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	<title>maddamura.eu &#187; Exhibitions</title>
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		<title>Esposizioni e parole #3 + identità Museo ferroviario di Trieste</title>
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		<pubDate>Tue, 18 Dec 2007 10:20:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maddalena Dalla Mura]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Ancora parole. Parole vicino, sopra, intorno agli oggetti. Racconti, spiegazioni, visite guidate. Parole sotto, vicino, intorno alle immagini degli oggetti. Cartellini, targhe, didascalie.Poiché non c’è due senza tre, restiamo a Trieste ancora, e guardiamo al Museo ferroviario nella ex stazione di Campo Marzio. Si tratta di un museo “ferroviario”, appunto (non della scienza e della &#8230; <a href="https://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/museo_ferroviario_trieste/" class="more-link">Continue reading <span class="screen-reader-text">Esposizioni e parole #3 + identità<br/> Museo ferroviario di Trieste</span></a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2007/12/ts_museoferroviario1.jpg" title="ts_museoferroviario1"><img src="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2007/12/ts_museoferroviario1.jpg" alt="ts_museoferroviario1" /></a><strong>Ancora parole</strong>. Parole <strong>vicino</strong>, <strong>sopra</strong>, <strong>intorno</strong> agli oggetti. Racconti, spiegazioni, visite guidate. Parole sotto, vicino, intorno alle immagini degli oggetti. Cartellini, targhe, didascalie.Poiché non c’è due senza tre, restiamo a Trieste ancora, e guardiamo al <a href="http://www.retecivica.trieste.it/museofer/">Museo ferroviario</a> nella ex stazione di Campo Marzio. Si tratta di un museo “ferroviario”, appunto (non della scienza e della tecnica, né dei trasporti, né di treni solo come vagoni e locomotrici), quindi sviluppato attorno alla storia ferroviaria di Trieste, raccogliendo tutto quanto – dai vagoni ai macchinari, dai vestiti ai biglietti, dai timbri ai carrelli, dalle panche per le sale d’attesa ai pannelli di comando – di essa può conservare memoria. Una memoria ravvivata – in specie per i più piccoli – da modellini e diorami, fra i quali uno che riproduce il comprensorio di Villa Opicina nel 1910, in fase di manutenzione proprio durante la nostra visita a opera dei solerti artefici e volontari. Sì, perché come spesso avviene per simili musei in Italia specialmente (si vedano anche <a href="http://www.laspezia.net/mnt/main.htm">questo</a>, <a href="http://xoomer.alice.it/verbanoexpress/">questo</a>, o <a href="http://www.museoferroviarioligure.it/">questo</a>), alle spalle di tanta affettuosa raccolta ed esposizione c’è un’associazione che include <strong>appassionati</strong> e, nel caso triestino, <strong>volontari</strong> in lotta con budget minimi o inesistenti. Ma sono questi i musei in cui si respira <strong>un senso di appartenenza forte</strong>, un clima conviviale, una disponibilità altrove – dove tante qualità sono stipendiate – piuttosto rara. Sono i musei nei quali l’eventuale difetto nel rigore dell’ordinamento e dell’esposizione è controbilanciato da tali qualità, e da una diretta, intima, conoscenza che gli “operatori” hanno di ciò che è esposto. Sono questi i musei in cui si percepisce il senso di una identità. Identità che la comunità tutta, locale, dovrebbe valorizzare e promuovere.Diamoci due, anzi tre <strong>riferimenti</strong>. Prendiamo il largo, come seguendo onde che si propaghino dopo il lancio del sasso nello stagno.Nel testo <em>Museo</em>, il cui anno di pubblicazione è il 1989 e che abbiamo <a href="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/2007/12/16/museo_mare_trieste_sciarrelli/">già citato</a>, <strong>Binni e Pinna</strong> individuavano, sintetizzando, la seguente evoluzione/trasformazione dell’istituzione “museo”: «Se dunque l’origine del museo è proprio da ricercarsi [&#8230; nella] funzione di <strong>accumulo</strong> o, se si preferisce, di recupero degli oggetti, e cioè nella necessità culturale di creare collezioni, analogamente la trasformazione del museo <strong>in senso cultural-scientifico</strong> prima, e in senso sociale poi, è passata attraverso i mutamenti del concetto stesso di collezione, cui la seconda metà del XVI secolo, e la filosofia di Bacone in particolare, tolse l’aspetto di curiosità e di svago a favore di un concetto scientifico più profondo. Proprio la trasformazione baconiana del senso della collezione, divenuta uno strumento indispensabile di ricerca scientifica, ha dato al museo finalità diverse dalla semplice conservazione, iniziando quella rivoluzione culturale che doveva inevitabilmente portare l’istituzione museale ad assumere una molteplicità di ruoli [&#8230;]» (ivi, p. 85). Il ruolo sociale, o meglio <strong>l’apertura sociale, la “socializzazione” delle funzioni museale</strong>, si esprimeva allora, secondo gli autori, nella necessità di organizzare la <strong>funzione educativa</strong> (non originaria ma ormai necessaria) dei musei. Illuminavano in questo passaggio un momento di trasformazione, rischioso per alcune antiche istituzioni e però promettente migliorati destini per tante altre: «Il nuovo ruolo educativo porta alla riconsiderazione in senso sociale di tutte le funzioni del museo, da quella scientifica a quella conservativa che assume, quest’ultima, una potenzialità eccezionale. La funzione di conservazione muta così la sua stessa essenza, si apre all’esterno, non si limita più ai materiali che fra le mura del museo vengono conservati ma si allarga al territorio e alla città di cui il museo stesso diventa parte integrante [&#8230;] nasce la vocazione del museo verso la tutela di tutto ciò che costituisce il patrimonio culturale di una comunità». Concludendo poi, per l’Italia, che proprio il «mancato consolidamento del ruolo sociale» era/è causa delle «incertezze culturali tipiche della museologia italiana» (ivi, p. 87).Se da allora tale compito sia stato in pieno assolto e risolto ci è difficile dirlo, per nostra ignoranza. Certo rimane che non sempre pare essere stato risolto – e per alcuni casi calati dall’alto neppure individuato – il nodo cruciale di quello che Binni e Pinna chiamano “<strong>messaggio culturale</strong>”, e che possiamo ben riferire all’<strong>identità</strong>. Scrivono (ivi, p. 92): «Ogni comunità ha caratteri propri che la individualizzano nel complesso delle altre comunità»; si tratta di una caratterizzazione che discende da fattori che determinano «quello che può definirsi <strong>l’ambiente culturale</strong>, uno status differente per ciascuna comunità e derivante in massima parte dal rapporto fra le comunità e derivante in massima parte dal rapporto fra la comunità e l’ambiente, quest’ultimo inteso non solo nella sua accezione <strong>geografica</strong> ma anche in quella più strettamente <strong>ecologica</strong>, comprensiva cioè dei rapporti fra comunità diverse», ma anche del <strong>fattore dinamico</strong> costituito dal passare del tempo, e delle conseguenti evoluzioni. Quindi una geografia che è vissuta, una società, e <strong>la sua storia</strong>, perché di questo si tratta.Identità, abbiamo detto. E allora riprendiamo un altro riferimento, da un intervento di <strong>Sergio Polano</strong>, <em>Reti museali: atomi e bits</em>, laddove parla dell’«identità dei luoghi» – ché il tema era appunto quello delle reti di musei, quindi di luogo/luoghi. Diceva: «[&#8230;] non è casuale, forse, che in questo momento ci si interroghi frequentemente su una supposta e non dimostrata identità dei luoghi. Soggetto di tali e tante indagini che sono state condotte con metodi e prospettive spesso divergenti, è la natura, l’intima complessione, la peculiare configurazione, l’interna definizione, la dotazione propria, l’<strong>identità di un luogo</strong>, cioè l’<strong>identità di una trasformazione antropica del paesaggio</strong>, delle forme diverse degli insediamenti umani [&#8230;]»; ma che cosa è questa identità? «Identità è entità dinamica, cioè la capacità-qualità di essere e rimanere <strong>id</strong>, ovvero una determinata cosa, oggetto di conoscenza, non affatto “altra”. Pertanto, <strong>l’identità è un moto temporale</strong>, che sostanziando un <strong>quid</strong>, rende identico e consente l’identificazione». Una identità che è nella storia del luogo (e non un mitico <em>genius loci</em>), e che rimane nelle tracce materiali e sensibili, «tracce ambigue», «segni equivoci».Dunque spazio e tempo, geografia e storia, società e cultura.Nei fatti, vicino a queste considerazioni se ne collocherebbero altre che, di nuovo per ignoranza ma anche per non allontanarci troppo per ora, si riferirebbero, dagli anni ottanta a oggi, al boom dei beni culturali, ai sistemi e poi alle reti di musei, ai musei diffusi e agli ecomusei – dove <strong>“eco”</strong> ha il significato usato da Binni e Pinna per parlare di ambiente e territorio in termini di ecologia, ovvero <strong>habitat</strong>, come relazione fra uomo e territorio: «nicchia ecologica della specie uomo a confronto con la sua storiaı» (Valter Giuliano in <em>Ecomusei e paesaggi. Esperienze, progetti e ricerche per la cultura materiale</em>, Edizioni Lybra Immagine, Milano 2004).Aggiungiamo però il terzo riferimento che ci riporta agli