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	<title>maddamura.eu &#187; Material culture</title>
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		<title>Memorie, oggetti, cari estinti:nello Spazio, sotto terra, nella rete o in un museo?</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Feb 2008 15:42:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maddalena Dalla Mura]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Si penserà che non val nemmeno la pena di ragionar di loro, insomma «guarda e passa». Tuttavia, trovandoci a riprendere, dopo che altre cose ci han distratti – precisamente mi han distratta, ché una sono, dietro il noi –, decidiamo di farlo con un pezzo facile. Però partiamo da lontano, tanto per allargare il tratteggio.Nel &#8230; <a href="https://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/memorie_oggetti_cari_estinti/" class="more-link">Continue reading <span class="screen-reader-text">Memorie, oggetti, cari estinti:<br/>nello Spazio, sotto terra, nella rete o in un museo?</span></a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Si penserà che non val nemmeno la pena di ragionar di loro, insomma «guarda e passa». Tuttavia, trovandoci a riprendere, dopo che altre cose ci han distratti – precisamente mi han distratta, ché una sono, dietro il noi –, decidiamo di farlo con un pezzo facile. Però partiamo da lontano, tanto per allargare il tratteggio.<a href="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2008/02/caroestinto4.jpg" title="caroestinto1"><img src="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2008/02/caroestinto4.jpg" alt="caroestinto1" /></a>Nel <strong>1938</strong>, per l’<strong>Expo di New York</strong> del 1939, la Westinghouse Electric &amp; Manufacturing Company decise di realizzare la prima “<strong>Time Capsule</strong>”, una capsula concepita per contenere – sotto le categorie Small articles of common use, Textiles and materials, Miscellaneous items, Essay in microfilm, bobine RKO – materiali, semi, tessuti, artefatti vari, libri, riviste e microfilm pensati per essere riesumati a distanza di 5000 anni. Un tentativo di preservare in uno la storia della nostra (noi chi?) civiltà. Sepolta 50 piedi sotto terra, sotto il parco Flushing Meadows – sede dell’Expo – la prima capsula fu seguita nel <strong>1964</strong>, sempre in occasione dell’Expo a New York, da una sorella, “<strong>Time Capsule II</strong>”, sepolta nella stessa area, a poca distanza, anch’essa ideata – con diversi contenuti secondo cinque categorie, Articles in common use, Atomic energy, Scientific developments, Space, Other – per essere aperta nel 6939. Al fine di assicurare il rinvenimento di tale preziosa memoria e, inoltre, la possibilità di comprenderla e utilizzarla, già nel 1938 fu stampato un <strong>libro</strong> – stampato in 3000 copie e inviato a biblioteche e musei (oggi reperibile anche online da <a href="http://www.archive.org/details/storyofwestingho00pendrich">www.archive.org/</a>), con un aggiornamento nel 1965 – contenente riferimenti utili a collocare nel tempo e nello spazio le capsule (il 1939 in particolare). Non solo, pensato per essere letto anche da civiltà future, il libro contiene la propria stessa chiave di lettura, ovvero un sistema di illustrazioni che dovrebbero aiutare gli archeologi del settimo millennio a interpretare la lingua inglese. Per ogni altro dettaglio si rimanda ora alla dettagliata pagina di <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Cupaloy">Wikipedia</a>, da cui ricaviamo anche che è disponibile un <strong>filmato</strong> d’epoca, estratto da “<a href="http://www.youtube.com/watch?v=L3Cke2wm6T8">The Middleton Family at the New York World’s Fair</a>” parte della collezione “1939-40 New York World’s Fair”; mentre immagini dal Westinghouse Museum, che includono anche la replica della capsula, possono essere trovate <a href="http://smg.photobucket.com/albums/v221/jmcsweeny/Westinghouse%20Museum/">qui </a>; infine, la lista dei contenuti inseriti nelle due capsule si trova anche <a href="http://davidszondy.com/future/timecapsule/timecontents.htm#list">qui</a>.Trascurando le esperienze che certo molti di noi hanno fatto nella loro infanzia (chi non ha seppellito in giardino un vasetto con monetine e soldatini?), l’idea di <strong>realizzare capsule del tempo</strong>, da allora, ha avuto seguito, in vari paesi e in varie forme, dalla sepoltura di “previsioni futuristiche” – come quella del “Chicago Daily Tribune”, sigillata nel 1958 per essere aperta nel 2000 (ricaviamo la notizia da <a href="http://www.paleofuture.com/2007/05/year-2000-time-capsule-1958.html">www.paleofuture.com</a>) – alla capsula realizzata in occasione di un’altra Expo, quella di <strong>Osaka nel 1970</strong>, contenente 2098 pezzi, fino al progetto per una sorta di monumento-piramide per contenere 120.000 capsule, il Millenium project (che tuttavia, a giudicare dal <a href="http://www.ustimecapsule.com/core.html">sito relativo</a>, del 1997, pare essere finito nel vuoto, e non indaghiamo oltre)&#8230; rimandiamo per qualche ulteriore ragguaglio a due articoli su <a href="http://www.americanheritage.com/articles/magazine/ah/1999/7/1999_7_88.shtml">www.americanheritage.com</a> e <a href="http://www.repubblica.it/wwwrepubblicaweb/internet/102399/ricordi.html">www.repubblica.it</a>.<a href="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2008/02/caroestitnto1.jpg" title="caroestinto2"><img src="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2008/02/caroestitnto1.jpg" alt="caroestinto2" /></a>Nel <strong>1948</strong> <strong>Evelyn Waugh</strong> scrisse un breve romanzo dal titolo <strong><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/The_Loved_One">The Loved One: An Anglo-American Tragedy</a></strong>  – in italiano <strong>Il caro estinto</strong> –, da cui nel <strong>1965</strong><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Tony_Richardson"> <strong>Tony Richardson</strong></a> – sulla base della sceneggiatura di Terry Southern http://en.wikipedia.org/wiki/Terry_Southern (lo stesso di Dr. Strangelove / Il dottor Stranamore) e Christopher Isherwood – trasse l’omonimo, <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/The_Loved_One_(film)">bellissimo, film</a>. Oltre il cuore del racconto – su cui pensiamo di tornare in seguito, per il ricco calderone di spunti, fra memoria, imbellettamento, falsificazione, ricostruzione –, fra le varianti e variazioni adottate in sede cinematografica una gustosissima trovata è quella dell’<strong>invio nello spazio dei corpi dei cari estinti</strong>, ultimo traguardo dell’arte funeraria.<a href="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2008/02/caroestinto2.jpg" title="caroestinto3"><img src="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2008/02/caroestinto2.jpg" alt="caroestinto3" /></a>Nel <strong>1972</strong> e nel <strong>1973</strong>, le sonde spaziali <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Pioneer_10">Pioneer 10</a> – la prima a inviare immagini di Giove e il primo «oggetto creato dall’uomo a lasciare il sistema solare» – e <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Pioneer_11">Pioneer 11</a>  – anch’essa passata per Giove, e la prima sonda a osservare Saturno, prima di uscire del pari dal sistema solare – furono dotate, fra le altre cose, di <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Pioneer_plaque">una <strong>placca</strong></a>recante un «<strong>messaggio dell’umanità</strong>» verso eventuali forme di vita intelligente extraterrestri. La piastra (15,2&#215;22,9 cm), in alluminio anodizzato dorato, recava incise – su progetto di <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Carl_Sagan">Carl Sagan</a> e <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Frank_Drake">Frank Drake</a> – le rappresentazioni simboliche della sonda stessa, della transizione dell’idrogeno (ritenuto l’elemento maggiormente presente nell’Universo), delle figure dell’uomo e della donna, della posizione relativa del sole nella galassia e  di 14 pulsar, e del sistema solare.<a href="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2008/02/caroestinto3.jpg" title="caroestinto4"><img src="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2008/02/caroestinto3.jpg" alt="caroestinto4" /></a>In seguito, la <strong><a href="http://www.nasa.gov">NASA</a></strong> decise di realizzare un messaggio più «esteso ed eclettico», una sorta di storia/compendio del nostro pianeta, per forme di vita extraterrestre oppure terrestre, ma del futuro, da includere nel programma <a href="http://voyager.jpl.nasa.gov/"><strong>Voyager</strong></a>. Il risultato fu il <a href="http://voyager.jpl.nasa.gov/spacecraft/goldenrec.html"><strong>Voyager Golden  Record</strong></a>, inserito nelle sonde <strong>Voyager 1</strong> e <strong>2</strong>, entrambe lanciate nel <strong>1977</strong>. Il disco, in rame placcato d’oro, conteneva – contiene – una selezione di immagini e suoni operata da un comitato presieduto da Carl Sagan (si veda anche Murmurs of Earth Clavicembalo ben temperato): 115 immagini e una varietà di suoni naturali (dal tuono agli uccellini), 90 minuti di musiche rappresentative di diverse culture (fra cui il Clavicembalo ben temperato di Bach, eseguito da Gould&#8230; niente di italiano, invece <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Voyager_Golden_Record">a quanto pare</a>), saluti espressi in 55 lingue del mondo (italiano incluso) e i messaggi di Jimmy Carter e dell’allora segretario generale delle Nazioni Unite, Kurt Waldheim.<a href="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2008/02/caroestinto5.jpg" title="caroestinto5"><img src="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2008/02/caroestinto5.jpg" alt="caroestinto5" /></a>Tra le altre <strong>iniziative più recenti </strong>e fresche di idee, abbiamo trovato segnalato un concorso di bellezza di raffinata concezione e destinato a proiettarsi nel futuro, proprio qui in Italia! Si tratta del progetto <strong>Pulchra</strong>, che come leggiamo dal <a href="http://www.pulchra.org/">sito</a> è «un concorso che riguarda <strong>la bellezza artificiale</strong>, <strong>più precisamente quella degli oggetti</strong>. Ogni anno, per dieci anni, verranno presentati al pubblico cento oggetti, scelti, da una commissione di esperti, per la loro bellezza. Il pubblico voterà, per un intero anno, per stabilire quali siano i dieci oggetti più belli tra i cento in concorso; a fine anno i cento oggetti saranno classificati da uno a cento, in funzione del numero di voti presi da ognuno. [&#8230;] I dieci oggetti vincitori del concorso, <strong>verranno rinchiusi in una capsula</strong> di acciaio e sepolti in un parco pubblico. Sopra a questo interramento si costruirà un giardino. Anno dopo anno, nel parco, in superficie, crescerà un mosaico di piccoli giardini d’autore e, sottoterra, crescerà un museo della bellezza artificiale del nostro tempo, accessibile solo agli archeologi che lo troveranno, forse, tra mille anni». Ora, senza nemmeno voler esplorare la ratio precisa della specificazione “artificiale” vicino a “bellezza”, anche il solo pensiero di voler seppellire la bellezza fa rabbrividire, quanto meno. Ma quali sono questi cento oggetti selezionati dalla commissione di esperti? Si va dalla Marathon Vintage di Adidas all’Olio Sasso, dal diamante Leo Cut allo scarpone da sci Tecnica, dalla boccetta di CKOne alle scarpe Clarks, dalla Lady Arflex al Sacco Zanotta&#8230;Qualche perplessità sull’iniziativa viene dalla ignota commissione di <strong>ignoti esperti</strong>, dei quali infatti non è dato in alcun modo conoscere i nomi (del resto il regolamento è fitto di dichiarazioni “non responsabilità” da parte degli ideatori), come pure dall’assenza di riferimenti a società, persone identificabili. È per questo, anche, che tanto vale guardare e passare avanti, almeno finché – se a qualcuno interessi – non saranno svelati i voti e i vincitori, e forse i nomi allora compariranno (ma i 10.000 euro si vincono quest’anno o allo scadere del decennio). Era solo così&#8230; <strong>tanto per scrivere qualcosa</strong>. Comunque, se qualcuno fosse allettato, non si faccia tante illusioni, il regolamento è ferreo: il voto è gratuito –pensa un po’ – ma non si può votare più di una volta al giorno.