:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[maddamura]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Curare]]></category>
		<category><![CDATA[Educazione]]></category>
		<category><![CDATA[Esporre]]></category>
		<category><![CDATA[Grafica]]></category>
		<category><![CDATA[Mostre]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.maddamura.eu/blog/?p=484</guid>
		<description><![CDATA[<p>Le scuole di design hanno certamente un ruolo cruciale nel sostenere e diffondere certe idee e usi del medium espositivo. Chiunque abbia avuto modo di lavorare in una di queste</p>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.maddamura.eu/blog/language/it/graphic-design-esporre-curare-5-scuole-desposizione/">Graphic design, esporre, curare / 5 – Scuole d’esposizione</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.maddamura.eu/blog/language/it">maddamura</a>.</p>
]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Le scuole di design</strong> hanno certamente un ruolo cruciale nel sostenere e diffondere certe idee e usi del medium espositivo. Chiunque abbia avuto modo di lavorare in una di queste scuole, o di visitarne una, sa bene come la loro vita sia costellata di mostre e pervasa da una <strong>febbrile attività espositiva</strong> che può arrivare a una forma di ossessione – qualunque occasione diviene opportunità per esporre, e anche i corsi di scrittura creativa pretendono il loro spazio per presentare installazioni di fogli di carta… Esporre significa esistere, e viceversa, si direbbe.<br />
Certamente si comprende che esporre, ovvero presentarsi in pubblico, fa parte delle competenze che le scuole includono nella loro missione formativa: durante e alla fine dei semestri, in conclusione di un workshop, e naturalmente in occasione della discussione delle tesi, agli studenti di design viene generalmente richiesto di progettare e presentare il loro lavoro a colleghi, docenti, parenti, ospiti esterni…<br />
Le <strong>sessioni di laurea </strong>costituiscono un momento particolare in cui <strong>i confini fra progetto ed esposizione possono diventare sfumati</strong>, e le idee possono confondersi.<br />
Alla <strong>Facoltà di Design e Arti della Libera Università di Bolzano</strong> (dove ho avuto la possibilità di collaborare e insegnare negli anni scorsi), gli studenti che intendono laurearsi devono, per esempio, non solo presentare la cosiddetta “docu” – una documentazione a stampa, solitamente, un piccolo libro in cui illustrano il progetto e il processo seguito nello sviluppo della tesi – e un leporello – con immagini del risultato finale – ma devon anche prenotare e allestire uno spazio (solitamente all’interno dell’edificio universitario) in cui esporre il loro progetto e discuterlo davanti alla commissione. Dunque, in aggiunta al progetto stesso – che può essere qualunque cosa, da una giostra per bambini a un prototipo di mobile-cucina, da un paio di occhiali realizzati con stampa 3D a un videodocumentario – i laureandi devono sempre anche ideare e progettare un allestimento o una installazione. (Aggiungo che il piano di studi di questa facoltà include un insegnamento in Interior e Exhibition design).<br />
L’anno in cui stavo svolgendo ricerca sulla relazione tra graphic design, contesto espositivo e pratiche curatoriali, uno studente – <strong>Andreas Trenker</strong> – ha bussato alla mia porta chiedendomi se poteva raccontarmi la sua tesi, per sentire se avevo qualche commento da fare o spunto da dargli. Andreas era seguito da Giorgio Camuffo come relatore, e da Emanuela De Cecco, critica d’arte, come correlatore.<br />
Durante il nostro incontro, Andreas mi ha raccontato come, spinto da un interesse personale a comprendere meglio le condizioni di vita in zone di guerra, aveva deciso di visitare l’area lungo la <strong>striscia di Gaza</strong>. La sua visita e permanenza in questa zona era avvenuta proprio dopo la nuova esplosione del conflitto nel novembre del 2012. Nella città di Sderot e nel vicino kibbutz Nir’Am, Andreas aveva avuto la possibilità di incontrare molte persone di differenti età e condizioni sociali, aveva realizzato interviste, scattato foto, e aveva anche sviluppato un progetto in un bunker. Aveva anche preso molti appunti scritti e aveva chiesto ad alcuni insegnanti di far raccogliere su alcuni quaderni i disegni dei bambini, la rappresentazione dei loro sogni e desideri. Rientrato con tutto questo materiale, Andreas, come mi disse, non aveva intenzione di provare a “spiegare” il conflitto… Voleva piuttosto condividere l’esperienza molto personale che aveva fatto, eventualmente cercando, attraverso la sua presentazione, di sollevare riflessioni in altre persone, in merito alla militarizzazione della società israeliana. Ovviamente, come richiesto dalla Facoltà, Andreas avrebbe realizzato un libro di documentazione, una specie di diario del suo percorso. Ciò su cui invece non era ancora arrivato a una soluzione era il progetto e la sua esposizione. <strong>Quale era il progetto? E come presentarlo poi con un allestimento?</strong><br />