anni più recenti; ovvero un convegno recente – <strong>Il Museo storico. Il lessico, le funzioni, il territorio</strong> – di cui <a href="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/2007/06/29/museo_dilemmi_e_tensioni/">abbiamo già detto</a>, che, come altri esempi e non solo in Italia, restituisce l’immagine di un mondo in fervore, quello dei musei del nuovo millennio, ancora <strong>alle prese con l’identità</strong>, in duplice senso: l’identità del museo <strong>come istituzione</strong>, e poi le singole identità dei musei, i contenuti di cui si fanno portatori ed espressione. (E notiamo, en passant, che se è vero che si ha la convenzione di distinguere con “storico” un certo tipo di museo – come <a href="http://www.maddamura.eu/2007/06/06/museo_classificazione_unesco__guide_eu_museum_statistic/">abbiamo anche visto fa pure l’Unesco</a> – per quanto abbiamo riportato e con un poco di buon senso, non <strong>sono storici tutti i musei</strong> [quelli che si possono definire veramente tali]?.) Dunque, il senso duplice di identità; anzi, triplice e quadruplice senso, ché si aggiungono l’<strong>identità degli spazi</strong>, l’architettura e, da costruire con questa, l’exhibit design, e infine l’identità, che è coerenza, dell’immagine – quella che si chiama “coordinata”, ovvero <strong>identità visiva</strong>. Aspetto quest’ultimo tanto più rilevante dove – come ricordava Polano nel testo citato supra – si voglia fare <strong>sistema</strong> o costruire <strong>rete</strong>, su un territorio. Perché dalla frammentazione di diverse identità, dalla mancata integrazione, quella identità di territorio e società, di cultura, di cui si diceva, difficilmente potrà emergere agli occhi del visitatore; o, quel che è peggio forse, agli occhi della stessa comunità, che così perde se stessa.In quel convegno, <strong>Icom Italia</strong> (per inciso, l’ammodernato sito dell’associazione, che già <a href="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/2007/06/05/lessico_musei_italiani/">indicavamo migliorabile</a>, è se possibile peggiore e peggio funzionante del precedente, anche perché – difetto esiziale in rete – scarsamente aggiornato) si proponeva di mettere sul tavolo alcuni dilemmi e tensioni, costituiti da interrogativi, alternative o potenzialità, binomi fra i quali si trovano: <strong>comunità/territorio</strong>, <strong>comunità/collettività</strong>, <strong>nazionale/locale</strong>, <strong>locale/globale</strong> ecc.Perché se per Binni e Pinna, in quel finire degli anni ottanta, questione critica per i musei era farsi carico correttamente della funzione sociale ed educativa (che richiedeva anzi tutto il riconoscimento del proprio “messaggio culturale”), non è che poi le vicende museali si siano sciolte in placidi rivoli. A più riprese oggi si parla di <strong>crisi dei musei</strong>, o non si è mai smesso di farlo dal secolo scorso, e nel mezzo dovremmo almeno fare cenno agli anni dell’“economia della cultura” e del marketing nei musei, alle fraintese sovrapposizioni o commistioni di modelli nordamericani e realtà italiane, alla competizione, quasi, fra musei e parchi del divertimento, all’ingresso utilissimo ma pure l’eccesso di digitale e multimediale nei musei, all’altro fraintendimento, quello del virtuale rispetto al reale, e poi, come sempre, alle frammentate iniziative della politica più o meno locale. Quel che pare, tuttavia, è che se da un lato <strong>i musei non sono certo destinati a morire</strong> – e da più parti si precisa la capacità di trasformarsi e mutarsi di questo istituto, già testimoniata lungo i secoli –, dall’altro lato è ancora in corso, al di là delle individue esperienze, la riflessione su come si debba rinnovare questa ricca esistenza. Eppure non sembra che quel nodo che sopra si segnalava – identità –  sia stato assunto pienamente.Riprendiamo ancora Polano che chiedeva «<strong>qual è il significato che ci è utile</strong> per trovare una prospettiva interpretativa, che ci conforti, nel tentare di costruire un modello coerente al nostro tempo». È evidente che se, sotto le mode e le correnti, dietro i filoni e le tendenze, ritornano le stesse domande, allora questo “significato utile” – che è senso, è direzione, prospettiva appunto – non è stato cercato/trovato. Vuol dire che <strong>tali domande, piuttosto che tornare, sono rimaste dove erano</strong> allorché si iniziò a porle, dunque inevase, o male interpretate, sempre ciascuno per conto proprio.Altrimenti, <em>ad exemplum</em> e per tornare da dove siamo partiti, molto banalmente, un museo come il Museo ferroviario di Trieste verserebbe in migliori condizioni, troverebbe altro sostegno nelle istituzioni, e non vedrebbe tagliati i suoi fondi.Ma con il Museo ferroviario di Trieste, Campo Marzio, volevamo parlare della parola, o dirne ancora qualcosa&#8230;<strong>Parole intorno agli oggetti</strong>. Non solo parola scritta ma pronunciata: racconti, spiegazioni, visite guidate. È soprattutto nei musei nati dall’associazionismo e dalla passione di privati cittadini che il <strong>racconto vivo </strong>si dispiega, incarnato, talora agito – come là dove alle parole segue una dimostrazione. Né teatro (come le esperienze illustrate da Graham Farmelo, <em>Fare teatro al museo</em>, in <em>Scienza in pubblico. Musei e divulgazione del sapere</em>, a cura di John Durant, Clueb, Bologna 1998, pp. 81 ss., dove venivano illuminati pregi e difetti di simili iniziative) né automatico spostarsi di orecchi appoggiati a scaldare audioguide. Piuttosto risuonano le voci, i commenti. I bambini chiedono di mettere in movimento i trenini. I responsabili dei musei attivano il diorama&#8230; In questi musei la narrazione parlata si fa necessaria, lo scambio domande/risposte sopperisce all’assenza o carenza di didascalie e cartellini, di pannelli esaustivi; <strong>il racconto si appoggia al proliferare di oggetti</strong> – più o meno accumulati o organizzati –, ne restituisce le vicende, <strong>li riordina</strong> e articola. Un ordinamento, una contestualizzazione temporanea.Non sono invero del tutto assenti le parole sotto, vicino, sopra agli oggetti, ai macchinari. <strong>Didascalie, spiegazioni</strong> specifiche – un modello di treno, un’applicazione tecnologica, una raccolta di strumenti –, cartellini, targhe, didascalie.<a href="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2007/12/ts_museoferroviario2.jpg" title="ts_museoferroviario2"><img src="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2007/12/ts_museoferroviario2.jpg" alt="ts_museoferroviario2" /></a>E parole vicino, anzi sotto le immagini. <strong>Fotografie di altri tempi</strong>: stazioni, locomotrici, vagoni&#8230; Immagini per tracciare un percorso. Così per celebrare gli inizi di la ricca storia ferroviaria di Trieste – storia che si amplia necessariamente ben oltre vagoni e sale d’attesa e si collega alle gloriose vicende delle infrastrutture, con ponti, viadotti, tunnel e stazioni edificati in vari anni, per estendere e punteggiare direzioni politiche e commerciali, in guerra come in pace – è in corso quest’anno la mostra <strong>1857-2007. 150 anni della prima ferrovia di Trieste</strong>. Una esposizione, organizzata appunto con immagini e didascalie, che si spera non venga smantellata, se mai migliorata e arricchita, perché aiuta a collocare, a contestualizzare, a dare un più profondo livello di lettura per tenere insieme e dare senso a tutto quanto raccolto ed esibito nel museo. È la storia della <strong>linea “Meridionale”</strong>, ovvero del collegamento fra la capitale dell’impero absburgico Vienna e Trieste, cioè il suo porto, passando per Graz e Lubiana. Realizzata fra il 1841 e il 1857 – con l’ingegnere <strong><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Carlo_Ghega">Carlo Ghega</a></strong> (1802-1860; veneziano d’origine) direttore lavori dal 1845 – e dal 1858 già ceduta a una società privata, la Imperial-Regia Privilegiata Società della Ferrovia Meridionale (k.u.k. Privilegierte Südbahn Gesellschaft), che ne mantenne la gestione fino alla fine della prima guerra mondiale, dopo di che avvenne il passaggio alle FS, alle quali oggi rimane solo un tratto (Trieste-Villa Opicina) in seguito alla seconda guerra mondiale, e al nuovo confine italo-iugoslavo. Una storia ricca di costruzioni e progressi, esposta – anche qui – un po’ come nelle pagine di un libro, ma che si apprezza poi ulteriormente visitando le sale del museo, dove si trovano gli oggetti, le leve e i cambi, i copricapi e i biglietti, le penne e i timbri, i chiodi e le lanterne&#8230; Insomma tutti <strong>quei materiali – concreti, presenti, tangibili – che sono la sostanza di un museo</strong>. E che in questo caso parlano, sussurrano o possono essere fatti parlare, comunque non restano muti, e raccontano di <strong>un’opera imponente</strong>, di ingegneria e tecnologia, di uomini e macchine, ma pure di un <strong>orgoglio</strong> che, se certo non è dimenticato da chi lo prova, è però ignorato dai più, da noi che oggi saliamo su treni in ritardo, sporchi e maltrattati, pretesi ma trascurati dalla società e dallo stato (si veda su questi temi anche quel che scrive <a href="http://toneguzzi.it/2007/11/23/ferrovia-rapporto-annuale/">toneguzzi.it</a>). Scopriamo non solo il “carrello italico”, dell’ingegner Zara, applicato dal 1904 per locomotive a vapore, al fine di migliorarne la circolabilità in curva, oppure la storia della <strong><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Locomotiva_FS_E.626">locomotiva E.626</a></strong> «base dei nostri locomotori elettrici» e primo avvio di unificazione FS per la progettazione di tali veicoli, dopo la metà degli anni venti, o ancora che sulla linea Meridionale si circolava a sinistra; scopriamo anche nelle vetrine oggetti che narrano di un altro tempo, come le bustine contenenti “miscela salino-vitaminica” confezionate appositamente per il servizio sanitario FS, oppure l’estratto d’inchiostro polvere nero copiativo, anch’esso fabbricato e confezionato ad hoc in “dose per un litro” per le FS dalla ditta Alces di Roma, mentre quello rosso, “dose per 1/5 di litro” era fornito da C. Moro, di Portici.