<a href="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2008/02/caroestinto6.jpg" title="caroestinto6"><img src="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2008/02/caroestinto6.jpg" alt="caroestinto6" /></a>Mentre c’è chi vuol seppellire la memoria sotto terra, c’è anche chi si ostina a moltiplicare le <strong>iniziative virtuali</strong>. Ultimo – anche se il progetto non nasce oggi – è il <strong>MuViUS</strong>, il Museo Virtuale del Design, realizzato da <a href="http://www.ufficiostile-online.it/">Ufficio Stile</a>. Per fortuna, come dichiarato nella presentazione, «MuViUS non ha la velleità di aggiungersi ai prestigiosi musei già esistenti – reali e virtuali – che con il contributo di qualificati curatori, critici ed esperti hanno selezionato i pezzi più rappresentativi del design internazionale». Intento è invece «<strong>costruire un percorso nell’evoluzione culturale degli spazi collettivi</strong> degli ultimi 40 anni, fatto di piccoli tasselli. Abbiamo offerto a ciascuno la possibilità di esprimere il proprio punto di vista, di proporre un pezzo “innovativo”, di scegliere un prodotto con un ruolo importante nella storia del design oppure nella propria storia di progettista o di azienda». Come si riesca a creare un percorso fatto di tasselli soggettivi è per noi <strong>arduo da comprendere</strong>. E, anche qui, chi sono poi questi esperti selezionatori? <strong>Gli autori stessi</strong> dei prodotti, di aziende che vanno da 3M Italia a Tecno, da Herman Miller a Zumtobel. Per ognuno dei prodotti scelti è possibile accedere a una “scheda” che fornisce risposta alla domanda “<strong>Perché questo prodotto è un pezzo da museo</strong>?”, indicazione del “Main concept o Commento del designer che esprima la caratteristica innovativa del prodotto” e delle “Sintetiche caratteristiche del prodotto”. Tanto per rendere l’idea, per la sedia Chorus di Mascagni, disegnata da Lucci Orlandini nel 1996, la motivazione del perché dovrebbe stare in un museo è che «nonostante 11 anni di produzione il design di questa seduta si dimostra di essere ancora più che fresco fino ad essere, a tutt’oggi uno dei prodotti più copiati sia in Italia che e all&#8217;estero»; e, lasciando a ciascuno la possibilità di leggere per proprio conto le altre motivazioni, citiamo almeno il purificatore d’aria 3M, su progetto Pininfarina, del 2006, per il quale si arriva a un vero e proprio saggio in puro stile comunicato stampa: «questo prodotto nasce dalla lunga e proficua partnership tra 3M e Pininfarina, ove l’italian style si sposa con l’esperienza e le tecnologie di 3M, una sinergia tra due compagnie che da sempre eccellono nell’innovazione. Il purificatore d’Aria Ultrapiatto Filtrete è un pezzo di design assolutamente unico, un prodotto desiderabile, oltre che sempre più richiesto nei nostri inquinatissimi centri abitati che non fa fatica ad emergere nel mercato attuale. Dopo un’attenta analisi della concorrenza l’obiettivo era progettare un oggetto unico, di facile utilizzo e veramente riconoscibile. Alla luce del risultato si può dire che i propositi siano stati ampiamente soddisfatti dai risultati: quello che è nato è un prodotto assolutamente nuovo, curato in ogni minimo dettaglio, dalla forma sensuale che fa sì che il prodotto sembri quasi respirare». Ecc. ecc. ecc.Non si fraintenda, però. Che una rivista dedicata al mondo dell’ufficio voglia fare una proposta, una selezione di pezzi da mettere online, tanto per segnare i propri interessi e gusti, <strong>ci pare più che lecito</strong>&#8230;Ma – sono i precedenti ormai che si accumulano nella nostra mente – <strong>perché tutti, ultimamente, abbian voglia di fare musei che non sono musei</strong> ci resta oscuro, e c’infastidisce pure un poco.Musei senza collezioni, musei senza sedi, collezioni senza curatori, esposizioni senza criteri e percorsi, musei e reti virtuali senza corrispondenti reali, musei e mostre di oggetti senza oggetti&#8230;<strong>Guarda e passa</strong>.</p>
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		<title>Esposizioni e parole #3 + identità Museo ferroviario di Trieste</title>
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		<pubDate>Tue, 18 Dec 2007 10:20:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maddalena Dalla Mura]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Ancora parole. Parole vicino, sopra, intorno agli oggetti. Racconti, spiegazioni, visite guidate. Parole sotto, vicino, intorno alle immagini degli oggetti. Cartellini, targhe, didascalie.Poiché non c’è due senza tre, restiamo a Trieste ancora, e guardiamo al Museo ferroviario nella ex stazione di Campo Marzio. Si tratta di un museo “ferroviario”, appunto (non della scienza e della &#8230; <a href="https://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/museo_ferroviario_trieste/" class="more-link">Continue reading <span class="screen-reader-text">Esposizioni e parole #3 + identità<br/> Museo ferroviario di Trieste</span></a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2007/12/ts_museoferroviario1.jpg" title="ts_museoferroviario1"><img src="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2007/12/ts_museoferroviario1.jpg" alt="ts_museoferroviario1" /></a><strong>Ancora parole</strong>. Parole <strong>vicino</strong>, <strong>sopra</strong>, <strong>intorno</strong> agli oggetti. Racconti, spiegazioni, visite guidate. Parole sotto, vicino, intorno alle immagini degli oggetti. Cartellini, targhe, didascalie.Poiché non c’è due senza tre, restiamo a Trieste ancora, e guardiamo al <a href="http://www.retecivica.trieste.it/museofer/">Museo ferroviario</a> nella ex stazione di Campo Marzio. Si tratta di un museo “ferroviario”, appunto (non della scienza e della tecnica, né dei trasporti, né di treni solo come vagoni e locomotrici), quindi sviluppato attorno alla storia ferroviaria di Trieste, raccogliendo tutto quanto – dai vagoni ai macchinari, dai vestiti ai biglietti, dai timbri ai carrelli, dalle panche per le sale d’attesa ai pannelli di comando – di essa può conservare memoria. Una memoria ravvivata – in specie per i più piccoli – da modellini e diorami, fra i quali uno che riproduce il comprensorio di Villa Opicina nel 1910, in fase di manutenzione proprio durante la nostra visita a opera dei solerti artefici e volontari. Sì, perché come spesso avviene per simili musei in Italia specialmente (si vedano anche <a href="http://www.laspezia.net/mnt/main.htm">questo</a>, <a href="http://xoomer.alice.it/verbanoexpress/">questo</a>, o <a href="http://www.museoferroviarioligure.it/">questo</a>), alle spalle di tanta affettuosa raccolta ed esposizione c’è un’associazione che include <strong>appassionati</strong> e, nel caso triestino, <strong>volontari</strong> in lotta con budget minimi o inesistenti. Ma sono questi i musei in cui si respira <strong>un senso di appartenenza forte</strong>, un clima conviviale, una disponibilità altrove – dove tante qualità sono stipendiate – piuttosto rara. Sono i musei nei quali l’eventuale difetto nel rigore dell’ordinamento e dell’esposizione è controbilanciato da tali qualità, e da una diretta, intima, conoscenza che gli “operatori” hanno di ciò che è esposto. Sono questi i musei in cui si percepisce il senso di una identità. Identità che la comunità tutta, locale, dovrebbe valorizzare e promuovere.Diamoci due, anzi tre <strong>riferimenti</strong>. Prendiamo il largo, come seguendo onde che si propaghino dopo il lancio del sasso nello stagno.Nel testo <em>Museo</em>, il cui anno di pubblicazione è il 1989 e che abbiamo <a href="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/2007/12/16/museo_mare_trieste_sciarrelli/">già citato</a>, <strong>Binni e Pinna</strong> individuavano, sintetizzando, la seguente evoluzione/trasformazione dell’istituzione “museo”: «Se dunque l’origine del museo è proprio da ricercarsi [&#8230; nella] funzione di <strong>accumulo</strong> o, se si preferisce, di recupero degli oggetti, e cioè nella necessità culturale di creare collezioni, analogamente la trasformazione del museo <strong>in senso cultural-scientifico</strong> prima, e in senso sociale poi, è passata attraverso i mutamenti del concetto stesso di collezione, cui la seconda metà del XVI secolo, e la filosofia di Bacone in particolare, tolse l’aspetto di curiosità e di svago a favore di un concetto scientifico più profondo. Proprio la trasformazione baconiana del senso della collezione, divenuta uno strumento indispensabile di ricerca scientifica, ha dato al museo finalità diverse dalla semplice conservazione, iniziando quella rivoluzione culturale che doveva inevitabilmente portare l’istituzione museale ad assumere una molteplicità di ruoli [&#8230;]» (ivi, p. 85). Il ruolo sociale, o meglio <strong>l’apertura sociale, la “socializzazione” delle funzioni museale</strong>, si esprimeva allora, secondo gli autori, nella necessità di organizzare la <strong>funzione educativa</strong> (non originaria ma ormai necessaria) dei musei. Illuminavano in questo passaggio un momento di trasformazione, rischioso per alcune antiche istituzioni e però promettente migliorati destini per tante altre: «Il nuovo ruolo educativo porta alla riconsiderazione in senso sociale di tutte le funzioni del museo, da quella scientifica a quella conservativa che assume, quest’ultima, una potenzialità eccezionale. La funzione di conservazione muta così la sua stessa essenza, si apre all’esterno, non si limita più ai materiali che fra le mura del museo vengono conservati ma si allarga al territorio e alla città di cui il museo stesso diventa parte integrante [&#8230;] nasce la vocazione del museo verso la tutela di tutto ciò che costituisce il patrimonio culturale di una comunità». Concludendo poi, per l’Italia, che proprio il «mancato consolidamento del ruolo sociale» era/è causa delle «incertezze culturali tipiche della museologia italiana» (ivi, p. 87).Se da allora tale compito sia stato in pieno assolto e risolto ci è difficile dirlo, per nostra ignoranza. Certo rimane che non sempre pare essere stato risolto – e per alcuni casi calati dall’alto neppure individuato – il nodo cruciale di quello che Binni e Pinna chiamano “<strong>messaggio culturale</strong>”, e che possiamo ben riferire all’<strong>identità</strong>. Scrivono (ivi, p. 92): «Ogni comunità ha caratteri propri che la individualizzano nel complesso delle altre comunità»; si tratta di una caratterizzazione che discende da fattori che determinano «quello che può definirsi <strong>l’ambiente culturale</strong>, uno status differente per ciascuna comunità e derivante in massima parte dal rapporto fra le comunità e derivante in massima parte dal rapporto fra la comunità e l’ambiente, quest’ultimo inteso non solo nella sua accezione <strong>geografica</strong> ma anche in quella più strettamente <strong>ecologica</strong>, comprensiva cioè dei rapporti fra comunità diverse», ma anche del <strong>fattore dinamico</strong> costituito dal passare del tempo, e delle conseguenti evoluzioni. Quindi una geografia che è vissuta, una società, e <strong>la sua storia</strong>, perché di questo si tratta.Identità, abbiamo detto. E allora riprendiamo un altro riferimento, da un intervento di <strong>Sergio Polano</strong>, <em>Reti museali: atomi e bits</em>, laddove parla dell’«identità dei luoghi» – ché il tema era appunto quello delle reti di musei, quindi di luogo/luoghi. Diceva: «[&#8230;] non è casuale, forse, che in questo momento ci si interroghi frequentemente su una supposta e non dimostrata identità dei luoghi. Soggetto di tali e tante indagini che sono state condotte con metodi e prospettive spesso divergenti, è la natura, l’intima complessione, la peculiare configurazione, l’interna definizione, la dotazione propria, l’<strong>identità di un luogo</strong>, cioè l’<strong>identità di una trasformazione antropica del paesaggio</strong>, delle forme diverse degli insediamenti umani [&#8230;]»; ma che cosa è questa identità? «Identità è entità dinamica, cioè la capacità-qualità di essere e rimanere <strong>id</strong>, ovvero una determinata cosa, oggetto di conoscenza, non affatto “altra”. Pertanto, <strong>l’identità è un moto temporale</strong>, che sostanziando un <strong>quid</strong>, rende identico e consente l’identificazione». Una identità che è nella storia del luogo (e non un mitico <em>genius loci</em>), e che rimane nelle tracce materiali e sensibili, «tracce ambigue», «segni equivoci».Dunque spazio e tempo, geografia e storia, società e cultura.Nei fatti, vicino a queste considerazioni se ne collocherebbero altre che, di nuovo per ignoranza ma anche per non allontanarci troppo per ora, si riferirebbero, dagli anni ottanta a oggi, al boom dei beni culturali, ai sistemi e poi alle reti di musei, ai musei diffusi e agli ecomusei – dove <strong>“eco”</strong> ha il significato usato da Binni e Pinna per parlare di ambiente e territorio in termini di ecologia, ovvero <strong>habitat</strong>, come relazione fra uomo e territorio: «nicchia ecologica della specie uomo a confronto con la sua storiaı» (Valter Giuliano in <em>Ecomusei e paesaggi. Esperienze, progetti e ricerche per la cultura materiale</em>, Edizioni Lybra Immagine, Milano 2004).Aggiungiamo però il terzo riferimento che ci riporta agli anni più recenti; ovvero un convegno recente – <strong>Il Museo storico. Il lessico, le funzioni, il territorio</strong> – di cui <a href="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/2007/06/29/museo_dilemmi_e_tensioni/">abbiamo già detto</a>, che, come altri esempi e non solo in Italia, restituisce l’immagine di un mondo in fervore, quello dei musei del nuovo millennio, ancora <strong>alle prese con l’identità</strong>, in duplice senso: l’identità del museo <strong>come istituzione</strong>, e poi le singole identità dei musei, i contenuti di cui si fanno portatori ed espressione. (E notiamo, en passant, che se è vero che si ha la convenzione di distinguere con “storico” un certo tipo di museo – come <a href="http://www.maddamura.eu/2007/06/06/museo_classificazione_unesco__guide_eu_museum_statistic/">abbiamo anche visto fa pure l’Unesco</a> – per quanto abbiamo riportato e con un poco di buon senso, non <strong>sono storici tutti i musei</strong> [quelli che si possono definire veramente tali]?.) Dunque, il senso duplice di identità; anzi, triplice e quadruplice senso, ché si aggiungono l’<strong>identità degli spazi</strong>, l’architettura e, da costruire con questa, l’exhibit design, e infine l’identità, che è coerenza, dell’immagine – quella che si chiama “coordinata”, ovvero <strong>identità visiva</strong>. Aspetto quest’ultimo tanto più rilevante dove – come ricordava Polano nel testo citato supra – si voglia fare <strong>sistema</strong> o costruire <strong>rete</strong>, su un territorio. Perché dalla frammentazione di diverse identità, dalla mancata integrazione, quella identità di territorio