Mentre lui mi parlava e mostrava i suoi appunti, la mia impressione era che invece lui avesse davanti a sé una opportunità molto chiara: considerata la quantità di materiali diversi raccolti, e i diversi supporti e media usati, e considerata la sua intenzione di comunicare con a un pubblico la sua esperienza, mi sembrava che nel suo caso <strong>la mostra</strong> avrebbe potuto essere non la mera mediazione di un progetto “altro” ma <strong>il progetto stesso</strong>. Poteva sembrare una sfumatura, ma si trattava in realtà di considerare in maniera radicalmente diversa il senso della mostra/allestimento nel suo progetto di tesi. Di questo cominciammo a parlare.<br />
Sebbene nelle settimane seguenti io abbia incontrato ancora Andreas nei corridoi, non ho seguito lo sviluppo del suo progetto, che ho visto solo una volta completato, il giorno della discussione della tesi.<br />
Il suo progetto consisteva in un exhibit, una struttura di legno (smontabile e trasportabile) che replicava le esatte dimensioni del bunker in cui era stato. Questa struttura fungeva da supporto per vari materiali e media – testi, foto, libriccini, proiezioni video, e registrazioni audio. Il colore rosso era usato come elemento unificante, un riferimento al segnale d’allarme Tzeva Adom (appunto, colore rosso) usato dalle forze di Difesa israeliana per allertare la popolazione dell’arrivo di attacchi palestinesi – e lo stesso audio del segnale “<strong>Tzeva Adom</strong>” era periodicamente ripetuto all’esterno dell’installazione. Il progetto di mostra portatile di Andreas ha ricevuto il plauso dei colleghi ed è stato positivamente valutato dalla commissione di laurea.<br />
Ovviamente, non sto rivendicando merito alcuno su questo progetto – Andreas è uno di quegli studenti dotati e determinati a cui non servono molti consigli, e, del resto, aveva anche due attenti supervisori. Semplicemente io gli ho dato – come lui ha scritto nella sua tesi – “<strong>einen guten Ratschlag</strong>”, un buon consiglio.</p>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.maddamura.eu/blog/language/it/graphic-design-esporre-curare-5-scuole-desposizione/">Graphic design, esporre, curare / 5 – Scuole d’esposizione</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.maddamura.eu/blog/language/it">maddamura</a>.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.maddamura.eu/blog/language/it/graphic-design-esporre-curare-5-scuole-desposizione/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Graphic design, esporre, curare / 4 – Esporre è progettare?</title>
		<link>https://www.maddamura.eu/blog/language/it/graphic-design-esporre-curare-4-esporre-e-progettare/</link>
		<comments>https://www.maddamura.eu/blog/language/it/graphic-design-esporre-curare-4-esporre-e-progettare/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 28 Apr 2016 13:32:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[maddamura]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Curare]]></category>
		<category><![CDATA[Esporre]]></category>
		<category><![CDATA[Grafica]]></category>
		<category><![CDATA[Mostre]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.maddamura.eu/blog/?p=482</guid>
		<description><![CDATA[<p>Parlare di graphic design ed esposizioni oggi significa affacciarsi su un paesaggio in cui i designer stessi sono in prima fila. Mentre possiamo continuare a discutere (si veda il post</p>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.maddamura.eu/blog/language/it/graphic-design-esporre-curare-4-esporre-e-progettare/">Graphic design, esporre, curare / 4 – Esporre è progettare?</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.maddamura.eu/blog/language/it">maddamura</a>.</p>