<a href="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2007/12/ts_museoferroviario3.jpg" title="ts_museoferroviario3"><img src="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2007/12/ts_museoferroviario3.jpg" alt="ts_museoferroviario3" /></a>E lungo l’Italia portano anche le tante targhe di costruzione delle locomotive, che si trovano appese alle pareti nelle sale del museo: Società anonima Officine Meccaniche (OM), Milano; Società per Costruzioni elettro meccaniche Saronno (CEMSA); Tecnomasio italiano, Brown Boveri Milano, officine di Vado Ligure; Compagnia Generale di Elettricità (GE), Milano; S.A. Costruzioni Ferroviarie e Meccaniche (SACFEM), Arezzo; Sezione materiale ferroviario FIAT; Società nazionale delle officine di Savigliano, Torino; Officine Moncenisio, già AN. Bauchiero, Torino, Condove; Officine meccaniche siciliane S. per A. (OMSSA), Palermo; Simmel Industrie meccaniche, Castelfranco Veneto ecc.Vengono in mente gli uomini, il lavoro, gli sforzi, l’impegno, il progresso della società. Si prova <strong>un vero moto d’orgoglio</strong>, in un paese che – come i comici si incaricano oggi di ricordare – ne ha perduto il senso, perché sta perdendo identità.I musei esistono anche per questo.E poiché non c’è due senza tre, chiudiamo ancora con Polano, che nel testo citato cita un <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/George_Santayana">filosofo americano</a>: «<strong>il popolo che dimentica la sua storia, è costretto a ripeterla</strong>».</p>
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		<title>Esposizioni e parole #2. Civico Museo del mare di Trieste</title>
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		<pubDate>Sun, 16 Dec 2007 17:15:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maddalena Dalla Mura]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2007/12/ts_museomare1.jpg" title="ts_museomare1"><img src="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2007/12/ts_museomare1.jpg" alt="ts_museomare1" /></a>Non lasciamo cadere le <strong>parole</strong>. Parliamone ancora. Giacché – encore, je sais! – se ci son luoghi dove si crede di poter separare presso che completamente la parola dall’esposizione, rimandando la prima in altra sede, separata, come una nota a fine libro, ve ne sono altri dove si entra e par d’<strong>essere fra le pagine di un libro di enormi dimensioni</strong>. Roba da paese delle meraviglie&#8230; se non fosse che un museo è un museo, o dovrebbe esserlo, quindi non dovrebbe ridursi a far da reggi-libro. La riflessione ci è venuta visitando il <strong><a href="http://www.retecivica.trieste.it/triestecultura/musei/scientifici/museomare/mareframe.htm">Civico Museo del mare di Trieste</a></strong>, e non tanto per il museo in sé, ma per l’esposizione attualmente in corso – che del resto con l’allestimento museale s’intreccia – <strong><a href="http://www.retecivica.trieste.it/new/Default.asp?tabella_padre=sezioni&amp;ids=12&amp;tipo=-&amp;pagina=cstampa_leggi.asp&amp;comunicato=2188">Squeri e Cantieri a Trieste tra Settecento e Ottocento</a></strong>, che ripercorre appunto le vicende della prima cantieristica triestina. E lo fa con molti, <strong>grandi pannelli</strong>, disposti in successione – non sempre chiarissima passando da una parete all’altra – nelle sale del I e del II piano del museo stesso. Come leggiamo dal comunicato stampa «è stata autonomamente organizzata con le forze e col personale comunale del Museo», però ha anche alle spalle tre sponsor, fra cui Fincantieri. E se certo grande impegno deve essere stato speso nella ricerca e nello studio, non altrettanto si può dire sia stato profuso per la realizzazione dei pannelli che in questa mostra con vocazione didattica hanno ruolo centrale. Né nella loro chiara integrazione con gli allestimenti, che attingono a materiali del museo, ma senza che sia ben chiarita la distinzione fra ciò che riguarda la mostra e quella che è l’esposizione permanente.Ricordiamo ora quanto scrivevano <strong>Lanfranco Binni</strong> e <strong>Giovanni Pinna</strong>, <em>Museo</em>, Garzanti, Milano 1989, pp. 88 ss., ovvero che il <strong>museo moderno</strong> – cioè quello in cui <strong>alle funzioni di conservazione si aggiungono quelle sociali, didattiche, di trasferimento della cultura prodotta</strong> – ha la propria centralità nell’esposizione permanente, in cui esprime il proprio “messaggio educativo”. Un messaggio, o contenuto, che deve prima di tutto “riconoscere” e poi applicare, eseguire, realizzare. Ma gli autori ricordano anche che l’«esposizione del museo, e cioè la realizzazione pratica del messaggio culturale, non è infatti, o <strong>non deve essere, solo una trasposizione grafica o in oggetti di idee scientifiche</strong> [&#8230;] ma essa ha come caratteristica fondamentale, inscindibile dalla natura stessa dell’istituzione, il potere di essere contemporaneamente spettacolo e scienza, spettacolo e arte o spettacolo e storia» (ivi, p. 94); e ancora: «Il museologo deve [&#8230;] assumersi la responsabilità di <strong>costruire il messaggio culturale solo attraverso le esposizioni</strong>, senza delegare questa funzione a supporti diversi dalle esposizioni stesse» (ivi, p. 95) (questo da riferire ad altri casi, non al museo triestino). Infine: «Vi è spesso [&#8230;] fra i museologi la tendenza a trasferire nelle esposizioni il lavoro di ricerca scientifica o di scavo senza operare alcuna <strong>interpretazione del materiale in chiave museologica</strong> [&#8230;]» (ivi, p. 96).Non abbiamo citato questi brani perché riteniamo che nel Museo del mare si riscontrino tutti i difetti che esse lasciano intendere; piuttosto per rammentarci che fra gli estremi – <strong>troppo testo</strong>, <strong>nessun testo</strong> – ci sono ottime vie di mezzo, quelle in cui l’informazione scritta sostiene l’esposizione di oggetti e materiali, i quali a loro volta vivificano e danno corpo al racconto letto, o ascoltato (ché informazioni come quelle contenute nei pannelli sovente sono affidate agli abili animatori e operatori culturali variamente attivi nei musei). Che questa relazione sia possibile se ne ha testimonianza nello stesso Museo del mare, dove al piano terra è stata allestita la mostra dedicata a <strong><a href="http://www.carlosciarrelli.org/biografia.htm">Carlo Sciarrelli. Architetto del mare</a></strong> (prorogata fino al 6 gennaio 2008). Certo un secolo di cantieristica non è comparabile con una mostra monografica; ma, appunto, l’equilibrio del messaggio e della sua trasmissione sono nelle mani dei curatori. E, almeno, i pannelli ai piani I e II potevano essere altrimenti, con maggiore cura grafica, fatti – considerando che di pannelli e non brochure ingigantite, e comunque mal  fatte, si trattava.<a href="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2007/12/ts_sciarrelli1.jpg" title="sciarrelli1"><img src="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2007/12/ts_sciarrelli1.jpg" alt="sciarrelli1" /></a>Anche il racconto su <strong>Carlo Sciarrelli</strong> (1934-2006) – autore di 140 barche e del libro <em>Lo yacht, origine ed evoluzione del veliero</em> (Mursia 1970), « il testo di nautica più letto» in Italia – <strong>si affida alla parola</strong>: a testi di vari autori, citazioni, e infine documenti video, che permettono di “conoscere” meglio la persona, sentirne lo spirito particolare, ricercandolo poi nei progetti e nei modelli esposti, nei libri tratti dalla sua biblioteca (come l’<em>Orlando furioso!</em>), nella curiosa striscia di cartoncino che Sciarrelli teneva dietro il suo tavolo da disegno, sulla quale sono riportati i nomi di 137 imbarcazioni progettate, e l’autovalutazione del progettista stesso, indicata da un asterisco: «il giudizio sulla corrispondenza tra opera realizzata e la sua ragion d’essere; secondo due parametri: l’utilità e la bellezza».