e società, di cultura, di cui si diceva, difficilmente potrà emergere agli occhi del visitatore; o, quel che è peggio forse, agli occhi della stessa comunità, che così perde se stessa.In quel convegno, <strong>Icom Italia</strong> (per inciso, l’ammodernato sito dell’associazione, che già <a href="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/2007/06/05/lessico_musei_italiani/">indicavamo migliorabile</a>, è se possibile peggiore e peggio funzionante del precedente, anche perché – difetto esiziale in rete – scarsamente aggiornato) si proponeva di mettere sul tavolo alcuni dilemmi e tensioni, costituiti da interrogativi, alternative o potenzialità, binomi fra i quali si trovano: <strong>comunità/territorio</strong>, <strong>comunità/collettività</strong>, <strong>nazionale/locale</strong>, <strong>locale/globale</strong> ecc.Perché se per Binni e Pinna, in quel finire degli anni ottanta, questione critica per i musei era farsi carico correttamente della funzione sociale ed educativa (che richiedeva anzi tutto il riconoscimento del proprio “messaggio culturale”), non è che poi le vicende museali si siano sciolte in placidi rivoli. A più riprese oggi si parla di <strong>crisi dei musei</strong>, o non si è mai smesso di farlo dal secolo scorso, e nel mezzo dovremmo almeno fare cenno agli anni dell’“economia della cultura” e del marketing nei musei, alle fraintese sovrapposizioni o commistioni di modelli nordamericani e realtà italiane, alla competizione, quasi, fra musei e parchi del divertimento, all’ingresso utilissimo ma pure l’eccesso di digitale e multimediale nei musei, all’altro fraintendimento, quello del virtuale rispetto al reale, e poi, come sempre, alle frammentate iniziative della politica più o meno locale. Quel che pare, tuttavia, è che se da un lato <strong>i musei non sono certo destinati a morire</strong> – e da più parti si precisa la capacità di trasformarsi e mutarsi di questo istituto, già testimoniata lungo i secoli –, dall’altro lato è ancora in corso, al di là delle individue esperienze, la riflessione su come si debba rinnovare questa ricca esistenza. Eppure non sembra che quel nodo che sopra si segnalava – identità –  sia stato assunto pienamente.Riprendiamo ancora Polano che chiedeva «<strong>qual è il significato che ci è utile</strong> per trovare una prospettiva interpretativa, che ci conforti, nel tentare di costruire un modello coerente al nostro tempo». È evidente che se, sotto le mode e le correnti, dietro i filoni e le tendenze, ritornano le stesse domande, allora questo “significato utile” – che è senso, è direzione, prospettiva appunto – non è stato cercato/trovato. Vuol dire che <strong>tali domande, piuttosto che tornare, sono rimaste dove erano</strong> allorché si iniziò a porle, dunque inevase, o male interpretate, sempre ciascuno per conto proprio.Altrimenti, <em>ad exemplum</em> e per tornare da dove siamo partiti, molto banalmente, un museo come il Museo ferroviario di Trieste verserebbe in migliori condizioni, troverebbe altro sostegno nelle istituzioni, e non vedrebbe tagliati i suoi fondi.Ma con il Museo ferroviario di Trieste, Campo Marzio, volevamo parlare della parola, o dirne ancora qualcosa&#8230;<strong>Parole intorno agli oggetti</strong>. Non solo parola scritta ma pronunciata: racconti, spiegazioni, visite guidate. È soprattutto nei musei nati dall’associazionismo e dalla passione di privati cittadini che il <strong>racconto vivo </strong>si dispiega, incarnato, talora agito – come là dove alle parole segue una dimostrazione. Né teatro (come le esperienze illustrate da Graham Farmelo, <em>Fare teatro al museo</em>, in <em>Scienza in pubblico. Musei e divulgazione del sapere</em>, a cura di John Durant, Clueb, Bologna 1998, pp. 81 ss., dove venivano illuminati pregi e difetti di simili iniziative) né automatico spostarsi di orecchi appoggiati a scaldare audioguide. Piuttosto risuonano le voci, i commenti. I bambini chiedono di mettere in movimento i trenini. I responsabili dei musei attivano il diorama&#8230; In questi musei la narrazione parlata si fa necessaria, lo scambio domande/risposte sopperisce all’assenza o carenza di didascalie e cartellini, di pannelli esaustivi; <strong>il racconto si appoggia al proliferare di oggetti</strong> – più o meno accumulati o organizzati –, ne restituisce le vicende, <strong>li riordina</strong> e articola. Un ordinamento, una contestualizzazione temporanea.Non sono invero del tutto assenti le parole sotto, vicino, sopra agli oggetti, ai macchinari. <strong>Didascalie, spiegazioni</strong> specifiche – un modello di treno, un’applicazione tecnologica, una raccolta di strumenti –, cartellini, targhe, didascalie.<a href="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2007/12/ts_museoferroviario2.jpg" title="ts_museoferroviario2"><img src="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2007/12/ts_museoferroviario2.jpg" alt="ts_museoferroviario2" /></a>E parole vicino, anzi sotto le immagini. <strong>Fotografie di altri tempi</strong>: stazioni, locomotrici, vagoni&#8230; Immagini per tracciare un percorso. Così per celebrare gli inizi di la ricca storia ferroviaria di Trieste – storia che si amplia necessariamente ben oltre vagoni e sale d’attesa e si collega alle gloriose vicende delle infrastrutture, con ponti, viadotti, tunnel e stazioni edificati in vari anni, per estendere e punteggiare direzioni politiche e commerciali, in guerra come in pace – è in corso quest’anno la mostra <strong>1857-2007. 150 anni della prima ferrovia di Trieste</strong>. Una esposizione, organizzata appunto con immagini e didascalie, che si spera non venga smantellata, se mai migliorata e arricchita, perché aiuta a collocare, a contestualizzare, a dare un più profondo livello di lettura per tenere insieme e dare senso a tutto quanto raccolto ed esibito nel museo. È la storia della <strong>linea “Meridionale”</strong>, ovvero del collegamento fra la capitale dell’impero absburgico Vienna e Trieste, cioè il suo porto, passando per Graz e Lubiana. Realizzata fra il 1841 e il 1857 – con l’ingegnere <strong><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Carlo_Ghega">Carlo Ghega</a></strong> (1802-1860; veneziano d’origine) direttore lavori dal 1845 – e dal 1858 già ceduta a una società privata, la Imperial-Regia Privilegiata Società della Ferrovia Meridionale (k.u.k. Privilegierte Südbahn Gesellschaft), che ne mantenne la gestione fino alla fine della prima guerra mondiale, dopo di che avvenne il passaggio alle FS, alle quali oggi rimane solo un tratto (Trieste-Villa Opicina) in seguito alla seconda guerra mondiale, e al nuovo confine italo-iugoslavo. Una storia ricca di costruzioni e progressi, esposta – anche qui – un po’ come nelle pagine di un libro, ma che si apprezza poi ulteriormente visitando le sale del museo, dove si trovano gli oggetti, le leve e i cambi, i copricapi e i biglietti, le penne e i timbri, i chiodi e le lanterne&#8230; Insomma tutti <strong>quei materiali – concreti, presenti, tangibili – che sono la sostanza di un museo</strong>. E che in questo caso parlano, sussurrano o possono essere fatti parlare, comunque non restano muti, e raccontano di <strong>un’opera imponente</strong>, di ingegneria e tecnologia, di uomini e macchine, ma pure di un <strong>orgoglio</strong> che, se certo non è dimenticato da chi lo prova, è però ignorato dai più, da noi che oggi saliamo su treni in ritardo, sporchi e maltrattati, pretesi ma trascurati dalla società e dallo stato (si veda su questi temi anche quel che scrive <a href="http://toneguzzi.it/2007/11/23/ferrovia-rapporto-annuale/">toneguzzi.it</a>). Scopriamo non solo il “carrello italico”, dell’ingegner Zara, applicato dal 1904 per locomotive a vapore, al fine di migliorarne la circolabilità in curva, oppure la storia della <strong><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Locomotiva_FS_E.626">locomotiva E.626</a></strong> «base dei nostri locomotori elettrici» e primo avvio di unificazione FS per la progettazione di tali veicoli, dopo la metà degli anni venti, o ancora che sulla linea Meridionale si circolava a sinistra; scopriamo anche nelle vetrine oggetti che narrano di un altro tempo, come le bustine contenenti “miscela salino-vitaminica” confezionate appositamente per il servizio sanitario FS, oppure l’estratto d’inchiostro polvere nero copiativo, anch’esso fabbricato e confezionato ad hoc in “dose per un litro” per le FS dalla ditta Alces di Roma, mentre quello rosso, “dose per 1/5 di litro” era fornito da C. Moro, di Portici.<a href="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2007/12/ts_museoferroviario3.jpg" title="ts_museoferroviario3"><img src="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2007/12/ts_museoferroviario3.jpg" alt="ts_museoferroviario3" /></a>E lungo l’Italia portano anche le tante targhe di costruzione delle locomotive, che si trovano appese alle pareti nelle sale del museo: Società anonima Officine Meccaniche (OM), Milano; Società per Costruzioni elettro meccaniche Saronno (CEMSA); Tecnomasio italiano, Brown Boveri Milano, officine di Vado Ligure; Compagnia Generale di Elettricità (GE), Milano; S.A. Costruzioni Ferroviarie e Meccaniche (SACFEM), Arezzo; Sezione materiale ferroviario FIAT; Società nazionale delle officine di Savigliano, Torino; Officine Moncenisio, già AN. Bauchiero, Torino, Condove; Officine meccaniche siciliane S. per A. (OMSSA), Palermo; Simmel Industrie meccaniche, Castelfranco Veneto ecc.Vengono in mente gli uomini, il lavoro, gli sforzi, l’impegno, il progresso della società. Si prova <strong>un vero moto d’orgoglio</strong>, in un paese che – come i comici si incaricano oggi di ricordare – ne ha perduto il senso, perché sta perdendo identità.I musei esistono anche per questo.E poiché non c’è due senza tre, chiudiamo ancora con Polano, che nel testo citato cita un <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/George_Santayana">filosofo americano</a>: «<strong>il popolo che dimentica la sua storia, è costretto a ripeterla</strong>».</p>
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		<title>Design fra mito e storia</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Nov 2007 07:38:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maddalena Dalla Mura]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2007/11/mitioggi2lr.jpg" title="miti_oggi"><img src="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2007/11/mitioggi2lr.jpg" alt="miti_oggi" /></a>Temendo, per ignoranza, di sfidare il vero – insomma di errare – allorché ci accade di ritenere che per una migliore conoscenza e diffusione della cultura progettuale ci sia ancora lavoro da fare; che talune carenze, assenze o ripetizioni – dalla storiografia alla critica, fino ai musei o alle mostre temporanee – siano segnale di come il “design” (non) è inteso; che certe relazioni del design con altre discipline, laddove trattate con univocità e tentazioni d’assolutezza, contribuiscano a rendere profittevolmente – per alcuno – confusa e banalizzata l’idea (con la minuscola, s’intende) e la conoscenza della disciplina; e temendo, soprattutto, di confondere il paese con il mondo, abbiamo cominciato ad allungar lo sguardo attorno, ovvero a leggere un poco più di quel che s’è scritto altrove, in altre nazioni, quelle in cui – almeno per quanto presso di noi sembra – il design ha avuto una storia disciplinare precedente o meglio chiarita&#8230; Ora, non è che la nostra ignoranza sia sparita d’un tratto, anzi s’accresce (strana cosa, codesta). Ciò che però ci pare è che per questa ingorda bestia ci sia cibo da mangiare, in discreta quantità, a voler <strong>abbandonare la dieta mediterranea</strong> finora per lo più seguita. Torneremo, speriamo, a più riprese su queste pietanze – tedesche e britanniche, ma anche americane ecc. –, piatti preparati con metodo e ricchi di storia. E molto pertinenti per i temi di cui ci vogliamo occupare. Giacché <strong>i musei sono proprio «istituzioni che conservano la storia e la memoria della storia»</strong> (<a href="http://giovanni.pinna.cx/pdf/importanza-demhist.pdf">Giovanni Pinna</a>) – laddove conservazione è di materiali collezioni e di immateriali contenuti, i quali sono, ormai dagli Annali, documenti, materia prima per gli storici, dunque per l’interpretazione di ciò che è stato, di quel che siamo e pure, in funzione critica, di quel che potremmo essere.Un’interpretazione, dunque, che non deve essere ripetizione di un canone né giustificazione lineare del presente&#8230; E così, per trasferirci allo specifico del design, ci si potrà accontentare, per la sua storia e per la sua narrazione esposta (musei, mostre), solo di una sequenza di nomi, successi, prodotti? Sarà sufficiente una successione di icone o classici, sempre già visti, gli stessi pezzi in libri e riviste, nei musei e pure in fiere e showroom? Question propriamente di storia.Prendiamo spunto da un doppio paper davvero interessante, quello di <strong>Clive Dilnot</strong>, <em>The State of Design History</em>, <em>I: Mapping the Field </em>e <em>II: Problems and Possibilities</em> [1984] (in <em><a href="http://www.press.uchicago.edu/cgi-bin/hfs.cgi/00/3296.ctl">Design Discourse</a></em><a href="http://www.press.uchicago.edu/cgi-bin/hfs.cgi/00/3296.ctl">, a cura di Victor Margolin, University of Chicago Press</a>, Chicago 1989, pp. 213-250); in realtà sono molti gli spunti, ma per ora ci soffermiamo su uno di quelli che aprono il secondo dei due saggi.Riporta Dilnot che negli anni trenta del Novecento a Cambridge<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/I.A._Richards"> <strong>Ivor