]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Parlare di graphic design ed esposizioni oggi significa affacciarsi su un paesaggio in cui i designer stessi sono in prima fila. Mentre possiamo continuare a discutere (si veda <a href="http://www.maddamura.eu/blog/language/it/graphic-design-esporre-curare-2-chaumont-2015/" target="_blank">il post precedente</a>) su come si espone il graphic design e se sia sensato farlo, <strong>i graphic designer stessi si sono dimostrati alquanto interessati nelle attività espositive</strong>. Come il progetto editoriale – il libro, la rivista – qualche anno fa, oggi le mostre sono viste dai designer come una piattaforma per disseminare e produrre nuovo lavoro, per collaborare con colleghi, per incontrarsi e per condividere esperienze e riflessioni. Accanto alla occasionale presentazione del loro lavoro, in mostre individuali o collettive, nell’ultimo decennio vari designer si sono specificamente impegnati nella produzione di progetti e installazioni ad hoc e nella organizzazione di piccole mostre in diversi contesti – incluse le istituzioni culturali che sono loro clienti e con cui collaborano, o i loro stessi studi e uffici, opportunamente trasformati in spazi culturali.<br />
Il fenomeno, certo, è piccolo ma piuttosto evidente, specialmente fra i designer cosiddetti “indipendenti” che lavorano nel settore dell’arte e della cultura, seguiti da molti studenti che spesso sono loro allievi presso vari Master in Europa e Nord America, allenati a esplorare le relative libertà dei lavori self-initiated e a presentarli ai loro pari (su questo tornerò in seguito).<br />
I designer impegnati in attività espositive sembrano considerarle ormai parte della loro pratica quotidiana, e alcuni dichiarano che essere un curatore è di per sé una modalità di svolgere l’attività progettuale – con varie declinazioni, da quella più “editoriale” a quella più “autoriale”. In questi anni sono stati esplorati <strong>vari concetti e modalità espositivi</strong>: oltre la formula più tradizionale della mostra-portfolio, si sono viste mostre concepite per presentare il processo che sta dietro ai progetti esposti; mostre di progetti editoriali che generano altri prodotti editoriali; mostre di materiali a stampa che poi diventano oggetto di altre mostre e viceversa, in una specie di infinito gioco di specchi; installazioni e re-installazioni site-specific; mostre dove i visitatori possono comporre il loro catalogo; mostre che sembrano <em>rendez-vous</em> fra i grafici e i loro simpatizzanti, in cui vengono discorsi e nuovi lavori; designer che si mettono in mostra mentre producono il loro lavoro… (Di questo ho scritto con Giorgio Camuffo nella introduzione al libro <em><a href="http://bupress.unibz.it/it/graphic-design-exhibiting-curating.html" target="_blank">Graphic design, exhibiting, curating</a></em>)<br />
In breve, ogni preesistente (e presunto) tabù che i grafici potevano avere rispetto al contesto espositivo sembra essere svanito.<br />
Questa liberazione è certamente positiva: le mostre sono un momento organizzativo fondamentale nella vita della comunità del design, sono occasioni per presentare e far circolare il proprio lavoro, per incontrarsi direttamente con un pubblico, e, chiaramente, per costruirsi una reputazione. In definitiva aiutano a mantenere viva l’attenzione e la motivazione.<br />
Tuttavia, riguardato da una certa distanza, questa fenomenologia di eventi rivela <strong>alcune tendenze che meritano di essere segnalate e discusse</strong>.<br />
<strong>In primo luogo</strong>, si può osservare, da un lato, una tendenza a etichettare qualsivoglia presentazione/esposizione di materiale grafico, o dei designer stessi, come una “mostra” o un progetto “curato”, dall’altro a equiparare un po’ ingenuamente la organizzazione e cura di una mostra al fare un progetto di grafica e un layout.<br />
<strong>In secondo luogo</strong>, mi pare riduttivo che gran parte dell’investimento da parte dei grafici in attività espositive si concentri su queste come opportunità di auto-riflessione individuale o collettiva – come se la motivazione principale e più urgente per adottare il formato della mostra, e di comunicare con un allestimento, fosse produrre e generare qualche forma di discorso su se stessi, fra i propri pari. Accanto al feticismo, del resto, l’autoreferenzialità è una delle questioni più ricorrenti all’interno del campo del graphic design. Ad essa si lega anche l’apparente ossessione per la ri-mediazione del proprio lavoro che sembra caratterizzare molte delle iniziative espositive avviate dai grafici. Certo, la