<a href="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2007/12/ts_sciarrelli2.jpg" title="sciarrelli2"><img src="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2007/12/ts_sciarrelli2.jpg" alt="sciarrelli2" /></a>Ed è così, fra video e pannelli, e immagini, che emergono sia l’<strong>uomo</strong> sia il <strong>progettista</strong>, sia tutto quel che si muoveva intorno, dai <strong>clienti</strong> – per esempio quelli che lo perseguitavano con la telefonata del sogno, ovvero descrivendogli e chiedendogli di realizzare la loro barca dei sogni – ai <strong>cantieri</strong>, perché – è scritto – «non si può comprendere Sciarrelli senza i cantieri a cui ha affidato la realizzazione dei suoi progetti. Sciarrelli praticava i cantieri, li frequentava, amava confrontarsi con le maestranze tanto quanto all’opposto era lontano dai processori, dai computer. L’antica scienza artigiana era per lui essenziale per una progettazione che trovava compimento esclusivamente al momento della produzione; dalla bozza di progetto al dettaglio tutto l’iter era seguito da Sciarrelli in un confronto da cui sono scaturite le sue barche». Anche se siamo certi, comunque, che non necessariamente il computer tiene lontano chi ha passione da cantieri, laboratori o magazzini, è però importante capire la varietà di interessi di Sciarrelli, l&#8217;ampiezza del suo sguardo. Leggiamo degli studi all’Istituto tecnico industriale, del lavoro come fuochista nei treni (era figlio di un ferroviere), e poi della passione per le barche – come dichiarava, infatti, a interessarlo erano le barche, non tanto il mare –, la <strong>formazione da autodidatta</strong>, in architettura, arte, nautica&#8230;<a href="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2007/12/ts_sciarrelli3.jpg" title="sciarrelli3"><img src="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2007/12/ts_sciarrelli3.jpg" alt="sciarrelli3" /></a>La <strong>laurea</strong> Sciarrelli l’ha ricevuta nel <strong>2003</strong>, dall’<strong>università Iuav di Venezia</strong>. E non stupisce, sia per il rilievo del suo lavoro sia perché, in questo, troviamo anche un progetto di <strong>motoscafo per Venezia</strong>, che Sciarrelli stesso così descriveva: «L’idea generale dello scafo nasce come realizzazione possibile di una idea che da tempo il mio vecchio amico (con cui ho fatto molte navigazioni in regate d’alto mare) ing. Giorgio Galletti, titolare di uno studio di progettazione idraulica, mi ha rivelato e che è perfetta ed affascinante. A me è stato richiesto di darle una forma navale pratica e realistica e la mia parte è la tavola a fianco [in esposizione] che propone un taxi con dislocamento a mezzo carico di 2,8 tonnellate, con velocità di lavoro ottima di 9 nodi. Uno scafo che non produce assolutamente alcuna onda, <strong>beve l’acqua nel suo interno e la risputa fuori a poppa</strong>. Può con opportuni filtri, anche pulire lo sporco altrui in sospensione nell’acqua. Il principio è geniale, perfetto e semplicissimo».Ecco, fra pannelli, modelli, disegni, video, questa ci sembra una mostra ben costruita, “sentita”.<strong>Per chiudere</strong>, approfittiamo per <strong>segnalare</strong> a nostra volta, quanto segnalatoci da <a href="http://www.polano.eu/sp/2007/12/16/methode/">qualcuno</a> che ne sa ben più di noi su questioni di metodo et affini:«&#8230; l&#8217;“artistique” dans sa totalité, comme le rappelle Bakhtine, ne réside pas dans la chose, ni dans le psychisme du créateur pris isolément, ni dans celui du contemplateur : “l&#8217;<strong>artistique</strong> englobe ces trois aspects ensemble. Il <strong>est une forme particulière de la relation entre créateur et contemplateurs, fixée dans l&#8217;œuvre artistique</strong>”. Et c&#8217;est cette relation située dans un contexte qui nous intéresse».</p>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/museo_mare_trieste_sciarrelli/">Esposizioni e parole #2. <br/>Civico Museo del mare di Trieste</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008">maddamura.eu</a>.</p>
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		<title>Esposizioni e parole #1. Ettore Sottsass a Trieste</title>
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		<pubDate>Sun, 16 Dec 2007 09:31:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maddalena Dalla Mura]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Design]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Parole, parole, parole. Ancora parole. Siamo stati a Trieste e abbiamo visitato due musei e una mostra, e oltre alle foto scattate (dove si può, ché in alcuni luoghi, come sappiamo, non è lecito ancora) e riflessioni diverse, rimangono le parole: sulla carta, sui muri, nell’aria; scritte, scandite, mormorate, appese, appoggiate, appiccicate&#8230; oppure assenti, dimenticate, &#8230; <a href="https://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/parole1_sottsass_trieste/" class="more-link">Continue reading <span class="screen-reader-text">Esposizioni e parole #1. Ettore Sottsass a Trieste</span></a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2007/12/sottsass_trieste1.jpg" title="sottsass_trieste"><img src="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2007/12/sottsass_trieste1.jpg" alt="sottsass_trieste" /></a><strong>Parole, parole, parole</strong>. Ancora parole. Siamo stati a Trieste e abbiamo visitato due musei e una mostra, e oltre alle foto scattate (dove si può, ché in alcuni luoghi, come sappiamo, non è lecito ancora) e riflessioni diverse, rimangono le parole: sulla carta, sui muri, nell’aria; <strong>scritte</strong>, scandite, <strong>mormorate</strong>, appese, appoggiate, appiccicate&#8230; oppure <strong>assenti</strong>, dimenticate, trascurate. Già, perché, per tornare a quel che scrivevamo del <a href="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/2007/12/09/contrappunto3_triennale_design_museum/">Triennale Design Museum</a>, dove la parola è, appunto, assente, rimandata e collocata altrove, non si può dire che il nodo sia facile da sciogliere. <strong>La parola nel museo, la parola in mostra</strong>.Accade, come nella mostra attualmente in corso a Trieste <strong><a href="http://www.teknemedia.net/archivi/2007/12/5/mostra/26995.html">Ettore Sottsass. Vorrei sapere perché</a></strong> (6 dicembre 2007 – 2 marzo 2008, Salone degli Incanti, ex Pescheria centrale, riva Nazario Sauro) che ci si trovi in questa situazione, nell’“isola” tematica dedicata agli ornamenti: un testo con le parole di<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Ettore_Sottsass"> Sottsass</a> da leggere su una parete mentre, al di sopra, due altoparlanti emettono la voce di Ettore Sottsass stesso, che pronuncia altre parole, discorsi diversi. Esperienza tremenda, sicché alla fine ci si allontana non avendo letto né ascoltato. Ci son però due altre cose da dire, e forse qualcuna in più.<strong>La prima</strong> è che la Pescheria, per volume e altezza, è <strong>un luogo pessimo per l’acustica</strong>; e se è vero che per la mostra di Sottsass il difetto – evidentissimo – è accentuato dal numero contenuto di installazioni e materiali, non è che vada meglio quando di installazioni ce ne sono di più, come avevamo notato in occasione della prima edizione di <a href="http://www.festrieste.it/">Fest</a>, la Fiera dell’editoria scientifica di Trieste che si è tenuta lo scorso maggio. Pure essendo certi che Trieste ha guadagnato con la Pescheria un luogo centrale per eventi e manifestazioni, forse curatori, exhibit designer e allestitori dovrebbero cominciare a una soluzione. Se allora, durante Fest, il rumore era moltiplicato da interviste  e conferenze in corso, monitor e altoparlanti, oltre che dai visitatori, nel caso della mostra di Sottsass la sensazione di fastidio è forse ancor più accentuata, visto che una fondamentale componente è affidata proprio alla parola parlata. Il risultato è un sommesso eppur rimbombante brusio. Ciascuna delle <strong>sette isole tematiche</strong> in cui si articola il percorso (ancora questo numero, il 7, come anche a Milano; forse nel 2008 sarà di moda l’8? [Ma in questo paese – dove si dice che i giovani sono sempre più lontani dalle scienze matematiche – pare che il desiderio di dare numeri sia incontenibile: quale comunicato non proclama oggi: «100 pezzi» o «oltre 100 pezzi»? Così a Milano, del pari a Trieste, e giù giù lungo lo stivale&#8230;]) è infatti una struttura colorata e d’ispirazione sottsassiana, destinata ad accogliere oltre gli oggetti – all’interno, tranne che nel caso dei gioielli/ornamenti – un testo di Sottsass – sulle pareti esterne – e due altoparlanti – all’interno, tranne che nel caso dei gioielli. (Le isole o “templi”, come suggeriscono i comunicati, sono dedicati a: Disegno, Ornamenti, Ceramica, Vetro, Architettura, Oggetti, Fotografia.) Del <strong>difetto acustico</strong> forse se ne sono accorti anche i curatori, dato che l’audio – se anche nell’insieme disturba – in ogni isola è tenuto con un volume tanto basso da rendere difficilmente comprensibili alcuni passaggi. Non è che si voglia criticare, tanto per il piacere di farlo. Abbiamo apprezzato molto il lavoro degli stessi curatori – <strong>Marco Minuz</strong>, <strong>Alessio Bozzer</strong> e <strong>Beatrice Mascellani</strong> – per la mostra dedicata lo scorso anno a <a href="http://www.design-italia.it/italiano/dettaglio.htm?tipo=idee&amp;idx=20">Enzo Mari</a>. E apprezziamo la scelta di dare spazio, soprattutto nel caso di Sottsass, alla sua parola. <strong>Buona l’idea, non buona l’esecuzione</strong>, insomma. (Tanto più che in questa mostra il peso dato alla parola di Sottsass è evidente scelta dominante, e le didascalie sono rimandate a sette fogli informativi, uno appeso in ogni isola; benché crediamo che semplici cartellini didascalici non avrebbero disturbato molto, è una scelta che, per com’è concepita la mostra, si può anche accettare.)Anzi, per il peso dato alla parola (ed è questa la<strong> seconda cosa</strong>): ottima idea, perché <strong>il dono di sé</strong> che