Armstrong Richards</strong></a>, con uno dei suoi esperimenti di critica letteraria, dimostrò che «the most highly trained students of English literature <strong>could be taught what the canon of literature consisted of</strong>, but they could not produce for themselves its implicit variations. These findings produced a minor crisis within the study of literature and led almost directly to the domination of criticism in literary studies». Sicché la letteratura cominciò a essere ridefinita <strong>in termini di “valore”</strong> e lo studio della letteratura a esser circoscritto a <strong>un numero ristretto di testi “canonici”</strong>, con tre conseguenze: la negazione o la non considerazione della scrittura, dell’atto del comporre; la rimozione della storia dei testi e dei processi storici secondo i quali il canone della letteratura inglese è “prodotto” e non già dato; la riduzione dei testi inclusi nel canone a una unica identità (nazionale).Prosegue Dilnot, a chiarire il perché di tal esempio: «True, the parallel with literary studies should not be taken too far. At present, <strong>there is no real discipline of design criticism</strong>, <strong>but a canonical list of “important” designs and designers</strong> is rapidly being established [&#8230;]» – ricordiamo che il testo è del 1984, ma le conseguenze ci paiono piuttosto attuali – «Therefore, the history of design in this sense is approaching a recitation of such “important” works, with the consequences that the historical processes that gave rise to them are gradually disappearing. The values that the “important” works possess are increasingly being tacitly accepted as lying outside the realm of history». E aggiunge: «Most important, the whole process tends to obscure, rather than to illuminate, the design process. Thus, the second effect of failing to distinguish the “multiple content of design”, as Necdet Teymur put it, is <strong>the paradox of removing history and design from design history</strong>!». La <strong>rimozione della complessità</strong>, l’appiattimento e la riduzione del design in una tradizione lineare di pezzi importanti, in un concetto indistinto – il Design – equivale alla perdita della dimensione storica, all’impossibilità di comprendere e di conoscere.«In professional design practice and design education, and now possibly in design history, a mystique of design, an almost mythic and artificial set of largely esthetic values, is being created. In history this development has the very real possibility of turning the writing history into <strong>the writing of myth</strong>.»Sicché, parlando di miti, Dilnot non può che rimandare alla viva parola del <strong><a href="http://fr.wikipedia.org/wiki/Roland_Barthes">Roland Barthes</a></strong> di <em>Mythologies</em> (e che noi citiamo dall’edizione italiana Miti d’oggi, Lerici, Milano 1966, p. 142 s.): «&#8230; il mito ha il compito di istituire un’intenzione storica come natura, una contingenza come eternità. [&#8230;] Al mito il mondo fornisce un reale storico, definito, per lontano che si debba risalire nel tempo, dal modo in cui gli uomini lo hanno prodotto o utilizzato; e <strong>il mito restituisce un’immagine naturale di questo reale</strong>». Il mito «si costituisce attraverso <strong>la dispersione della qualità storica delle cose</strong>: le cose vi perdono il ricordo della loro fabbricazione»; il mito sottrae «alle cose il loro senso umano», il «rapporto dialettico di attività» e le riduce a «un quadro armonioso di essenze», ovvero «abolisce la complessità degli atti umani, dà loro la semplicità delle essenze»; inoltre costruisce un mondo privo di contraddizioni «perché senza profondità, <strong>un mondo dispiegato nell’evidenza</strong>, istituisce una chiarezza felice: <strong>le cose sembrano significare da sole</strong>»; ma il mito «non nega le cose, la sua funzione, al contrario, è di parlarne; semplicemente le purifica, le fa innocenti, le istituisce come natura e come eternità, dà loro una chiarezza che non è quella della spiegazione, ma quella della constatazione». Per cui, laddove si intenda politica «nel senso profondo, come insieme dei rapporti umani nella loro struttura reale, sociale, nel loro potere di fabbricazione del mondo», ne consegue che il mito – la cui funzione, in definitiva è di «svuotare il reale [&#8230;] un deflusso incessante, un’emorragia [&#8230;] un’evaporazione, insomma un’assenza sensibile» –, insomma il mito «è una parola <em><strong>depoliticizzata»</strong></em> (dando al de- «un valore attivo» perché «rappresenta in questo caso un movimento operativo, attualizza incessantemente una defezione»).Dilnot non riprende Barthes per esaminare o verificare se si sia raggiunta quella «conciliazione del reale e degli uomini, della descrizione e della spiegazione, dell’oggetto e del sapere» (ivi, p. 250) che il francese auspicava in conclusione. Piuttosto, come noi “usiamo” Dilnot, lo colloca nel suo ragionamento per segnalare come il mito abbia finito per l’operare anche <strong>nella storia del design</strong>, manifestandosi nella «<strong>reduction of its subject matter to an unproblematic, selfevident entity (Design) in a form that also reduces its historical specificity and variety to as near zero as possible</strong>».Dilnot scriveva nel <strong>1984</strong>. Per richiamare un’altra delle pietanze straniere cui abbiamo fatto cenno supra, dobbiamo pensare che in quegli anni, quelli del cosiddetto Nuovo Design, si poteva peraltro assistere a esposizioni dal titolo <em><strong>I mobili espliciti di per se stessi</strong></em> (Wuppertal, <strong>1985</strong>; cfr. <strong><a href="http://www.carmenmontellano.cl/teoriadeldiseno/4-burdek.html">Bernhard Bürdek</a></strong>,  <em>Design. Storia, teoria e prassi del disegno industriale</em>, Mondadori, Milano 1992, p. 65); certo qui le implicazioni erano anche altre – e si dovrebbe rendere conto di tanto altro di quel periodo e di molto altro sul disegno industriale.Per ora, suggiamo a noi stessi che dovremo valutare come si sia formato l’insidioso appiattimento destoricizzante – per tramite di storiografia, teoria, critica e curatori (per tutti: o sedicenti tali) – e <strong>se i suoi effetti siano ancora presenti</strong>, in qual misura e con qual peso per la cultura del progetto e la cultura in genere. In questo è proprio la storia a venirci incontro, giacché «la mitologia può avere solo un fondamento storico, perché il mito è una parola scelta dalla storia: il mito non può sorgere dalla “natura” delle cose» (sempre Barthes, <em>Miti d’oggi</em>, cit., p. 204). Barhtes si proponeva di “demistificare” – non che noi si creda di poter esser come lui, ma almeno di tenerlo come faro per guardare e interpretare, ché l’universo dell’intenzionalità mitopoietica ci pare non attenuarsi: «Il punto di partenza [&#8230;] era il più delle volte <strong>un senso di insofferenza</strong> davanti alla “naturalità” di cui incessantemente la stampa, l’arte, il senso comune, rivestono una realtà che per essere quella in cui viviamo non è meno perfettamente storica: in una parola soffrivo di vedere confuse ad ogni occasione, nel racconto della nostra attualità, Natura e Storia, e volevo ritrovare <strong>nell’esposizione decorativa di <em>ciò-che-va-da-sé </em></strong>l’abuso ideologico che, a mio avviso, vi nasconde».</p>
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		<title>Raccogliere, ordinare, raccontare</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Sep 2007 10:30:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maddalena Dalla Mura]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Curiosities]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Questa immagine pubblicata ieri in “La Repubblica” (Fabrizio Ravelli, Craiova, nella terra degli zingari. “I lavavetri? Chi ruba ci rovina”, p. 13) mostra l’interno di una abitazione di zingari in Romania. Il tema dell’articolo in cui compariva è serio, ma noi ci soffermiamo qui solo sulla foto: scodelle ordinate su più file in un equilibrio &#8230; <a href="https://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/raccogliere_ordinare_raccontare/" class="more-link">Continue reading <span class="screen-reader-text">Raccogliere, ordinare, raccontare</span></a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2007/09/zingari_oggetti_raccolta.jpg" title="zingari_oggetti"><img src="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2007/09/zingari_oggetti_raccolta.jpg" alt="zingari_oggetti" /></a>Questa immagine pubblicata ieri in “La Repubblica” (Fabrizio Ravelli, <em>Craiova, nella terra degli zingari. “I lavavetri? Chi ruba ci rovina”</em>, p. 13) mostra l’interno di una abitazione di zingari in Romania. Il tema dell’articolo in cui compariva è serio, ma noi ci soffermiamo qui solo sulla foto: scodelle ordinate su più file in un equilibrio che a noi sembra precario, alle pareti cestini e scolapasta di plastica di differenti cromie, e ancora vasetti appesi grazie al manico, ciotole e pentole di metallo, verso il fondo tazzine che si confondono con le decorazioni della parete (o della tenda)&#8230;Tanti <strong>oggetti d’uso disposti con ordine</strong>. <strong>Che cosa raccontano?</strong> Abitudini e costumi, status sociale, decoro ed etica, aspirazioni di una famiglia, di un gruppo. E <strong>il loro racconto, immediato e vivo, si dispiega proprio nell’uso che di essi viene fatto</strong>, nel loro disporsi all’intervento ordinatore di chi li possiede – che con essi non solo compie azioni quotidiane ma comunica se stesso.L’immagine ci fa venire in mente molte infilate di pezzi più o meno preziosi ormai sottratti all’uso e collocati in vari musei di arti decorative, di quelli che spesso non è possibile neppure fotografare – divieto che ci pare sempre meno comprensibile, in particolare in musei di arti applicate e decorative (recentemente abbiamo visitato quello di Padova dove, appunto, non è consentito scattare alcuna fotografia).<a href="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2007/09/madecoratifs_infilata.jpg" title="musee_arts_decoratifs1"><img src="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2007/09/madecoratifs_infilata.jpg" alt="musee_arts_decoratifs1" /></a>Questa immagine l’abbiamo invece scattata al <strong>Musée des arts décoratifs</strong> di Parigi – dove per fortuna non c’è alcun divieto in merito, e si può inoltre agevolmente ritrovare gli oggetti esposti anche nel catalogo online del <a href="http://www.lesartsdecoratifs.fr/fr/09doc/06bases/index.html">sito web</a>.Una suggestiva serie di boccette, presse-papier, flaconi&#8230; sottoposti agli usi e consumi museali, ovvero a essere guardati nel complesso come una tavolozza di colori e di forme, oppure riguardati con ammirazione da visitatori per lo più accompagnati da audioguida individuale. <strong>Che cosa raccontano?</strong> <strong>È un racconto per nulla im-mediato</strong>, e ben poco “vivo”. Sia perché si tratta di artefatti <strong>lontani</strong> (nel tempo e nello spazio; e su simili distanze, sempre restando a Parigi, si pensi per esempio al <a href="http://www.quaibranly.fr/">Musée du Quai Branly</a>), di cui a volte possiamo faticare a riconoscere e comprendere l’utilizzo e la fattura, sia perché nei musei il faticoso <strong>lavoro curatoriale</strong> che si colloca fra i termini della meraviglia e della risonanza, della sacralizzazione e della contestualizzazione, e oltre, si trova sovente a dover operare scelte, talora compromessi, al fine di giungere a offrire una forma di esposizione, racconto e comunicazione. Per cui, se spesso ci accade pure di pensare «Questa esposizione poteva o doveva essere fatta altrimenti», o di maturare fra noi qualche critica, alla fine dei conti riconosciamo sopra ogni dubbio, e con gioia, la fortuna che i musei ci siano, e che qualcuno ci provi a mostrare e raccontare – anziché tentennare lasciando le opere nei magazzini. Non per questo vogliamo ignorare il rilievo e la responsabilità che il ruolo del curatore possiede, anzi. Ma la fortuna è anche quella <strong>che ci sia ancora spazio per raccontare in maniera diversa, per costruire “altri” racconti</strong>, sia da parte dei curatori e degli studiosi, sia da parte dei visitatori stessi per i quali un’esposizione non condivisa o ritenuta carente potrà almeno fungere da stimolo: perché <strong>avrà veduto</strong>, e – esprimendoci al limite – non potrà ignorare l’esistenza di un oggetto prima sconosciuto al suo universo.Per tornare all’immagine, il racconto che la visione – e la ricezione con più sensi – di una tale esposizione di oggetti svolge si compone dunque di diversi livelli: quello che viene proposto al visitatore, in forme più o meno articolate (con didascalie, pannelli, audioguide ecc.), ma pure quello – che con un po’ di allenamento si può ricavare – relativo alle <strong>intenzioni dei curatori</strong>. Il racconto del racconto. Naturalmente i due racconti sono in qualche modo sovrapposti e coincidenti, ma si deve guardarli con occhi differenti e con differente disponibilità all’abbandono. Senza voler dire, si badi bene, che il museo è un testo o i curatori propriamente scrittori, l’opera che viene allestita nei musei ha e deve avere una consapevole <strong>valenza autoriale</strong>. Il visitatore non dovrebbe ignorarlo, e dovrebbe invece moltiplicare il proprio sguardo sulle esposizioni che visita.La mediazione che un curatore, un museo, opera sugli oggetti dovrebbe rendere conto di se stessa, spiegarsi, rendersi comprensibile. Raccogliere e <strong>ordinare oggetti in un museo è altra cosa dal mettere in ordine piatti e pentole in casa propria</strong>.</p>