mediazione è al cuore del progetto grafico, è quel che i designer affrontano ogni giorno nei loro lavori, non da ultimo quando affrontano progetti di mostre per i loro clienti: devono rendere visibile, sostenere ed espandere la vita di opere, storie, idee, oggetti. Dunque non sorprende che adottino un simile approccio anche nelle loro installazioni… Se non che, quando il contenuto o la storia da comunicare è il loro stesso lavoro, il risultato rischia di rivelarsi un mero esercizio di bravura, di fronte al quale non si sa più cosa si debba guardare, ovvero se ci sia davvero un messaggio. Da questo punto di vista, se i graphic designer, come si auspica, continueranno a esplorare il medium espositivo, c’è da augurarsi che riescano a uscire dal cerchio ristretto della propria affermazione autopoietica.<br />
<strong>Infine</strong>, oltre ma anche dietro ai rischi sopra menzionati, non si può non notare come problematico il fatto che l’interesse dei designer per il format espositivo appaia <strong>influenzato dagli approcci e dai valori circolanti nel sistema dell’arte</strong> – una influenza che rischia di limitare la loro capacità di visione e apertura rispetto ai possibili utilizzi del medium espositivo.<br />
Come menzionato sopra, i designer maggiormente coinvolti in progetti curatoriali ed espositivi sono quelli che operano al servizio del mondo dell’arte, in specie dell’arte contemporanea. Effettivamente <strong>questo sistema, negli anni recenti, ha offerto ai grafici un certo spazio di collaborazione</strong> e ricerca in cui essi hanno potuto dare sfogo alle loro ossessioni e al loro feticismo – uno spazio che si è aperto, non da ultimo, come effetto della nuova ondata di “demistificazione” che ha spinto vari artisti e curatori a riconoscere e includere nei loro interventi molte delle componenti materiali della produzione e mediazione artistica, inclusi appunti tutti quei formati come cataloghi, brochure e manifesti che sono il pane quotidiano dei graphic designer. Si è dunque sviluppato un certo terreno di dialogo fra gli attori del mondo dell’arte e i graphic designer, i quali ultimi hanno mostrato un progressivo assorbimento di attitudini e concetti derivati proprio dalla elaborazione artistica – come per esempio testimonia la circolazione anche nella comunicazione del design di termini come “relazionale”, “collaborativo”, “performativo”, e naturalmente “curatoriale”. Lo stesso aumento di interesse da parte dei graphic designer per il contesto espositivo si può collocare in questo processo, come evidenzia anche il fatto che nelle dichiarazioni e testi di alcuni designer/curatori ricorrono preferibilmente riferimenti a mostre d’arte e alla tradizione curatoriale dell’arte contemporanea. (Emblematici in questo senso sono due cataloghi di mostre di graphic design usciti nel 2012: <em<a href="http://www.sternberg-press.com/index.php?pageId=1352" target="_blank">>Zak Kyes Working with&#8230;</a></em>, Berlin: Sternberg Press, e <em><a href="http://widewhitespace.net" target="_blank">Wide White Space: The Way Beyond Art</a></em> a cura di Jon Sueda, Los Angeles: CCA Wattis Institute for Contemporary Arts.)<br />
Ora, se è certamente importante che i designer che intendono specializzarsi e lavorare al servizio della mediazione e produzione artistica abbiano una comprensione di questo settore, delle sue pratiche, tradizioni e discorsi, questa conoscenza non deve essere confusa per una conoscenza del mezzo espositivo e delle sue potenzialità, che sono ben più articolate ed estese. La curatela e l’exhibition making artistici non esauriscono infatti tutte le possibilità d’uso del formato espositivo. E da questo punto di vista, lo studio e la riappropriazione critica della più ampia storia ed evoluzione dell’exhibition design potrebbe essere una direzione da percorrere da parte di quei designer che oggi vogliono comunicare attraverso le mostre.</p>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.maddamura.eu/blog/language/it/graphic-design-esporre-curare-4-esporre-e-progettare/">Graphic design, esporre, curare / 4 – Esporre è progettare?</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.maddamura.eu/blog/language/it">maddamura</a>.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.maddamura.eu/blog/language/it/graphic-design-esporre-curare-4-esporre-e-progettare/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Graphic design, esporre, curare / 3 – Una tipologia</title>