un autore/artista/progettista/poeta/quant’altro fa attraverso le sue parole, oltre che le sue opere, è cosa preziosissima e rara. Come non essere rapiti, per esempio, nel sentire Sottsass ricordare suo padre architetto, un architetto artigiano, che lavorava in casa, aiutato dalla moglie, la madre di Sottsass, che provvedeva a cancellare gli errori nei disegni?Altrettanto si apprezza la presenza delle <strong>fotografie</strong> – non molte invero, ma per ogni isola sono pochi i materiali esposti – che aiutano a suggerire il <em>milieu</em> in cui Sottsass (ne ripetiamo il nome ché ci è difficile definirlo; designer come lui vuole? artista? poeta?) ha vissuto, è cresciuto (nel 2004 a Napoli si è tenuta una mostra delle fotografie di Sottsass, che in tale occasione ha rilasciato questa intervista a <a href="http://espresso.repubblica.it/dettaglio-archivio/551551">“L’espresso”</a>). “Suggerire”, però, non molto di più, e si va via con l’acquolina in bocca, il desiderio di cercare, studiare, leggere, sapere di più (ecco, questo sì, succede a Trieste, con questa mostra. Ma sarebbe difficile il contrario, dato il personaggio). Che cosa pensare davanti a quel <strong><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Chet_Baker">Chet Baker</a></strong>, 1960 a Milano, con il bicchiere sempre in mano, con sguardo di eterno fanciullo – come lo ricorda mio papà – <strong>sempre <em>Alone Together</em></strong>&#8230;? E poi Ezra Pound con Allen Ginsberg a Portofino, Hemingway a Venezia&#8230; Qualche tempo fa <a href="http://www.elenabrigi.com/">un’amica</a> ci diceva che non si può capire Sottsass senza guardare alla sua opera fotografica, agli anni con Fernanda Pivano, all’insieme delle sue esperienze.Ha fatto bene allora l’amico <strong><a href="http://toneguzzi.it">Gabriele Toneguzzi</a></strong>, intervistato con Minuz da RadioTre, lunedì 10 dicembre scorso, a ricordare e ribadire la ricchezza di esperienze di Sottsass, il valore “progettuale” anche della fotografia nella sua opera, a suggerire la lettura del volume edito da Neri Pozza <em><a href="http://www.neripozza.it/collane_dett.php?id_coll=7&amp;id_lib=252">Ettore Sottsass. Scritti 1946-2001</a></em>, a sottolineare in ultimo la grande generosità di Sottsass, in specie verso i giovani. I quali allora speriamo che vadano a vedere la mostra, e se ne vadano via <strong>con quel desiderio di conoscere e sapere di più</strong>.Approfittiamo per citare, dal catalogo (Electa), <strong><a href="http://www.polano.eu/sp/">Sergio Polano</a></strong> che per parlare di Sottsass cita:- <strong><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Eupalinos">Eupalinos</a></strong>: «In tutti i campi, <strong>l’uomo veramente forte è colui che meglio sente che niente viene dato</strong>, che bisogna tutto costruire, tutto acquisire, che trema quando non sente ostacoli, e ne crea&#8230; Per costui la forma è una decisione motivata».- <strong><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Paul_Valery">Paul Valéry</a></strong>: «Unica fra tutte le arti, e in un attimo indivisibile di visione, <strong>l’architettura carica il nostro animo del sentimento totale delle facoltà umane</strong>».</p>
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		<title>Contrappunto IIIDalle parole ai fatti e ritorno</title>
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		<pubDate>Sun, 09 Dec 2007 12:45:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maddalena Dalla Mura]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[Exhibitions]]></category>
		<category><![CDATA[Museums]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Confessiamo di avere avuto qualche difficoltà, un certo fastidio, per arrivare a scrivere il nostro terzo contrappunto (si vedano il I e il II, e inoltre qui); ora che dalle parole si è passati ai fatti. Anche perché ci tocca tornare alle parole, tante, tantissime, rivelatrici, spesso uguali, talora maltrattate: le parole che hanno espresso &#8230; <a href="https://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/contrappunto3_triennale_design_museum/" class="more-link">Continue reading <span class="screen-reader-text">Contrappunto III<br/>Dalle parole ai fatti e ritorno</span></a></p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2007/12/tdm-1.jpg" title="tdm1"><img src="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2007/12/tdm-1.jpg" alt="tdm1" /></a>Confessiamo di avere avuto qualche difficoltà, un certo fastidio, per arrivare a scrivere il nostro terzo contrappunto (si vedano il <a href="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/2007/09/25/contrappunto_rassegna_allestimenti/">I</a> e il <a href="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/2007/09/26/contrappunto2_pulci/">II</a>, e inoltre <a href="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/2007/09/22/frasi_da_una_non_esposizione/">qui</a>); ora che dalle parole si è passati ai fatti. Anche perché <strong>ci tocca tornare alle parole</strong>, tante, tantissime, rivelatrici, spesso uguali, talora maltrattate: le parole che hanno espresso gli intenti, le speranze, avanzato le (vana)glorie, imposto le spiegazioni dei curatori e dei responsabili dell’<strong>ormai nato Triennale Design Museum</strong>. Così tante, queste parole, e soverchianti rispetto all’umana possibilità di ascolto e comprensione, da sembrare opera di indottrinamento. La favola del Re nudo (<strong>I vestiti nuovi dell’imperatore</strong>) è purtroppo spesso presente nella nostra mente. Anche in questo caso, dove troviamo abili tessitori.Museo del design italiano, <strong>innovativo</strong>, <strong>innovativo</strong>, <strong>innovativo</strong>, <strong>nuovo</strong>, <strong>nuovo</strong>, nuova tipologia, magia, magico e bla bla. Chi fra i presenti alla conferenza stampa – da Rampello a Moratti, da Formigoni a Rota e Greenaway – non l’ha detto? Pochi o nessuno (anche perché la tradizionale richiesta “ci sono domande?”, rivolta ai giornalisti, è stata stretta tra la chiusura di Rampello e il presto alzarsi di tutti. Insomma pro forma). Forse solo <strong>Daniela Benelli</strong>, assessore alla Cultura della Provincia di Milano, che ci è sembrata l’unica <strong>voce fuori coro</strong>&#8230; anzi forse l’unica a svolgere la funzione del coro, un commento fuori dalla scena principale delle celebrazioni lontana dai <strong>forzati squilli di tromba</strong>, un’opinione più sobria e pacata, capace di attingere a parole diverse del nostro ampio vocabolario, a rammentare che, se l’apertura dello spazio del Museo aiuta la città, a Milano <strong>c’è ancora da lavorare su diversi fronti</strong>. E anche nel Museo.Tornando all’<strong>opera di indottrinamento</strong>, ci pare che se almeno non avessero profuso tanta forza nello squillare le proprie trombe, i responsabili godrebbero dell’attenuante dell’ingenuità. Si potrebbe essere più comprensivi, come verso chi si affaccia al mondo con un primo tentativo. <strong>Ma visto che insistono</strong>&#8230; il faut parler. Non che non si creda che abbiano tanto lavorato, non dormendo la notte, come han detto. Tuttavia, per inseguire le 7 ossessioni che hanno immaginato possano rappresentare il design italiano, devono aver perso il senso della macchina che avevano immaginato. Al di là di quel che si potrà scrivere basta la visita. <strong>Basta entrare per accorgersene</strong>. E vien da chiedersi se i tanti banditori in conferenza stampa l’avessero visitato il “Museo” (debbo usare le virgolette, ché non credo di riuscire più oltre a chiamarlo così). Forse non han potuto giacché fino alla mattina del 6 dicembre, come è stato detto dal curatore scientifico Andrea Branzi, com’è «nella tradizione classica delle grandi mostre» l’allestimento non era ancora concluso. (Ma a quale tradizione si rifanno?)A questo punto dobbiamo liberarci del sassolino: <strong>il Triennale Design Museum non è un museo</strong>. E bisogna che qualcuno pur lo dica. L’unico tentativo in questo senso ci è sembrato il titolo di un articolo apparso in <strong>“Nòva”</strong>, il supplemento de “Il Sole 24 Ore”, uscito il giorno stesso dell’inaugurazione: <strong><em>Centro di design permanente</em></strong>. Forse il tentativo è stato involontario, visto che l’occhiello anticipa “A Milano il nuovo museo”, ma tant’è. Sì, perché <a href="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/2007/09/26/contrappunto2_pulci/">come già avevamo immaginato</a> non si può dire che in Triennale sia nato un museo, e la definizione che potrebbe meglio avvicinarsi a quel che si vede e “centro” o center; benché anche usando questo termine si dovrebbero poi fare molte osservazioni. Ma visto che in Triennale insistono nel dichiararsi museo, riferiamoci per ora a questa pretesa.Il TDM (abbreviamolo così) non possiede infatti una collezione permanente, o meglio ce l’ha, ma anziché esporla e valorizzarla la “conserva” (come?) lontano dagli occhi e dai cuori degli appassionati; ha deciso inoltre di attingere per le proprie esposizioni ai numerosi giacimenti delle imprese lombarde che hanno sottoscritto una convenzione con la Fondazione (da cui la ripetuta considerazione “Milano è un museo del design”, con le varianti geografiche “la Lombardia è un museo del design”, “L’Italia è un museo del design”). In altre parole il <strong>TDM diventa un front-office</strong>, il luogo di