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		<title>Museo di macchine Enrico Bernardi Padova</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Jul 2007 09:25:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maddalena Dalla Mura]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[Museums]]></category>
		<category><![CDATA[Science+Technology]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>«Sono sempre più persuaso che la presenza del museo può essere d’aiuto per lo studio delle discipline attuali. Durante le lezioni si insegnano le soluzioni date ai problemi, dimenticando spesso che alle loro spalle si trovano tempo, prove, errori&#8230; trasferire la conoscenza tout court significa rischiare di banalizzarla. Al contrario, documentare, osservare da vicino, provare &#8230; <a href="https://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/museo_macchine_bernardi_padova/" class="more-link">Continue reading <span class="screen-reader-text">Museo di macchine Enrico Bernardi<br/> Padova</span></a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><embed src="http://www.youtube.com/v/OCbKUFs6P2A" width="425" height="350" type="application/x-shockwave-flash"></embed>«Sono sempre più persuaso che <strong>la presenza del museo può essere d’aiuto per lo studio delle discipline attuali</strong>. Durante le lezioni si insegnano le soluzioni date ai problemi, dimenticando spesso che alle loro spalle si trovano tempo, prove, errori&#8230; trasferire la conoscenza tout court significa rischiare di banalizzarla. Al contrario, documentare, osservare da vicino, provare rende conto delle difficoltà insite nella ricerca tecnica e scientifica; è insieme strumento di studio e di riflessione sulla storia della ricerca. È anche importante per sollecitare i giovani studenti e studiosi a non arrendersi alle difficoltà, avendo chiaro l’esempio dei grandi maestri.» Così si è espresso il professor <strong>Guido Ardizzon</strong>, responsabile scientifico del <strong><a href="http://www.musei.unipd.it/macchine/index.html">Museo di macchine “Enrico Bernardi”</a></strong>, che si compone delle realizzazioni di un “pioniere italiano dell’automobilismo” (1841-1919), raccolte in una sala del Dipartimento di Ingegneria meccanica dell’Università di Padova.Istituito nel 1941 presso l’Istituto di macchine dell’ateneo patavino, il museo è stato trasferito nella sede attuale nel 1974, e conserva, oltre a disegni originali di Bernardi, foto d’epoca, articoli di giornali e documenti vari, diversi motori. Per esempio alcune versioni del famoso monocilindrico a benzina (1882-84), piccolo e perciò utilissimo per le necessità delle piccole aziende venete, e che Bernardi chiamò <strong>“Pia”</strong>, dal nome della figlia, peraltro ritratta in una foto mentre usa il motore applicato a una macchina per cucire; un motore per il quale Bernardi chiese nel 1882 la privativa industriale alla Prefettura industriale. Oppure il più grande <strong>“Lauro”</strong> (1887-89), che porta il nome del figlio di Bernardi, pensato per applicazioni industriali.Come spiega <strong>Giuseppe Ventrone</strong> – già responsabile del museo – nel suo articolo <em>Il Museo di Macchine “Enrico Bernardi”</em>, pp. 131-132, in simili motori «l’innalzamento della temperatura effettuato dalla combustione, che veniva innescata quando la miscela-combustibile-aria aspirata era inizialmente in condizioni di pressione e temperatura pressoché uguali a quelle atmosferiche, era alquanto modesto, e piccolo risultava pertanto il rendimento termico». Fu solo quando ebbe compreso l’importanza della fase di compressione della carica prima della combustione, come proposta nel ciclo a quattro tempi dal francese <a href="http://fr.wikipedia.org/wiki/Cycle_de_Beau_de_Rochas">Beau de Rochas</a> (1862), e quando fu scaduta un’altra privativa – quella di N.A. Otto per un motore orizzontale a gas a quattro tempi –, che Bernardi «intraprese <strong>lo studio di un motore a quattro tempi nel 1886</strong>», sviluppando diversi prototipi e modelli.<a href="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2007/07/bernardi_bici.jpg" title="bernardi_bici"><img src="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2007/07/bernardi_bici.jpg" alt="bernardi_bici" /></a>Del 1893 è il motore a benzina da 1/3 di CV e 187 giri al minuto che si vede montato sul <strong>triciclo a tre ruote in linea</strong>, una sorta di scooter.<strong>Dal 1894, poi, Bernardi iniziò a progettare motori più potenti, per automobili</strong> (fra l’altro non mancarono i contatti con Giovanni Agnelli&#8230;), partecipando poi alla realizzazione della famosa <strong>“vetturetta”</strong> (si veda il filmato) o vettura a tre ruote, con un motore a benzina da 1,5-5,2 cavalli e 430-800 giri al minuto. La descrive bene il già citato Ventrone: «Il motore è collocato dietro il sedile, con l’albero in direzione trasversale che comanda la ruota motrice posteriore mediante le ruote dentate del cambio e una catena articolata. La trasmissione comprende oltre al cambio di velocità a treni scorrevoli, un innesto a corda sull’albero primario azionato a mezzo di una frizione conica, e un freno a corda posto sull’albero secondario. La ruota posteriore è frenata da un freno a ceppo. La vettura, che percorse 60.000 km, poteva raggiungere una velocità di 35 km/h». E, una delle pochissime rimaste, è <strong>l’unica ancora funzionante</strong>, proprio grazie all’impegno del Dipartimento che la ospita.<a href="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2007/07/museomacchine.jpg" title="museo_macchine"><img src="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2007/07/museomacchine.jpg" alt="museo_macchine" /></a>Ne abbiamo potuto avere prova, nei laboratori del piano terra del Dipartimento, che infatti si giova per l’insegnamento non solo del Museo ma di ampi spazi per ricerca e sperimentazione, oltre che di una collezione di <strong>macchine più “recenti”</strong>, pezzi di motore, componenti e dispositivi vari che vengono utilizzati a supporto dell’attività didattica e a scopo dimostrativo. Questa raccolta si trova in uno spazio realizzato ad hoc, un involucro trasparente che può essere ammirato dalle aule circostanti e dai piani superiori: un modo interessante per tenere in relazione teoria e applicazione.Ma, ci confessava il professor Ardizzon, sarebbe suo intento <strong>integrare anche il Museo di macchine Bernardi all’interno dell’insegnamento</strong>; certo non per i corsi specialistici, ma per i corsi di base e propedeutici, quelli in cui delle discipline è importante apprendere altresì la storia, quindi rivitalizzando il museo stesso e rendendolo fonte viva degli studi che nell’ateneo si conducono. Questo progetto dovrebbe avere avvio con l’anno accademico 2007/08.Museo di macchine Enrico BernardiUniversità degli studi di PadovaDipartimento di Ingegneria Meccanicaviale Venezia 135131 Padova<a href="http://www.musei.unipd.it/macchine/index.html">www.musei.unipd.it/macchine/index.html</a></p>
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		<title>Museo dell&#8217;educazione, Padova</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Jul 2007 10:04:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maddalena Dalla Mura]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Ben nove sono a Padova, città universitaria di lunghissima tradizione, i musei legati all’attività didattica e sperimentale d’ateneo, facenti capo a un Centro che ne coordina le attività, in specie di promozione.Abbiamo cominciato con il visitare – era il 24 luglio – il Museo dell’Educazione e il Museo delle macchine Enrico Bernardi, anche con l’idea &#8230; <a href="https://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/museo_educazione_padova/" class="more-link">Continue reading <span class="screen-reader-text">Museo dell&#8217;educazione, Padova</span></a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/galleries/museo_educazione/index.html" target="_blank"><img src="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2007/09/museoeducazione.jpg" title="museo_educazione" /></a>Ben nove sono a <strong>Padova</strong>, città universitaria di lunghissima tradizione, i musei legati all’attività didattica e sperimentale d’ateneo, facenti capo a un <strong><a href="http://www.musei.unipd.it">Centro</a></strong> che ne coordina le attività, in specie di promozione.Abbiamo cominciato con il visitare – era il 24 luglio – il <strong>Museo dell’Educazione</strong> e il Museo delle macchine Enrico Bernardi, anche con l’idea di verificare, per i nostri obiettivi, se si possa dire quel che sosteneva e auspicava <strong>Giorgio Dragoni</strong>, <em>Per un dibattito sulla museologia scientifica e naturalistica italiana. La rete dei musei universitari</em>, in <a href="http://www.internetbookshop.it/code/9788880915195/ZZZ/STANZE-DELLA-MERAVIGLIA-MUSEI-DELLA-NATURA-TRA-STORIA-PROGETTO.html"><em>Stanze della meraviglia. I musei della natura tra storia e progetto</em>, a cura di Luca Basso Peressut, Clueb, Bologna 1997</a>, p. 299, ovvero che musei come questi, legati in specie alle discipline scientifiche, potrebbero essere i «<strong>luoghi in cui le due culture</strong> [vedi Charles Percy Snow] <strong>si potrebbero incontrare</strong>, con una considerevole potenzialità e sinergia», e che con la loro valorizzazione «potrebbero essere proprio i musei scientifici e naturalistici. Le possibilità di collaborazione interdisciplinare sarebbero enormi, come enorme sarebbe l’impatto sulla cultura italiana».E con l’idea, inoltre, che il design sia un “luogo” in cui si dà – nei fatti, negli artefatti e nelle narrazioni che se ne possono fare – l’incontro fra le due culture. (Su questo si veda anche <a href="http://www.feltrinelli.it/SchedaLibro?id_volume=672845">Tomás Maldonado, <em>Disegno industriale: un riesame</em>, VII ed., Feltrinelli, Milano 2005</a>, pp. 15-18.)Va detto che il <strong>Museo dell’Educazione</strong> – Dipartimento di Scienze dell&#8217;Educazione, in via degli Obizzi 23, alle spalle di piazza dei Signori – ha una storia più recente rispetto ad altre collezioni nate dall’effettiva attività dei dipartimenti universitari. Nasce infatti nel <strong>1993</strong>, a cura della professoressa <strong>Patrizia Zamperlin</strong>, che ne è ancora responsabile, dalla consapevolezza che una gran parte del patrimonio relativo al “fare” scuola stava rischiando di andare perduto, sottraendo documenti importanti relativi alla vita scolastica, che si compone non solo di norme e programmi ma di sussidi didattici e materiali vari da preservare. Con la consapevolezza che non si danno cesure, l’idea fu quella di documentare però <strong>l’intero percorso formativo, sia scolastico sia domestico</strong>, composto di libri tanto quanto di giochi, dall’infanzia fino agli anni universitari. Insomma, non Museo della scuola ma Museo dell’Educazione.Nel <strong>1993</strong> l’avvio fu con una mostra presso la sede della scuola progettata da<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Camillo_Boito"> Camillo Boito</a>; nel <strong>1997</strong> l’apertura nella sede di via degli Obizzi, dove si trova tuttora – gli spazi, in affitto, sono invero limitati e limitanti, ma non manchino, a quanto pare, oltre all’entusiasmo della curatrice, progetti per un possibile trasferimento in futuro. È qui, al secondo piano, che Patrizia Zamperlin accoglie non solo i visitatori – molto spesso delle scuole inferiori – ma anche gli studenti del Dipartimento, per i quali il Museo offre gli strumenti per vedere e riflettere su valori, impostazioni, mutamenti degli approcci pedagogici e del sistema formativo. Anche perché alto è il numero di libri didattici e testi scolastici conservati, e non solo con lo sguardo rivolto al passato bensì con progetti di ricerca attivi per il presente e il futuro – come la partecipazione a <a href="http://www.e-disco.it/">Edisco</a>, progetto nazionale per la costruzione di una banca dati di testi scolastici dal 1800 a oggi, o l’Osservatorio nazionale su quaderni ed elaborati didattici <a href="http://www.indire.it/content/index.php?action=read&amp;id=1385">Fisqed</a> (Indire, Firenze). È inoltre centro di deposito per i materiali censiti dalla Banca dati educazione d’arte della Biblioteca di documentazione pedagogica nazionale, relativi alla didattica museale – non solo cataloghi ma anche letteratura grigia, cd, dvd&#8230;Superato l’ingresso – dove accanto a un perfetto signor Bonaventura trovano spazio <strong>un’“edicola”</strong>, in cui sono raccolte pubblicazioni varie per bimbi e giovinette d’altri tempi, e un armadio con diplomi, medaglie e copricapo per laureati – si accede alle quattro sale del Museo. A sinistra c’è il<strong> salone d’accoglienza &#8211; biblioteca</strong>, dove espositori per emeroteca disegnati da <strong>Gio Ponti</strong> – recuperati e adattati saggiamente, così come la maggior parte dei materiali e dei mobili presenti – ospitano nella parte superiore una serie di pagelle di vari anni e provenienza (interessante osservare la grafica, in specie di quelle d’epoca fascista) e nel loro ventre i volumi e i documenti raccolti per il citato progetto relativo alla didattica museale. Oltre alle librerie vetrate, fitte di volumi per lo più ingialliti, una scrivania e molte sedie, un grande armadio anch’esso vetrato, e anch’esso recuperato, contiene strumenti didattici per l’insegnamento di materie scientifiche e di agraria. È qui che si possono osservare modelli di specie animali, strumenti per esperimenti scientifici e sempre qui