		<link>https://www.maddamura.eu/blog/language/it/graphic-design-esporre-curare-3-una-tipologia/</link>
		<comments>https://www.maddamura.eu/blog/language/it/graphic-design-esporre-curare-3-una-tipologia/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 28 Feb 2016 17:26:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[maddamura]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Curare]]></category>
		<category><![CDATA[Esporre]]></category>
		<category><![CDATA[Grafica]]></category>
		<category><![CDATA[Mostre]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.maddamura.eu/blog/?p=455</guid>
		<description><![CDATA[<p>Mostrare è una modalità per comunicare, per attivare una relazione e la produzione di significati. Spesso gli studenti che si interessano di pratiche espositive e design si chiedono come sia</p>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.maddamura.eu/blog/language/it/graphic-design-esporre-curare-3-una-tipologia/">Graphic design, esporre, curare / 3 – Una tipologia</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.maddamura.eu/blog/language/it">maddamura</a>.</p>
]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Mostrare è una modalità per <strong>comunicare</strong>, per attivare una relazione e la produzione di significati. Spesso gli studenti che si interessano di pratiche espositive e design si chiedono come sia meglio esporre, quali sono le buone e le cattive mostre, o come si “deve” o “dovrebbe” esporre. Concludendo il post precedente, scrivevo che in definitiva organizzare una mostra comporta affrontare alcune domande fondamentali come: perché? per chi? cosa? come? Mentre, chiaramente, <strong>non esiste una risposta unica</strong> o migliore in assoluto, <strong>tornare alle basi</strong>, ai fondamenti, può essere utile per orientarsi, per affrontare il progetto di una mostra, così come per comprendere e riflettere sulle mostre che visitiamo.</p>
<p>Una guida importante in questa direzione si può trovare in un testo di <strong>Giovanni Anceschi</strong> – designer della comunicazione visiva e teorico che più volte si è occupato di fondamenti e del mostrare come comunicazione e come attività registica.<br />
Il testo in questione è “<strong>Le strutture ostensive della scena narrativa</strong>”, apparso nel 1991 nel catalogo di una mostra dedicata a celebrare trent’anni di Salone del mobile.<a id="refmark-1" class="fn-ref-mark" href="#footnote-1"><sup>1</sup></a> Ragionando di media, spettacolo ed esposizioni, e prendendo spunto dalle ricerche neoretoriche degli anni sessanta, in esso Anceschi avanzava una “<strong>tipologia delle forme-mostra</strong>” dal punto di vista “comunicazionale”.</p>
<p>Il catalogo di possibilità che Anceschi propone in questa tipologia si fonda sulla definizione di due poli/estremi basati sullo “stile complessivo dell’argomentazione” e del tipo di “<strong>intenzione comunicativa</strong>” ovvero dell’“effetto previsto o atteso” rispetto ai quali viene declinata una analisi delle mostre secondo diversi aspetti.<br />
<strong>Un estremo/polo è quello della trasmissione o della informazione</strong>, rappresentato dai sotto-insiemi delle mostre didattiche (che promuovono un certo processo conoscitivo verso il destinatario) e delle mostre puramente informative. <strong>L’estremo opposto è invece quello della persuasione</strong>, delle mostre che vogliono convincere di qualcosa. Sotto questa categoria ricadono le mostre “agitatorie”, che intendono promuovere una attività specifica e modificare il comportamento delle persone (incluso indurre all’acquisto di qualcosa, per intendersi) e le mostre propagandistiche, che esigono piuttosto che il destinatario si formi una certa idea o valutazione/giudizio delle cose (includendo tanto le grandi esposizioni, rivolte alla massa del pubblico, quanto le mostre esclusive ed elitarie della galleria d’arte). Mentre le mostre informative – aggiunge Anceschi – sono paragonabili a un prodotto editoriale, a una pubblicazione che si rivolge a un lettore che vuole imparare, l’insieme delle mostre persuasorie è piuttosto simile al negozio, dove emittente e destinatario si comportano secondo le logiche della offerta e della domanda.</p>
<p>Nel suo testo Anceschi prosegue esaminando più in dettaglio i diversi aspetti identificativi delle due famiglie di mostre, a partire dai modelli concettuali che le sostengono, per arrivare al ruolo dell’exhibition designer e alle tecniche espositive.<br />