rappresentanza in cui mettere in relazione tali patrimoni, messi a disposizione da imprese e collezioni diffuse sul territorio. Il TDM è flessibile, mutevole, <strong>“mutante”</strong> (così lo definisce, in maniera inquietante Silvana Annicchiarico, direttore della creatura [È buffo il linguaggio usato nei comunicati; per esempio: «A dirigere Triennale Design Museum è stata chiamata Silvana Annicchiarico» come se fosse stata scelta fra una rosa di candidati esterni; infatti, come prosegue subito il comunicato stesso, Annicchiarico «da 9 anni è il Conservatore della Collezione Permanente&#8230;»]).Privato della esposizione permanente, il TDM è il <strong>contenitore neutro per diverse narrazioni</strong> che si succederanno nel tempo; si è parlato di una periodicità di 12-18 mesi, ma qualcuno in “La Repubblica” (7 dicembre) ha scritto “18-24 mesi”: e speriamo che sia un refuso! Insomma un centro, appunto, per esposizioni temporanee affidate a questo o quel curatore. Non un museo, ché <strong>il museo si fonda sullo stretto rapporto con la collezione permanente che conserva ed esibisce come propria identità</strong>. Mentre in Triennale se c’è qualcosa di evidente è proprio la mancanza di identità, che è <strong>mancanza di identità d’intenti</strong> fra i tanti personaggi coinvolti. (E se, come ha detto Rota – exhibit designer con Peter Greenaway – vale per questo “museo” quel che vale per i serial televisivi, ovvero che importante è fare la prima puntata dopo di che la storia continua a episodi, ebbene speriamo che gli sceneggiatori si accorgano che, al di là della qualità, ci sono forse troppi protagonisti, e la storia non reggerebbe a lungo.)Dunque, in Triennale <strong>si rigetta la permanenza</strong>, come qualcosa di obsoleto e malato; eppure “Nòva” titolava “Centro del design permanente”, e nel “Corriere della Sera”, Cronaca di Milano, di venerdì 7 dicembre, p. 7, troviamo ancora usato questo aggettivo, laddove è dichiarato che il prossimo progetto per la Triennale è un “museo permanente della fotografia”. Di fronte a quel che si vede oggi, ci pare che <strong>quando dicono “permanente” evidentemente si riferiscono al Palazzo dell’Arte</strong>, che è l’unico dato permanente di queste operazioni. Per cui non illudiamoci sull’uso che del termine viene e verrà fatto. E infatti fra i comunicati stampa troviamo questo: «Un luogo fisico permanente, ma dai contenuti in continua trasformazione, dove arcaicità e tecnologia si combinano&#8230;». Sembra l’annuncio di un film, pardon!, telefilm fantascientifico-orrifico: mutazioni, combinazioni, incroci&#8230; Ma questa <strong>creatura mutante</strong>, vien detto subito dopo, ha «l’ambizione di diventare un punto di riferimento internazionale per la complessa questione del recupero e della conservazione degli oggetti e dei materiali contemporanei». La tensione s’accresce. Annicchiarico scrive: «ci saranno – questa almeno è la nostra intenzione – continui cortocircuiti fra il modernissimo e l’antichissimo, fra il futuro e il passato». Altro che museo! Uno s’immagina un laboratorio con scintille e alambicchi: <strong>mutanti però, non replicanti</strong>, ché qui si sperimenta davvero: «la scelta finale è stata quella di non replicare collezioni o parti di collezioni già esistenti, inseguendo un’impostazione obsoleta che fa dipendere l’esistenza stessa del museo dalla proprietà privata degli oggetti che lo costituiscono». E <strong>voi, museologi e conservatori di tutto il mondo, voi, attaccati alla “roba”</strong>, incapaci di fondare musei se non avete una collezione notabile e notevole di oggetti, sempre presi a cercare pezzi nuovi coerenti con i vostri intendimenti, tutti intenti a dare corpo fisico permanente all’identità delle vostre istituzioni e delle culture di cui siete portatori: <strong>vergognatevi!</strong>E quando io ti dico che questa cosa – che non assomiglia a un museo com’è un museo tradizionalmente e convenzionalmente (santa convenzione!) inteso – <strong>è un nuovo tipo di museo, ebbene o lo capisci oppure lo sciocco sei tu</strong>. E se ti dico che l’imperatore indossa abiti splendidi appena confezionati, mai visti prima, e che sono proprio abiti, e tu non li vedi, ebbene o fai finta di vederli oppure <strong>apri gli occhi</strong>.Trascurando alcuni refusi che balzano agli occhi qua e là, a leggere i comunicati e ad ascoltare le dichiarazioni dei responsabili si dovrebbe ammettere che per una buona parte <strong>i migliori critici negativi dell’attuale TDM sono proprio i suoi autori</strong>.Per esempio laddove dichiarano di non voler realizzare una esposizione puramente estetica, perché gli oggetti di design «sono realizzati prima di tutto per l’uso, non tanto e non solo per una fruizione estetico-contemplativa»<a href="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2007/12/tdm-3.jpg" title="tdm3"><img src="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2007/12/tdm-3.jpg" alt="tdm3" /></a>che ci si deve allontanare dalle formule del museo di arti figurative e che non si deve ridurre un museo del design a una mera successione di pezzi<a href="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2007/12/tdm-4.jpg" title="tdm4"><img src="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2007/12/tdm-4.jpg" alt="tdm4" /></a>e che è necessario ricordare che il design non può essere solo o soprattutto identificato con il furniture design<a href="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2007/12/tdm-7.jpg" title="tdm5"><img src="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2007/12/tdm-7.jpg" alt="tdm5" /></a><a href="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2007/12/tdm-8.jpg" title="tdm8"><img src="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2007/12/tdm-8.jpg" alt="tdm8" /></a><a href="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2007/12/tdm-6.jpg" title="tdm6"><img src="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2007/12/tdm-6.jpg" alt="tdm6" /></a>o ancora che un museo non deve assomigliare alla vetrina di un negozio<a href="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2007/12/tdm-5.jpg" title="tdm7"><img src="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2007/12/tdm-5.jpg" alt="tdm7" /></a>Ma, <strong>per una altra buona parte</strong>, le dichiarazioni dei responsabili contengono <strong>affermazioni per noi difficilmente sostenibili</strong>.Durante la conferenza stampa, come pure nei testi diffusi, <strong>Branzi</strong> ha dichiarato che «<strong>a differenza di altri paesi, il design italiano non è nato esattamente insieme alla Rivoluzione industriale</strong>», perché «mentre in altri paesi si fa nascere con delle date precise l’industrial design», in Italia nasce «prima negli atelier degli artisti», «la sua origine è molto sfumata, risale a volte anche a epoche molto remote, a una classicità d’epoca paleocristiana»; ora, che uno storico, critico e professore proponga una sua visione per legare il presente e il passato ci pare lecito, e se per Branzi le radici sono gli atelier degli artisti o una sfumata classicità, avrà i suoi motivi (nel suo testo in “L’Europeo” rimanda all’animismo latino e alla cultura misterica italica). A noi però suona stonata quanto meno la distinzione fatta per l’Italia sola, <strong>quasi che all’estero ci sian davvero queste date precise</strong> di cui lui parla. E non si dovrà nemmeno leggerlo tutto un testo come <em>Industrial Design</em> di <strong>John Heskett </strong>(Rusconi, Milano 1990, pp. 10-11) – un classico, mica una novità editoriale – per trovare qualcuno che, con un punto d’osservazione certo diverso, scrive – tanto per fare un esempio – che, se pure è particolarmente legato «alla diffusione dell’industrializzazione e della meccanizzazione che comparve intorno al 1770 in Gran Bretagna con la Rivoluzione industriale», non «è corretto ritenerlo un prodotto e una conseguenza inevitabile di quegli avvenimenti», perché «la sua caratteristica essenziale, che è la separazione del design dal processo produttivo, <strong>fece la sua comparsa prima della Rivoluzione industriale</strong> [&#8230;] dalla fine del Medioevo in poi». (Fra l’altro due pagine prima, nella Prefazione, Heskett deplora anche i limiti di certi musei e gallerie che hanno l’abitudine «di organizzare esposizioni di oggetti come forme pure, avulse dalla realtà produttiva e dalle esigenze che hanno determinato un certo progetto». Ci pare di rivederla, questa abitudine&#8230;) E a volersi spingere più indietro, <strong>guardando all’uomo, e non a questa o quella nazione</strong>, perché non ricordare qualcuno come <strong>George Kubler</strong>, <em>La forma del tempo. La storia dell’arte e la storia delle cose</em> (1972; Einaudi, Torino 2002, p. 8): «Le più antiche reliquie dell’opera dell’uomo sono gli arnesi dell’età della pietra. <strong>Da questi arnesi alle cose di oggi non c’è soluzione di continuità</strong>: è un’unica e lunga serie di oggetti, che si è ramificata più volte ed è spesso finita in rami morti. [&#8230;] Ma il flusso delle cose non conobbe mai un arresto totale».Sempre guardando ai comunicati, rileggiamo poi <strong>Annicchiarico</strong>, <em>Un museo mutante</em>: «progettare e <strong>realizzare un museo del design è cosa ben diversa dal progettare o realizzare un museo archeologico</strong> o un museo di arte contemporanea. I