si può leggere, per esempio, <em><strong>Il giovinetto campagnuolo</strong></em> (XL ristampa) di Felice Garelli, ovvero Prime nozioni di morale, di igiene e d’agricoltura per le scuole primarie rurali (e si noti l’ordine delle specificazioni). In questa sala, in cui è difficile evitare che l’occhio sviluppi un suo percorso di curiosità e domande fra i numerosi materiali, si trovano altresì una lunga custodia nera che nasconde uno schermo avvolgibile, all’apparenza pesante ma che si svolge verso l’alto con un semplice gesto – progetto di metà Novecento da fare invidia ai designer d’oggi –, e un televisore a 24 pollici Geloso, GTV1041, funzionante e che verrà utilizzato per le attività propedeutiche per le visite di scolaresche.Le  prime due sale alla destra dell’ingresso ospitano, in successione, giochi, libri e oggetti vari legati alla formazione dell’infanzia, in ambito più domestico che didattico. Rispecchiando la distinzione allora esistente fra maschi e femmine, i materiali offrono l’idea di destini già segnati: dalle bambole ai lavori donneschi, da un lato, e da triciclo e palloni fino allo studio (si veda il “banco a uso famiglia” o i giochi “scientifici”), dall’altro. L’allestimento propone sempre una <strong>“contestualizzazione”</strong>, per quanto possibile, affiancando agli oggetti esposti fotografie e pagine di giornali o riviste, per consentire di ricomporre il quadro di mentalità e visioni che proprio nella didattica avevano uno specchio importante. La terza e ultima sala, infine, ospita la <strong>ricostruzione di un’aula scolastica</strong> così come poteva essere organizzata, nello spazio e negli oggetti, fra Otto e Novecento, con banchi di diverso tipo – perché di fronte all’usura non si procedeva con la sostituzione degli arredi – e una cattedra ottocentesca – ma con il piano rifatto – collocata su una predella a due scalini – un vero e proprio “palco” che dice molto sui tempi che furono, e ampio a sufficienza perché un insegnante potesse trascorrerci anche tutte le ore di lezione senza dover scendere. Alle pareti un crocifisso e una cornice vuota (quella destinata all’immagine del re), un appendiabiti; e poi un pallottoliere, un mappamondo, due armadi con diari, pennini e inchiostro, sussidi per l’insegnamento. Fra i due armadi, interessantissimo, un piccolo <strong>banco per le lezioni all’aperto</strong>, con le bretelle per il trasporto, la sacca di tela per contenere i libri e con la seggiolina coordinata – con gli assi in legno, tipo “osteria”.È qui che termina la visita: per le scolaresche con una “simulazione”, un tuffo in un’altra epoca e il cimento dello scrivere con pennini e inchiostro; per studenti universitari d’oggi e curiosi forse con il ricordo dei ricordi, quelli dei nonni, e l’impressione che oggetti, strumenti, testi possano raccontare molto. Purché <strong>opportunamente messi in relazione, esposti e narrati. Insomma studiati</strong>. Le due culture si incontrano nei fatti, di fatto. Si tratta di non perderne traccia, di ricomporre il ponte fra allora e ora. È in musei come questo che si ha la viva percezione della <strong>continuità pur nella distanza</strong>, e di come quest’ultima abbia a volte a che fare con la personale ignoranza o indifferenza. Così, leggendo il saggio di <strong>Patrizia Zamperlin</strong> su <em>Pesi e misure, non solo una questione di numeri. L’insegnamento del sistema metrico decimale dall’Unità ai nostri giorni</em>, m’è accaduto di stupirmi e scoprirmi a riflettere a proposito delle difficoltà che la diffusione del sistema metrico incontrò nell’Italia ottocentesca: “non ci avevo pensato più&#8230; o mai?” – anche con un poco di vergogna.Ieri, domenica 29 luglio, “<strong>Il Sole 24 Ore</strong>” a p. 38 riportava un breve testo di <strong><a href="http://www.mauromancia.it/">Mauro Mancia</a></strong>, neurofisiologo e psicoanalista, scomparso il 25 luglio, il quale raccontava di avere dedicato tutta la vita alla conoscenza dell’“interno”, a come funzionano il cervello e la mente: «<strong>Ho trascurato gli oggetti</strong> della realtà. Non conosco il forno a microonde, litigo spesso con il telefonino, ho un rapporto complesso con il computer. Per poter lavorare con il computer ho dovuto immaginare che abbia un inconscio per cui ti può gratificare tradire frustrare [&#8230;] Laddove non riesco a <strong>scorgere l’inconscio degli oggetti</strong> non riesco ad avere un buon rapporto con loro e loro mi ripagano di uguale moneta». Ciascuno vive a suo modo il rapporto individuale con gli individui oggetti, ed è bene e auspicabile che sia così, in <strong>tutte le sfumature personali</strong> che possono darsi. Ma, dall’altro lato, la collettività degli artefatti, degli usi, delle storie particolari compongono il tessuto di quella <strong>cultura materiale</strong> che parla dell’umanità nel suo sviluppo, della società in tutte le sue facce, rispetto alla quale, nel complesso, sarebbe spiacevole, collettivamente, rimanere indifferenti.vedi la <a href="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/galleries/museo_educazione/index.html">gallery</a>Museo dell’EducazioneUniversità degli studi di PadovaDipartimento di Scienze dell’EducazioneCentro di Pedagogia dell’Infanziavia degli Obizzi 2335122 Padova<a href="http://www.musei.unipd.it/educazione/index.html">www.musei.unipd.it/educazione/index.html</a></p>
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		<title>Parlar d&#8217;oggettiRadio games</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Jul 2007 14:31:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maddalena Dalla Mura]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Gli oggetti possono essere guardati, toccati, manipolati, usati, consumati&#8230; Ma degli oggetti si può anche parlare. Radio games è un programma radiofonico, “un viaggio attraverso i miti, gli oggetti, i giochi che hanno fatto o fanno parte della nostra vita. La trasmissione effettua una ricognizione dettagliata e ricca di originalità sul lungo filo della memoria &#8230; <a href="https://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/parlar-doggettiradio-games/" class="more-link">Continue reading <span class="screen-reader-text">Parlar d&#8217;oggetti<br/>Radio games</span></a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2007/07/radiogames.gif" title="radiogames"><img src="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2007/07/radiogames.gif" alt="radiogames" /></a>Gli oggetti possono essere guardati, toccati, manipolati, usati, consumati&#8230; Ma <strong>degli oggetti si può anche parlare</strong>. <strong>Radio games </strong>è un programma radiofonico, “un viaggio attraverso i miti, gli oggetti, i giochi che hanno fatto o fanno parte della nostra vita. La trasmissione effettua una ricognizione dettagliata e ricca di originalità sul lungo filo della memoria per quanto riguarda gli aspetti del passato mettendoli spesso in contrapposizione con le nuove tendenze e con il grande ricorso alle tecnologie applicate al gioco, che spesso fanno perdere identità stessa agli oggetti che accompagnano il tempo libero”. Così recita la presentazione del programma nel <a href="http://www.radio.rai.it/radio1/rubriche/index.cfm?Q_PROG_ID=452&amp;Tematica=25">sito web delle rubriche di Radio Uno</a>. “<strong>Miti, persone, cose</strong>” è lo slogan d’ingresso della trasmissione.  Fra recensioni di libri e mostre, testimonianze personali, interviste, l’archivio delle puntate – che può essere esplorato per date o parole chiave –  offre una serie di racconti e curiosità che vanno dal jukebox alle 40 candeline della rivista “Linus”, dai cimeli sportivi ai giochi, dalla Lambretta alla 600, dai libri fino al forno a microonde, dalle scatole per caramelle ai manifesti, dai fumetti al tostapane (con la sua fenomenologia), dalle patatine fritte (“inventate” nel 1853)&#8230; riuscendo a ricomporre i nessi fra consumi, società, usi e costumi, memorie individuali e collettive, letteratura, arte, cultura materiale. Da ascoltare.</p>
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		<title>Letture domenicaliObject Lessons</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Jul 2007 17:51:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maddalena Dalla Mura]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Curiosities]]></category>
		<category><![CDATA[Material culture]]></category>
		<category><![CDATA[Tools]]></category>
		<category><![CDATA[Web]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Il libro nell’immagine qui sopra è un esempio di “Sunday Book” d’età vittoriana. Ricaviamo l’informazione da un sito per la verità non molto ricco ma interessante fin dal titolo, www.objectlessons.org, che appunto fornisce alcune “lezioni” – schede – dedicate a oggetti di varie epoche. L’iniziativa è della Islington Education Library di Londra, una cui sezione &#8230; <a href="https://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/letture-domenicaliobject-lessons/" class="more-link">Continue reading <span class="screen-reader-text">Letture domenicali<br/>Object Lessons</span></a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2007/07/sunday_book.jpg" title="sunday_book"><img src="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2007/07/sunday_book.jpg" alt="sunday_book" /></a>Il libro nell’immagine qui sopra è un esempio di “<strong>Sunday Book</strong>” d’<strong>età vittoriana</strong>. Ricaviamo l’informazione da un sito per la verità non molto ricco ma interessante fin dal titolo, <a href="http://%3Cb%3Ewww.objectlessons.org%3C/b%3E">www.objectlessons.org</a>, che appunto fornisce alcune “lezioni” – schede – dedicate a oggetti di varie epoche. L’iniziativa è della <a href="http://www.iels.org/4/5/"><strong>Islington Education Library</strong></a> di Londra, una cui sezione è la <a href="http://www.iels.org/4/5/"><strong>Artefacts Library</strong></a>  che – rimandando a <strong><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Confucio">Confucio</a></strong>: «Se sento dimentico, se vedo ricordo, se faccio comprendo» – promuove «<strong>object handling, an active form of learning that engages and inspires pupils and students and enriches the classroom</strong>». Le collezioni includono differenti oggetti, dalle maschere dell’Amazzonia alle carrozzine per bambini, da scheletri – alcuni veri, altri di plastica – a polli fabbricati con plastica riciclata, costumi&#8230; tutti a disposizione per gli insegnanti, per raccontare storie e completare con un tocco e più di realtà i programmi didattici. I docenti possono richiedere in prestito i materiali, <a href="http://www.iels.org/13/">registrandosi </a> e compilando una scheda, ma una parte dei materiali è resa visibile e accessibile online, nel sito Object Lessons (fra l’altro uno dei 150 siti sovvenzionati con i fondi della <a href="http://www.enrichuk.net/">lotteria</a>).Qui gli oggetti sono presentati sotto <strong>sette temi</strong> – abiti, casa, lavoro, infanzia, salute, conflitti – a loro volta suddivisi in <strong>periodi storici </strong>oppure secondo i continenti e le culture d’origine. I criteri non sono del tutto rigorosi, così un aspirapolvere Hoover si trova sotto “lavoro” mentre un ferro da stiro si trova sotto “casa” –, e anche i “quadri interattivi” non sono propriamente eccellenti. Tuttavia, forse proprio il carattere contenuto dei materiali presentati e la contestualizzazione del loro uso proposta nelle schede invitano a soffermarsi un poco.Per esempio con riferimento al libro nell’immagine viene spiegato che in età vittoriana la domenica doveva essere rigorosamente dedicata al riposo, come la Bibbia raccomandava; no lavoro, negozi chiusi, niente sport – o tempora o mores? –, ma anche niente disegno o pittura, sicché <strong> la lettura rimaneva l’unico passatempo concesso</strong>, dopo la chiesa, per i pomeriggi domenicali. Per i bimbi, in particolare, però, solo poche letture erano consentite, come il libro qui sopra, del 1890, il cui carattere moraleggiante s’intuisce già dai contenuti: due bambini che fanno l’elemosina per i poveri, fuori dalla porta di una chiesa.<strong>Domani è domenica: si legge!</strong></p>
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		<title>Memorie di coseNon briciole insipide, ma un unico pane</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Jul 2007 11:33:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maddalena Dalla Mura]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Books]]></category>
		<category><![CDATA[Design]]></category>
		<category><![CDATA[Material culture]]></category>