Il modello concettuale presupposto nelle mostre informative è il <strong>flusso di informazioni</strong>, l’idea della emissione/trasmissione di informazioni attraverso un canale; i contenuti sono centrali, e quel che si espone in mostra – oggetti o testi – ne è semplicemente la metafora. In questo tipo di mostra, il destinatario è visto come un pubblico che riceve passivamente i contenuti, seguendo un percorso che è dato, chiuso, da seguire diligentemente muovendosi come lungo una “<strong>stringa</strong>”. Un esempio estremo è la mostra composta da una sequenza di pannelli, che prevede e impone una lettura lineare. In questo genere di mostre il designer, osserva Anceschi, si comporta come un <strong>traduttore</strong> di intenzioni comunicative di partenza, che gli vengono fornite.<br />
Dall’altra parte, il modello concettuale delle mostre di tipo persuasivo è quello della <strong>mise en scène</strong>: al centro non sono tanto i contenuti e le informazioni ma soprattutto le percezioni e il pubblico. Il destinatario è considerato una componente centrale e costitutiva del processo di comunicazione e il percorso di visita è più libero, con diversi gradi di apertura e apparente casualità. È attraverso le scelte che lo spettatore può fare lungo di esso che nella sua mente si forma l’effetto complessivo, e il processo comunicativo si compie. Dal punto di vista morfologico, se la mostra informativa assomiglia a una stringa, la mostra persuasiva assomiglia piuttosto a una enciclopedia da consultare, oppure una rete o un ipertesto che consente al visitatore di saltare da una impressione all’altra. In questo tipo di mostre, il progettista interviene come un interprete, un <strong>regista</strong> che attinge a competenze e modi caratteristici dell’universo dello spettacolo per valorizzare l’oggetto e i materiali esposti: mettendo in luce molteplici aspetti dell’oggetto in mostra, prefigurando le possibili viste che ne avrà il visitatore, predisponendo buone inquadrature (eventualmente anche cancellando la “preesistenza dell’espressività architettonica”), il designer costruisce uno story board ideale, definisce il palcoscenico che permette di attivare la “funzione ostenstiva”. All’estremo, questo genere di mostra può attuarsi in uno spazio vuoto “disseminato di apparizioni” fra cui il visitatore si può muovere con fare ludico e curioso, seguendo la suggestione di oggetti, informazioni e sensazioni, fino al limite di “perdersi nella ricchezza sensoriale degli oggetti ambientati per ritrovarsi ad ogni cambiamento di sala-scena”.</p>
<p>Come Anceschi stesso avvertiva, questa catalogazione delle modalità espositive non è che <strong>un metro di riferimento</strong>, costruita com’è nell’ottica del “messaggio prevalente” o della intenzione prevalente. Nella realtà “nessun tipo è un tipo puro” e “[o]gni manifestazione comunicativa è un mix di componenti – agitatoria, propagandistica, didattica o semplicemente notificatoria – più o meno sviluppate”. Aggiungiamo pure che negli ultimi anni nuove possibilità e modalità sono venuti ad arricchire la pratica e il discorso delle mostre – pensiamo solo alla dimensione relazionale, discorsiva, e performativa che tanto piacciono al sistema dell’arte oppure all’esperienza di visita “aumentata” grazie all’utilizzo di dispositivi digitali e multimediali. Anche alla luce di queste direzioni, tuttavia, la tipologia di Anceschi – che parlando di messa in scena, registica e coreografia si riferisce tanto agli oggetti quanto alle persone – rimane un valido e utile strumento di chiarificazione e orientamento.</p>
<p>(Vedi gli <a href="http://www.maddamura.eu/blog/language/it/category/esporre/" target="_blank">articoli correlati</a>.)</p>
<p><span id="fn-heading"><strong>Note</strong></span></p>
<ol>
<li id="footnote-1" class="fn-text">Giovanni Anceschi, “Le strutture narrative della scena ostensiva”, in <em>1961-1991 Mobili italiani: Le Varie Età dei linguaggi</em>, Milano: Cosmit, pp. 111-116.<a href="#refmark-1">↵</a></li>
</ol>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.maddamura.eu/blog/language/it/graphic-design-esporre-curare-3-una-tipologia/">Graphic design, esporre, curare / 3 – Una tipologia</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.maddamura.eu/blog/language/it">maddamura</a>.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.maddamura.eu/blog/language/it/graphic-design-esporre-curare-3-una-tipologia/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>