prodotti di design sono per lo più di serie non sono pezzi unici»; noteremo almeno che – stranamente, certo – nei musei archeologici troviamo monete, vasi, chiodi e tanti altri artefatti che se pure non prodotti industrialmente sicuramente non erano unici, anzi! Ma non si voleva andare indietro nel tempo a cercare le radici del fare italiano?A leggere i comunicati vien anche da pensare che ci sia stato <strong>qualche cambiamento in corso d’opera</strong>, come suggerito anche dal fatto che fino all’ultimo gli exhibit designer non sono stati in grado di illustrare in alcun modo quello che sarebbe stato l’allestimento, anzi l’“installazione”, come la chiamano più correttamente loro. Così nel comunicato di Rota e Greenaway si dichiarava e si dichiara ancora adesso che il TDM sarebbe stato «un museo che parla di oggetti senza molti oggetti». E invece <strong>gli oggetti per fortuna ci sono</strong>, anche se non sono chiari né chiariti i motivi delle selezioni, né vediamo tracce di altri intenti dichiarati dai due artisti: «un’esposizione [&#8230;] che faccia vedere il significato degli oggetti del design nell’ambiente originale della loro stessa orgogliosa progettazione», che mostri la «continuità con il passato». Certo non si pretenderà che gli schermi e le proiezioni di Greenaway all’ingresso bastino a raccontare l’affondo storico che si dichiarava di voler esporre. Al TDM si entra e dopo un gioco di specchi e schermi di Greenaway – lo “squillo di trombe” per la gloria del design italiano – si accede a quello che dovrebbe essere un percorso, la cui divisione non è per nulla chiara, e che – immaginandolo da fuori e per restare in un’ispirazione di stampo greenawaiano – ci sembra un pezzo di grigio intestino in cui siano rimasti incagliati pezzi vari di design, tali che hanno causato le 7 ossessioni dei curatori.E qui, <strong>dobbiamo dare ragione a Rota</strong>, allorché ha auspicato che <strong>la gente venga e si senta stimolata a studiare</strong>. Lo speriamo anche noi, perché allo stato attuale il visitatore rimane gravato dal vuoto informativo e contenutistico dell’esposizione. Come dire io ti metto lì i pezzi, prendo un pinocchio e una camera da letto di Ponti, poi un po’ di sgabelli Kartell e una poltrona di Mendini, qualche apparecchio di illuminazione, una seduta di covoni di paglia, qualcosa dei Castiglioni&#8230; e poi veditela tu, insomma arrangiati, studia, informati, ché io non ho tempo né altro per proporti un percorso critico sensato. Non è un caso allora che <strong>Rampello</strong> in conferenza stampa abbia detto: «come sappiamo un museo non è solo uno spazio espositivo, ma evidentemente si esprimerà con <strong>iniziative editoriali</strong>, stiamo preparando insieme a Electa una serie di volumi che affronteranno temi e problemi», che si aggiungeranno al numero monografico dell’“Europeo” che viene dato al visitatore con il biglietto d’ingresso (tempo fa dicevano che era il catalogo, ora dicono che è solo un testo di accompagnamento; anche qui qualcosa deve essere accaduta dalla presentazione di settembre a oggi). Ci chiediamo: se il tanto sventolato <strong>con-testo</strong>, che si dice un museo deve ricostruire, viene trasformato in <strong>testo</strong>, letteralmente, cioè rimandato a una serie di pubblicazioni, allora significa che non sei stato capace di fare quel che ti prefiggevi con la tua esposizione, che infatti del contesto degli oggetti non è in grado di raccontare alcunché. Se sono necessarie tante pubblicazioni per illustrare tutto quel che gravita attorno al design, allora il preteso Museo non è riuscito nel suo intento, perché volenti o nolenti quegli oggetti colà esposti sono abbandonati a se stessi. <strong>Se alla fine si è rimandati ai libri, alle foto ivi stampate, ai testi, allora a che pro tentare di fare un museo?</strong>Intendiamoci, però. Il nostro auspicio non è che le persone disertino la Triennale, anzi. <strong>Speriamo che siano in molti ad andare e vedere con i propri occhi</strong>, in molti a esprimere ad alta voce giudizi come quelli che, ascoltando qua e là durante la visita per la stampa, si potevano sentire. Che siano in molti a chiedere qualcosa di diverso, uno sforzo differente, non per forza innovativo ma capace di rendere un servizio concreto e effettivo alla “cultura del progetto”, tanto citata in conferenza stampa. Quella <strong>cultura del progetto che</strong>, per come è presentata in questa esposizione, <strong>rischia di fare notevoli passi indietro</strong>, soprattutto di fronte a un pubblico non specialistico, il quale ultimo invece può avere già assimilato altrove i propri riferimenti e può sempre girare i tacchi. Nel TDM il “progetto” non c’è, non c’è nulla del contesto che circonda ognuno dei pezzi presentati, niente delle vicende storiche, economiche, sociali, tecnologiche, industriali che potrebbero raccontarne le ragioni.Non giovano quelle che – confermando lo spirito televisivo dell’installazione (evidente anche nel cosiddetto Teatro Agorà, una sala conferenze che sembra piuttosto un perfetto studio per talk show) – dovrebbero essere le <strong>didascalie</strong>: piccoli schermi in cui per ogni pezzo – senza alcuna cura grafica e tipografica – sono brevemente raccontate le vicende e presentate alcune immagini. Ma a che servono le foto se ho il pezzo davanti a me? A che cosa serve un museo allora? E, soprattutto, quale criterio di ergonomia cognitiva e di allestimento museografico ha portato a questa soluzione, visto che, se non bastasse, ogni schermo deve servire tanti pezzi: che cosa succederà con la prima scolaresca, se mai una verrà in visita?Nonostante quanto dichiarato dai curatori, <strong>quegli oggetti su pedane e entro teche rimangono presi per sé</strong>, o persi in sé, come pezzi unici di mero valore estetico: <strong>completamente muti</strong>, assordati da musiche e immagini poco comprensibili. Muti anche allorché sono raccolti in massa, come i tanti sgabelli e sedute collocati all’esterno e visibili da una finestra: <strong>una massa di oggetti che pare un negozio</strong>, o meglio il magazzino di un negozio, giacché Kartell, per esempio, quando presenta nelle sue vetrine gli stessi pezzi li dispone con migliore ordine e li accompagna almeno con un cartellino esplicativo. (Su questi pezzi esposti alle intemperie cominciamo a immaginare che ci diranno poi, quando saranno rovinati dalla pioggia o dal freddo, che si tratta di un’opera complessiva in cui si esprime il passare del tempo, il cielo che si è seduto e ha usato sedie e sgabelli, un’opera unica creata in Triennale e chissà quali altri blabla. Siamo avvertiti, qui si produce cultura!)Sui <strong>cortometraggi realizzati dai registi</strong> chiamati a rappresentare le sette ossessioni del design italiano, non c’è molto da dire. (Gli abbinamenti sono: La luce dello spirito/Antonio Capuano, Il super-comfort/Pappi Corsicato, La dinamicità/Davide Ferrario, La democrazia impilabile/Daniele Lucchetti, Il teatro animista/Mario Martone, I grandi borghesi/Silvio Soldini, I grandi semplici/Ermanno Olmi.) Per come sono presentati e per quel che contengono non dicono molto che possa aiutare il visitatore, per non dire che potrebbero anche disorientare: poiché se, per esempio, i curatori dichiarano di volersi tenere lontani da un modello espositivo estetico, poi si trovano un <strong>Olmi</strong> che ha dichiarato di essersi soffermato sugli oggetti che conserva in casa, oggetti non più in uso, fabbricati nel passato e che lui conserva <strong>perché «sono belli»</strong>; e per lui un museo dovrebbe essere così, come una casa, in cui si conservano gli oggetti per il loro valore estetico o emotivo.(Ma la fortuna di tanti curatori, come di molti altri, è che <strong>la gente non ascolta, non legge, non ricompone i frammenti</strong>, per cui tutto si tiene. O così credono loro.)Al più, i corti, possiamo intenderli come suggestioni, evocazioni di una certa Italia – una certa Italia che però bisogna già conoscere per poter apprezzare; e non a caso, davanti alla proiezione del film sui Grandi borghesi si sono fermate soprattutto eleganti signore di una certa età. Davanti a quella parete, sotto la quale se ne restavano invece totalmente silenti pezzi come la Leggerissima di Ponti, si poteva udire anche il <strong>Mastroianni felliniano</strong> chiedersi <strong>se il calo di creatività non sia permanente</strong>. Ecco, sì, speriamo che questo non sia permanente, come le installazioni che sono destinate a essere sostituite. Così, fra un anno e mezzo, forse non troveremo ad accoglierci il sorriso beffardo di <strong>tanti Pinocchio</strong>, che ha un po’ il senso di una presa per il naso.<a href="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2007/12/tdm-11.jpg" title="tdm11"><img src="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2007/12/tdm-11.jpg" alt="tdm11" /></a></p>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/contrappunto3_triennale_design_museum/">Contrappunto III<br/>Dalle parole ai fatti e ritorno</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008">maddamura.eu</a>.</p>
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		<title>Design, arte, artigianato #1La teoria è una cosa, la realtà è un’altra</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Nov 2007 23:27:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maddalena Dalla Mura]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Design]]></category>