		<category><![CDATA[Museums]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Luciano Gibelli, Memorie di cose. Attrezzi, oggetti e cose del passato raccolti per non dimenticare, 2 voll., Priuli &#38; Verlucca Editori, Pavone Canavese (Torino) 2004; in questi volumi, esito di un lavoro trentennale («una lunga [&#8230;] ricerca – iniziata nel 1974 – svolta soprattutto in Piemonte», ma con prima edizione nel 1980; ivi, p. 45) &#8230; <a href="https://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/memorie-di-cose/" class="more-link">Continue reading <span class="screen-reader-text">Memorie di cose<br/>Non briciole insipide, ma un unico pane</span></a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2007/07/gibelli_bicicletta.jpg" title="gibelli_bicicletta"><img src="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2007/07/gibelli_bicicletta.jpg" alt="gibelli_bicicletta" /></a><strong><a href="http://www.internetbookshop.it/code/9788880682943/GIBELLI-LUCIANO/MEMORIE-COSE-ATTREZZI-OGGETTI-COSE-DEL-PASSATO-RACCOLTI-PER-NON-DIMENTICARE.html">Luciano Gibelli, <em>Memorie di cose. Attrezzi, oggetti e cose del passato raccolti per non dimenticare</em></a></strong><a href="http://www.internetbookshop.it/code/9788880682943/GIBELLI-LUCIANO/MEMORIE-COSE-ATTREZZI-OGGETTI-COSE-DEL-PASSATO-RACCOLTI-PER-NON-DIMENTICARE.html">, 2 voll., Priuli &amp; Verlucca Editori, Pavone Canavese (Torino) 2004</a>; in questi volumi, esito di un lavoro trentennale («una lunga [&#8230;] ricerca – iniziata nel 1974 – svolta soprattutto in Piemonte», ma con prima edizione nel 1980; ivi, p. 45) e ricchi di disegni, dello stesso autore, viene svolto un vero e proprio racconto che sgorga dagli oggetti tradizionali, dalla cultura materiale di una regione, costituita del resto non solo dagli oggetti in sé ma da tutto quel che attorno a essi si è mosso e si può ancora muovere: ricordi, innanzi tutto, ma poi ricette, lavorazioni, narrazioni, usi, costumi, linguaggio, storia sociale&#8230; L’autore precisa che «il contenuto di questo lavoro non può essere letto come un romanzo, partendo dalla prima pagina, su un “filo” che si conclude e completa all’ultima; tutt’altro, in questo caso i termini sono capovolti: occorre partire dall’indice [oltre 30 pagine] per orientare il proprio interesse e soltanto così, forse, <strong>potrà accadere al Lettore sensibile di ricevere l’impressione che trasmettono gli oggetti</strong>; commuovendosi, appassionandosi, stupendosi, turbandosi, trepidando anche, come leggesse davvero un romanzo» (ibidem). Partendo dalla constatazione che «di antichi oggetti, procedimenti od altro talvolta non esiste un corrispondente vocabolo italiano [&#8230;] così come a precise definizioni in italiano non corrispondono vocaboli in lingua piemontese», l’autore costruisce un testo che «non solo apparentemente [&#8230;] <strong>procede senza soluzione di continuità</strong>. Ho voluto in tal maniera ritrarre il fascino del conversare che si faceva nelle veglie serali d’un tempo, vale a dire il non attenersi ad un argomento prefissato, senza sapere dove conducesse esattamente il discorrere mentre vagava da un fatto reale ad un ricordo» (<em>ibidem</em>). Nelle speranze di Gibelli, quel che ne esce è «<strong>un piccolo museo pieghevole, da tenere in un angolo della libreria</strong>». Nella libreria, ma, precisa subito dopo Gibelli, «se il caso desse che il Lettore possedesse una vecchia casetta in campagna ed accanto al camino vi sopravvivesse ancora una sia pur vetusta camminiera, ebbene questi fogli li metta in prima fila su di un ripiano, perché è lì il posto che spetta loro». Considerazione poetica e immaginifica, che invero molto dice su quel che un museo può o deve essere, su quel che può e dovrebbe fare con gli oggetti e i patrimoni che in esso si trovano, sottratti, strappati o comunque materialmente slegati dal <strong>contesto d’origine</strong>, proprio quel contesto che – in tutti i suoi aspetti – deve essere da essi testimoniato, raccontato, indagato, esposto, comunicato. I libri di Gibelli possono essere considerati allora <strong>un’opera museografica</strong> (del resto lo stesso autore parla di come «i problemi della sede, dell’organizzazione, della conduzione insieme a tanti altri impedimenti» abbiano ostacolato per lui e altri «Uomini meritori e Comunità previdenti» (ivi, p. 47), che tanti oggetti, attrezzi, mobili, vestiti, ecc., hanno raccolto sottraendoli al tempo e all’oblio). Senza per ciò voler finire con il leggere il museo come testo, l’oggetto come testo. È piuttosto il senso dello studio, della ricerca e dell’<strong>autorialità del curatore</strong> che ci interessa. Rigorosa e insieme appassionata, magari a tratti nostalgica – nel caso di Gibelli – ma consapevole. «E così, raccogli e conserva, raccogli ed ammucchia, oggi posso <strong>aprire il mio cofano affinché a tutti</strong>, per mezzo di questi fogli, <strong>pervenga il piacere che provavo io</strong> quando – approfittando dell’ora dedicata al pisolino – andavo nascostamente a frugare nel cassetto del Nonno – tutto suo – per far la conta dei bulloni, dei dadi, delle ranelle ormai inusabili che formavano il suo tesoro. Oggi più che mai» (ivi, p. 49).<a href="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2007/07/gielli_mezzamanica.jpg" title="gibelli_mezzamanica"><img src="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2007/07/gielli_mezzamanica.jpg" alt="gibelli_mezzamanica" /></a>Non ci si stupirà di ritrovare nel “cofano” di Gibelli – oltre a <strong>piante ed erbe</strong> «usate in passato nei casi più disparati, talvolta incredibili», di cui pure egli ha raccolto e offre notizie, nella parte conclusiva del libro – le forme da burro come pure il giogo,  la campana e il torchio a vite discendente, i polsini e lo stiratore litico, ma anche, fra le “schede” – tutte connesse nel fluire del discorso –, una dedicata al <strong>carrozzo</strong>: «antenato indiscusso del Go-Cart» la cui realizzazione «ci promuoveva tecnici, ingegneri, elaboratori, carrozzieri, piloti, cronometristi, giudici di gara ed Artigiani con l’A maiuscola [magari, aggiungeremmo oggi, pure designer]» (ivi, p. 583). Non si tratta però di scheda tutta abbandonata alla memoria d’infanzia e gioventù – come invece avviene maggiormente per quella dedicata alla “<strong>invenzione del motorino</strong>”, da parte di tal Masino Culasso «il 27 maggio 1936, vale a dire una decina di anni prima della nascita della Vespa, della Lambretta, del Cucciolo, del Mosquito e di tutti gli altri motorini» – ché Gibelli da solo si richiama: «bando alla poesia e via al linguaggio tecnico: DESCRIZIONE OGGETTIVA E CARATTERISTICHE», che segue puntualmente nel dettaglio di materiali, ruote, sospensioni, propulsione, snodo, freni, sedile.Non mancano all’appello la grattugia (gratusa comun) e il tostino (brusacafè), la macchina da caffè e il tirabrace, i chiodi e la zucca da vino (bot), ma si trovano anche unità di misura (diverse per ogni capoluogo di provincia) e addirittura le “<strong>istruzioni per l’uso</strong> del pesatore”, o ancora la <strong>mezzamanica</strong> (angagianta), su cui ci soffermiamo.Di questa Gibelli non solo dice che «era portata in ufficio dagli impiegati del tempo che fu e che anch’io ebbi ancora la ventura di conoscere, al mio primo impiego, opera della Mamma e dono per consacrare la mia trasformazione in lavoratore (d’Azienda Privata) con qualcosa di significante [&#8230;] e per difendere le maniche della giacca nuova»; non solo nota che forse «pochi sanno che anticamente la Mezzamanica s’usava al singolare, montata solo sul braccio destro (ma il sinistro dove lo tenevano?), probabilmente per ragioni d’economia e forse il suo evolversi al plurale significò e fu la testimonianza misconosciuta d’un lento progredire sindacale, di traguardi salariali»; ma anche si spinge a «celebrare tutto ciò», a modo suo, dice, «con <strong>quattro notiziole storiche</strong> che devono aver influito parecchio sull’organizzazione del lavoro burocratico:- 1830: Celestino Galli, di Carrù (1804-1866), inventa il Potenografo, il primo congegno – si può dire – per scrivere premendo su dei tasti [a tal proposito si veda anche quanto descritto in Waldimaro Fiorentino, Sistemi di scrittura specialistica, in “Scienza e Tecnica”, LXVI, 2003, n. 394, giugno, a p. 16 <a href="http://64.233.183.104/search?q=cache:dMJ7ygJVVRYJ:www.sipsinfo.it/giugno%25202003.pdf+celestino+galli+potenografo&amp;hl=it&amp;ct=clnk&amp;cd=1&amp;gl=it">scaricabile online</a>];- 1855: Giuseppe Ravizza, avvocato, archeologo e storico di Novara (1811-1885), brevetta il suo Cembalo scrivano, macchina per scrivere a “scrittura visibile” realizzata fin dal 1846, presentata all’Esposizione di Torino del 1858 e di cui ne costruì ben 12 modelli, via via perfezionandoli;- 1868: il 13 agosto nasce ad Ivrea Camillo Olivetti, futuro professore alla Stanford University, che fonda in Italia dapprima l’industria degli Strumenti di Misura(1896) e poi quella delle Macchine per Scrivere (1909);- 1880: in dicembre il Senato italiano adotta la Michela, ossia la Macchina Fonostenografica inventata da Antonio Michela [&#8230;]sono date e Uomini piemontesi che, non soltanto per i burocrati, sconvolsero irreversibilmente l’uso del calamo», del quale segue, o meglio s’inserisce presso che senza soluzione (se non per via di regole e usi tipografici) una dettagliata scheda, e così via (ivi, pp. 246-248).<a href="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2007/07/gibelli_calamaio.jpg" title="gibelli_calamaio"><img src="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2007/07/gibelli_calamaio.jpg" alt="gibelli_calamaio" /></a>Neppure stupirà, dunque, di trovare minerali e armi, tarocchi piemontesi, incisioni rupestri, la bicicletta – e la sua storia –, monete e strumenti d’ogni genere, e inoltre pietanze e ricette – come la Pasta e fagioli oppure la <strong>Bagna Càuda</strong>, e qui è la nostra personale memoria a correre fino alla nonna materna&#8230;A proposito delle <strong>ricette</strong>, ancora una riflessione: nell’introduzione ai due volumi, Gibelli precisa difatti che per il «“collaudo” [delle ricette e dei vari preparati] ho usato quasi sempre i vecchi sistemi di manipolazione degli ingredienti, eccezion fatta per <strong>l’uso del mortaio che ho sovente sostituito con il moderno macinino-frullatore elettrico</strong>». Non è questa la migliore ammissione che la storia dell’uomo e dei suoi <a href="http://www.amazon.ca/geste-parole-Andr%E9%20Leroi-Gourhan/dp/images/2226017283">“gesti”</a> si snoda con continuità, lungo un filo irriducibilmente materiale?E che, insomma, la storia è una, come diceva Roland Barthes che recuperiamo facendo riferimento a quel che <strong>Sergio Polano</strong> ha scritto, <em><strong>Per una critica degli artefatti umani</strong></em>, in “dezine”, 2001, n. unico, maggio, pp. 1-2: «Preferirei, infatti, che degli artefatti e dei loro artefici, degli artifizi e degli arti, delle singolari imprese e delle plurali industriosità che li condizionano e li consentono, si tentasse e si provasse, con tutti i rischi che ciò comporta, l’ipotesi pregiudiziale di scrutarne la complicanza intrinseca e assieme <strong>la strutturale unità soggiacente</strong>, niente affatto riducibile in toto a (né risolvibile entro) compartimentati saperi specializzati e specialistici – profondi, selon moi, solo se maniacalmente specifici tanto quanto aperti al confronto sereno –, e si rinunciasse ad affidarsi esclusivamente a disgiunte ragioni estetiche o a banali poetiche individuali, a vieti economicismi meccanici o al comodo riparo dell’azione di un qualche misterioso <em>genius loci</em> e via discorrendo, separando in bricioline insipide il gusto e <strong>la forma unica di un solo, unico pane</strong>. È quanto, fuor di metafora, si può meglio esprimere (e anche, per chiarezza di scienza, porre all’egida di una palese dichiarazione di parte, sottoscritta in pieno da chi scrive) con una concisa citazione di <strong>Roland Barthes</strong>, ove egli ragiona a proposito di apparentemente lontani ma sostanzialmente prossimi problemi (le scritture), concludendo che: “c’è una filosofia della Storia: cioè che <strong>la Storia è una e unica</strong>”». Così scriveva Polano a ricordare che «gli “<strong>oggetti di disegno industriale</strong>”, nella loro significativa varietà (assai meno casuale di quanto possa apparire, tanto son affamiliati spesso) andrebbero soppesati, confrontati e messi a fuoco nel panorama del trascorrere di geografie storiche e di topografie cronologiche, ogni volta del tutto peculiari», senza ridursi alla bilancia estetica del bello/brutto, giacché – com’egli dichiara, per sé –  «l’ambizione [è] di <strong>occuparmi d’arte, delle arte e degli arti</strong>: la maggior parte degli “oggetti di disegno industriale”, fors’anzi tutti gli artefatti umani, null’altro sono infatti che protesi, estrinsecazioni, estrusioni, oggettualizzazioni e oggettivazioni artefatte delle prestazioni del corpo; il bello e il brutto restino materia e affare di chi (avendone il tempo e le capacità) si diletta di estetica e la crede una disciplina storicamente consolidata (ma non ha più o meno due secoli and a half? oserei credere forse pochi, a fronte del<strong>l’umana industria</strong>, <strong>“disciplina” dell’homo sapiens e faber che spazia</strong> [&#8230;] <strong>per almeno 40 migliaia d’anni</strong>). Comunque sia, credo che “potrà comprendere appieno l’arte – come ben spiegava <strong>Konrad Fiedler</strong>, già nel secolo passato (affinando altrui filosofiche idee di più antica data), in uno dei suoi <em>Aphorismen</em>, il 36 – solo chi non le imporrà una finalità estetica né simbolica, perché essa è assai più che un oggetto di eccitazione estetica e, più che illustrazione, è linguaggio al servizio della conoscenza”».</p>
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		<title>Cultura materialeCm #1. Tentativo di definizione 1</title>
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		<pubDate>Sun, 27 May 2007 19:27:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maddalena Dalla Mura]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Books]]></category>
		<category><![CDATA[Material culture]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Recentemente, a fronte di una dichiarazione del mio interesse verso la cultura materiale, una persona – inglese (forse va precisato?) – mi ha chiesto «What do you mean?». Già&#8230; che cosa intendo?Il titolo di questo post potrebbe far credere che io voglia avventurarmi in una prova di autonoma definizione. In realtà ho pensato bene di &#8230; <a href="https://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/cm1_tentativo_di_definizione_1/" class="more-link">Continue reading <span class="screen-reader-text">Cultura materiale<br/>Cm #1. Tentativo di definizione 1</span></a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2007/05/zanetti_strumenti.jpg" title="zanetti_strumenti"><img src="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2007/05/zanetti_strumenti.jpg" alt="zanetti_strumenti" /></a>Recentemente, a fronte di una dichiarazione del mio interesse verso la <strong>cultura materiale</strong>, una persona – inglese (forse va precisato?) – mi ha chiesto «<strong>What do you mean</strong>?». Già&#8230; che cosa intendo?Il titolo di questo post potrebbe far credere che io voglia avventurarmi in una prova di autonoma definizione. In realtà ho pensato bene di riprendere in mano le pagine del volume dell’<em><strong>Enciclopedia Einaudi</strong></em>  – opera mirabile – dedicate da Richard Bucaille e Jean-Marie Pesez alla voce “cultura materiale” (<a href="http://www.einaudi.it/einaudi/ita/catalogo/scheda.jsp?isbn=978880610041&amp;ed=87"><em>Enciclopedia Einaudi</em>, IV: <em>Costituzione-Divinazione</em>, Einaudi, Torino 1978</a>, pp. 271-305), al fine di segnare pro memoria (mea) alcuni punti e spunti senza cui non potrei procedere. Cominciamo con una parte della voce.L’approccio degli autori conforta e sostiene. Con la consapevolezza che «nonostante il suo significato globale appaia evidente – come spesso accade per le idee e le espressioni che il ricercatore usa quotidianamente [eccomi qui!] –, la nozione di cultura materiale continua ad essere, di fatto, <strong>imprecisa e insieme contraddistinta dall’illusione della trasparenza</strong>»; con la coscienza che dell’espressione viene fatto un uso tanto diffuso quanto indefinito, allora la strada da seguire non può scendere da un a priori che «non terrebbe conto in modo esauriente dei significati concreti» e dell’uso che i vari autori hanno fatto di questa idea. Per prima cosa la recensione degli usi; quindi, il bilancio; infine le considerazioni che se ne potranno trarre. (E qui è già una lezione di metodo.)È proprio ripercorrendo l’emergere della nozione e le sue “applicazioni”, che si scopre, scrivono Bucaille e Pesez, che se pure si tratta di idea variamente adattatasi alle esigenze epistemologiche di diverse discipline (scienze umane), la nozione di cultura materiale manifesta anche «una stabilità epistemologica» e una presenza costante tali da far pensare che «<strong>corrisponda a una necessità delle scienze umane e che la soddisfi</strong>» (pp. 271-272).Detto ciò, gli autori ripercorrono <strong>preistoria e storia della nozione</strong>, prima di tentarne la definizione.1. (<strong>Il substrato: le scienze umane</strong>) La preistoria della nozione (pp. 272-274) introduce nel mezzo di una “rottura epistemologica” (Althusser) (metà XIX sec. circa), quella preparata nel secolo dei Lumi e a inizio Ottocento, favorita da eventi politici, compagna di viaggio della rivoluzione industriale e della nascita degli stati dell’Europa che abbiamo conosciuto; una rivoluzione che, si noti, nonostante gli oppositori/tradizionalisti, riesce a «ottenere la fiducia dei [&#8230;] contemporanei, per lo più sotto forma di cattedre d’insegnamento». Si tratta di un movimento che nasce da una nuova problematica ideologica – relatività e contingenza di ogni oggetto della scienza – e genera una nuova metodologia – sperimentazione pratica, confronto di dati, dimostrazione per prova e verifiche ecc. Fra le discipline coinvolte:- la preistoria, nascente con Boucher de Perthes: <em>Antiquités celtiques et antédiluviennes</em> (1847) e <em>De l’homme antédiluvien</em> (1860);- teoria della storia e dell’economia, con Karl Marx e Friedrich Engels: <em>Manifest der kommunistischen Partei</em> (1848), <em>Das Kapital</em> (1867);- antropologia sociale e culturale: Edward B. Tylor, <em>Primitive Culture</em> (1871),  Lewis H. Morgan, <em>Ancient Society</em> (1877);- paleontologia: Charles Darwin, <em>On the Origin of Species</em> (1859);- fisiologia e medicina: Claude Bernard.Insomma, «semplificando alquanto, si può dire che è allora che <strong>il pragmatismo</strong> ha largamente la meglio sull’idealismo». E se pure non si può dire che la nozione di cultura materiale faccia allora la sua precisa comparsa, tuttavia «è allora che si elaborano le condizioni sociologiche e scientifiche» per la sua nascita.«<strong>Questa nozione</strong> [&#8230;] <strong>diventa possibile dal momento in cui</strong> [&#8230;] <strong>cambia la definizione delle finalità e dell’oggetto scientifico e si sviluppa una metodologia che presuppone il ricorso al concreto, al tangibile, al materiale</strong>», sia questo l’utensile e l’osso per l’archeologo, i dati monetari e le quantità di materie prime misurati da Marx, gli oggetti di diverse civiltà per gli antropologi, gli animali reali studiati da Darwin. E ancora si possono richiamare – per precisare questo substrato – gli oggetti (veramente) anonimi delle civiltà dissepolte contro gli oggetti d’arte, il materialismo storico di Marx, le collezioni etnografiche di oggetti nate un po’ ovunque ecc. Un vero e proprio <em>Zeitgeist</em>, che include le leggi sociali, la separazione fra Chiesa e Stato, il naturalismo di Zola ecc.Senza trascurare, segnalano gli autori, quella sociologia che, verso la fine del XIX secolo, per opera e nell’opera di Émile Durkheim faceva spazio anche agli «aspetti materiali della civiltà, quelli che, nella terminologia marxista, corrispondono al campo delle infrastrutture» (una sociologia diversa dall’attuale, e più simile all’odierna antropologia sociale e culturale). Benché poi Durkheim stesso si sia volto piuttosto alle sovrastrutture.(i)2. (<strong>La storia</strong>) La storia della nozione (pp. 275-277) prende avvio propriamente con l’inizio del XX secolo, non solo come contenuto indispensabile per le discipline già citate ma anche per questioni metodologiche, in particolare a opera «degli intellettuali che scoprono e diffondono il pensiero marxista». E il riferimento imprescindibile è naturalmente alla fondazione nel <strong>1919</strong> della <strong>Akademija istorii material’noj kul’tury</strong>, in Russia, con decreto di Lenin: conferma, scrivono gli autori, del «legame che c’è sempre stato tra l’idea di cultura materiale, il socialismo in genere e il marxismo» (e, preciserebbe forse <a href="http://www.polano.eu/">qualcuno</a>, motivo di tanto perdurante e ottuso “abbandono” e fraintendimento del tema). Ma anche «ingresso ufficiale della nozione nel campo della storia». E, fra 1920 e seconda guerra mondiale, storici – per lo più quelli che «guardavano al socialismo» – sono stati gli studiosi che se ne sono maggiormente occupati.Terreno fertile la Francia, in cui dopo gli sforzi per l’elaborazione di una storia nazionale «che legittimasse sul piano ideologico il nuovo Stato repubblicano e centralizzato», si assiste alla reazione di studiosi fra cui spiccano i nomi di <strong>Marc Bloch</strong> e <strong>Lucien Febvre</strong>, i fondatori del gruppo delle “Annales”, orientati a dare voce, anziché a re e avvenimenti eccezionali, ai “muti della storia”. Un «compito immenso», in effetti.Ma la storia della cultura materiale prosegue anche sotto le altre discipline: gli studi preistorici (anche perché non ha a disposizione documenti scritti) e l’antropologia di Durkheim e <strong>Marcel Mauss</strong>, raccolta nella redazione dell’“Année sociologique”. Anche se, come già detto, «<strong>l’antropologia</strong>, nonostante sembri aver contribuito notevolmente alla sostituzione di una storia della cultura alla storia di gesta, ha continuato tuttavia, per proprio conto, ad <strong>attribuire ai fenomeni materiali propriamente detti solo un’importanza secondaria</strong>», mostrando maggiore attenzione per i fenomeni simbolici e le rappresentazioni mentali. Fatte salve eccezioni insigni – vedi <strong><a href="http://www.hominides.com/html/biographies/andre-leroi-gourhan.html">André Leroi-Gourhan</a></strong> –  nel suo complesso l’antropologia «non si è mai interessata molto alla cultura materiale».3. (<strong>L’archeologia</strong>) Per proseguire nella storia della nozione (pp. 277-279), si deve tenere conto che nella fruttuosa relazione instaurata dagli storici con la cultura materiale, per quest’ultima s’insinua una difficoltà evidente, <strong>un limite</strong>: le fonti storiche, infatti, sono <strong>i documenti scritti</strong>, e tali che, «si rarefanno rapidamente man mano che si risale nel tempo».È stata l’archeologia, o meglio <strong>il metodo archeologico</strong>, a mostrare quale contributo la cultura materiale può dare anche a problematiche storiche. L’esempio più eccellente viene dalla Polonia del dopoguerra, dove alcuni storici, per dimostrare che le origini della loro nazione in nulla erano debitrici al mondo germanico, utilizzarono operazioni di scavo sistematico, dimostrando l’esistenza di una cultura originale. Era l’avvio dell’archeologia medievale, sviluppatasi anche in altri paesi europei; per esempio in Inghilterra, dove storici e archeologi insieme hanno tentato di porre rimedio «alle carenze delle fonti scritte», anche perché «la documentazione classica, scritta o visiva, può cogliere ampi settori della cultura materiale, ma non ne rende che un’immagine riflessa, soggettiva e già interpretata, e quindi necessita di cautele». Viceversa l’archeologia «mette <strong>direttamente in contatto con il materiale stesso, che si può toccare, esaminare, e interpretare, senza il pericolo d’errore dovuto alla soggettività della documentazione</strong>». Come indicava Leroi-Gourhan, solo «l’archeologia non ha limiti di documentazione nello spazio e nel tempo», fornendo un bacino di informazioni precise e numerose tali da consentire «sintesi generali e particolareggiate», per cui «gli storici contemporanei non sbagliano a fare sempre più assegnamento sulla documentazione loro offerta dagli archeologi».Tant’è che forse la cultura materiale è destinata a essere una sorta di «archeologia metodologicamente ed epistemologicamente rinnovata».Ma, aggiungiamo noi, il “destino”, rispetto all’anno di redazione della voce dell’<em>Enciclopedia</em>, dovrebbe essersi forse già compiuto?(<em>continua</em>)(i) Sul tema “sociologia e cultura materiale” torneremo in seguito, anche con riferimento al testo di <a href="http://www.internetbookshop.it/code/9788838919619/GIACOMARRA-MARIO-G/UNA-SOCIOLOGIA-DELLA-CULTURA-MATERIALE.html"><strong>Mario Gandolfo Giacomarra</strong>, <em>Una sociologia della cultura materiale</em>, Sellerio, Palermo 2004</a>, che invero segue un percorso per noi non del tutto limpido nelle sue concatenazioni – senza con ciò voler certamente qui attribuire la causa all’autore –, percorso in cui si parla di antropologia e sociologia, di cultura materiale e semiotica, di operatori culturali e di problematiche museali, proponendo un interessante caso studio, ovvero le saline di Trapani.Nella Presentazione Giacomarra segnala come per lungo tempo sociologi (quelli della “Sociologia della cultura”, non tanto della “Sociologia dei processi culturali” come è chiamata oggi) e antropologi hanno faticato a incontrarsi sul terreno della “cultura”, laddove i primi, scrive, hanno inteso non l’«espressione di popoli o gruppi d’interesse etnologico» ma il «prodotto di operatori culturali che, di mestiere “producono cultura” o [&#8230;] “producono eventi”»; mentre i secondi si sarebbero attenuti alla versione di Edward B. Tylor, quindi una cultura «accostata nelle società complesse ai dislivelli sociali, per cui si articolava in strati culturali diversi o si distingueva, contrapponendole, una cultura egemonica e una subalterna». Ora, prosegue l’autore, se per cultura materiale si intende «il complesso di attività lavorative tradizionali cui le comunità si dedicano, gli strumenti di lavoro di cui dispongono, le connesse strutture sociali e i relativi apparati simbolici», e se a lungo di ciò si sono occupati gli antropologi, è tuttavia da considerare che «nell’uso delle tecniche tradizionali di produzione e lavorazione non c’è solo una dimensione culturale, ma ce n’è anche una sociale tutta da investigare». Di qui l’idea di proporre una “<strong>sociologia della cultura materiale</strong>”, dice, «non per inventare nuove sigle ma per ampliare l’ambito di interesse della sociologia della cultura».E qui particolarmente abbiamo per ora difficoltà a seguirlo, nella Presentazione come nello sviluppo che del tema viene dato all’interno del libro: «Il sociologo della cultura, colui che accentra i suoi interessi sugli operatori e i promotori della cultura, può a sua volta cogliere il significato e il senso del valore semiotico della cultura materiale e delle iniziative intese a documentarla, tutelarla, valorizzarla e offrirla alla fruizione. Si apre così agli aspetti sociologici della complessa problematica museale, nel passaggio dal valore d’uso al valore segno degli oggetti» – è una sensazione, o <strong>si sta dicendo che l’oggetto entra nel museo solo in quanto trasfigurato in segno?</strong> sarà questo il motivo per cui fatichiamo a seguirlo? – «dal tempo in cui essi servivano alla produzione a quello in cui diventano testimonianze di realtà trascorse ma ancora avvertite come proprie delle comunità interessate».Ma su questo testo, e sulle perplessità in merito, è nostra intenzione ritornare, per capire se il difetto sia in noi o, in qualche modo, nelle tesi proposte.</p>
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