		<category><![CDATA[Exhibitions]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Verrebbe da pensare a fortuite coincidenze, se non fosse che evidentemente ce le andiamo proprio a cercare. Sì, perché due giorni fa, oltre al già citato numero di “Ottagono” abbiamo acquistato anche un altro numero della rivista, anno 16, 1981, n. 62, settembre, per via di un articolo di Enzo Frateili su Funzionalismo e antifunzionalismo &#8230; <a href="https://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/design_arte_artigianato_1/" class="more-link">Continue reading <span class="screen-reader-text">Design, arte, artigianato #1<br/>La teoria è una cosa, la realtà è un’altra</span></a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2007/11/enzomari_collage.jpg" title="mari_artigianato"><img src="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2007/11/enzomari_collage.jpg" alt="mari_artigianato" /></a>Verrebbe da pensare a fortuite coincidenze, se non fosse che evidentemente ce le andiamo proprio a cercare. Sì, perché due giorni fa, oltre al <a href="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/2007/11/10/allora-come-ora/">già citato numero di “Ottagono”</a>  abbiamo acquistato anche un altro numero della rivista, <strong>anno 16, 1981, n. 62, settembre</strong>, per via di un articolo di <strong>Enzo Frateili</strong> su <em>Funzionalismo e antifunzionalismo nel disegno industriale. Una vicenda di alternanze e compresenze</em> (ivi, pp. 54-61), intravisto sfogliando le pagine. Riprendendo in mano la rivista – dopo aver scritto il precedente post sulle tavole di <strong>Enzo Mari </strong>– ecco che quest’ultimo torna alla nostra attenzione, via la recensione che <strong>Giovanni Klaus Koenig</strong> fece di una sua <strong>“mostra didattica”: Dov’è l’artigiano? </strong>(ivi, pp. 116-121; ma l’articolo, senza immagini però, si ritrova anche nella raccolta <a href="http://www.libroco.it/cgi-bin/dettaglio.cgi?codiceweb=6753548726981&amp;lingua=en"><em>Il design è un pipistrello mezzo topo mezzo uccello. Storia e teoria del design</em></a>, Ponte alle Grazie, Firenze 1995, pp. 44-48). Se non bastasse Mari per farci pensare alla “coincidenza”, c’è il fatto che in questo periodo stiamo cercando di tornare proprio sul tema dei rapporti fra <strong>design, arte e artigianato</strong>. La <em>vexata quaestio </em>che portò Mari ad allontanarsi da ADI e spostarsi in quel di Firenze dove curò la mostra di cui s’è detto, secondo quanto riferisce Koenig. Infatti fin dal <strong>I congresso internazionale sull’industrial design</strong> (X Treinnale 1954) grandi sforzi teorici furon fatti in Italia per porre «le basi teoriche, ponendone [del disegno industriale] le basi teoriche col <strong>tracciamento del confine che separa questa categoria dall’artigianato tradizionale</strong>». Prosegue Koenig: «Il design, rivolto alla creazione di oggetti di serie, identici al prototipo, annullava il valore dell’opera d’arte in quanto unicum, in cambio della moltiplicata possibilità di comunicazione dei valori che l’oggetto significava. Tutta l’opera dei teorici del design, da Argan a Dorfles, da Rosselli a Fossati, da Frateili a Spadolini, era rivolta ad indagare con scrupolo l’andamento del confine fra design e artigianato: <strong>confine quanto mai sinuoso perché variabile per ogni categoria di oggetti</strong>. Per una nave, cinque esemplari eguali rappresentano già una grande serie, mentre per un’automobile questa cifra va moltiplicata almeno per cento. Come sempre, <strong>la teoria è una bella cosa, ma la realtà è un’altra</strong>». Già, perché le costrizioni autoimposte dagli sforzi teorici – ovvero l’assunto industrial design = oggetto progettato da un designer e realizzato in una fabbrica – hanno costretto a chiudere gli occhi e vedere solo quello che ad esse corrispondeva. Così, da un lato <strong>si faceva finta di non sapere</strong> – scrive Koenig – che parte dei mobili italiani era costruita artigianalmente; si faceva finta di non saperlo «<strong>pur di non perdere il titolo nobiliare di oggetto di industrial design</strong>». Mentre dall’altro lato c’erano botteghe artigiane che avevano acquistato macchinari per la produzione ma che «si guardavano bene dal pubblicizzare questo sistema di produzione industriale <strong>per non perdere l’altrettanto prestigioso titolo di oggetto fatto a mano</strong>. In altre parole, la distinzione fra design ed artigianato passava per l’esame delle qualità estetiche del prodotto, per la Kunstwollen del progettista; e non attraverso l’esame dei processi di produzione». Tutti più o meno consenzienti «pro bono pacis», sia l’ADI per il versante del design sia le organizzazioni artigiane per l’altro. Pochi tentavano di muoversi contro questo stato. Fra questi proprio <strong>Enzo Mari</strong>, che sondò il terreno di mezzo: «Di fronte all’uscio sbarrato di certe industrie, più presuntuose che intelligenti, occorreva trovare un pulpito diverso per fare la stessa predica di sempre, che era quella di <strong>invitare ad analizzare, oggetto per oggetto, il processo creativo attraverso il quale si realizza ogni modello</strong>». L’occasione venne dalla Regione Toscana, allorché decise di istituire una commissione per migliorare le condizioni dell’artigianato, in funzione della <strong><a href="http://www.mostraartigianato.it/">Mostra-Mercato dell’Artigianato di Firenze</a></strong>.Mari, insieme con Elisabetta Fermani, curò una mostra per indagare appunto «”dov’è l’artigiano”, ossia dove ideazione e realizzazione ancora coincidono».Sotto una cupola geodetica, un anello – al cui centro si trovava una cavea per le discussioni – ospitava allora differenti artefatti, organizzati per illustrare «una griglia teorica che è impossibile riassumere in poche parole, e che è più facile mostrare attraverso alcuni esempi-flash».Innanzi tutto i <strong>prototipi realizzati da artigiani per l’industria</strong>: dalle lamiere (allora) battute a mano per l’Italdesign di Giugiaro e Mantovani al master realizzato da una bottega artigiana per Alfa Romeo «ché è l’indispensabile riscontro per controllare l’esattezza delle presse che stampano i pezzi delle carrozzerie»; e ancora i modelli ingranditi dei circuiti integrati o le turbine in scala per prove e test. C’erano poi “<strong>capolavori tecnologici</strong>” – come i sommergibili americani – realizzati dall’industria ma <strong>con tecniche che richiamano da presso le lavorazioni artigianali</strong>. Seguivano inoltre gli «<strong>oggetti “per pochi”</strong>», come per esempio «il prototipo del cappello che Borsalino modella per ogni Papa. Pezzo unico, per definizione, visto che gli antipapi non usano più [sic] da vari secoli». Infine, l’«oggetto più bello di questa mostra: <strong>una scultura in acciaio e rame di Paolo Gallerani</strong>. A vederla sembrerebbe una macchina utensile, tanto gli stilemi dei pezzi che la compongono sono simili a quelli delle macchine», se non che «gli specialisti, che la osservano, si grattano la testa, perplessi, perché dopo un quarto d’ora non capiscono come funzioni né tantomeno a cosa serva. Infatti, la pseudo-macchina di Gallerani non serve a nulla: <strong>è una macchina celibe, deprivata di ogni funzione</strong>». Come scrive Koenig, ormai nella seconda era della meccanizzazione – allora in corso – compito dell’artista era la rappresentazione del nuovo feticcio, non più l’oggetto di serie ma la macchina che lo produce.Ora, è ben vero che tempi e tecnologie sono mutati, ma innanzi tutto gli esempi portati da Mari rimangono ugualmente validi per la teoria e la storia del design. In secondo luogo, non si può non notare negli anni recenti un <strong>ricorso piuttosto frequente al contributo artigianale, come valore aggiunto di certe produzioni di design</strong>: lavorazioni, finiture, decorazioni ecc. Anzi, in nome anche di una sorta di tutela e valorizzazione di competenze tradizionali locali, si sente sempre più spesso parlare di iniziative di riorganizzazione delle filiere produttive in cui designer e artigiani lavorano insieme per produzioni di speciale qualità (alcuni fra i casi recenti, senza discutere in questa sede sul valore: <a href="http://www.exibart.com/profilo/eventiV2.asp/idelemento/25790">Terre Blu</a> nel Casertano, <a href="http://www.biosferagroup.it">Biosfera</a>, in Veneto, e il <a href="http://www.designorientity.it/">LP_Laboratorio permanente / designOrientity</a> in Sicilia). E sul versante della conservazione e tutela, si ricordino progetti come <em><a href="http://lnx.ebshop.it/catalog/product_info.php?cPath=21_87&amp;products_id=284&amp;osCsid=8a6b1f4193f8edb23424d84598b57033">Il sistema museale regionale del design e delle arti applicate</a>. Un progetto per lo sviluppo locale in Campania</em> (si veda il volume a cura di Claudio Gambardella, Alinea Editrice, Firenze 2005).Aggiungiamo per ora un altro riferimento sul tema. A proposito della nobiltà o aura distintiva del design italiano, e della sua “difesa”, e in merito a certe insistite cecità della teoria e, con essa, della storiografia italiana del design, ci sembra interessante richiamare anche quanto ha scritto <strong>Manolo De Giorgi</strong> in un saggio non a caso intitolato, <em>Oggetti in prospettiva archeologica</em>, in <em>45-63. Un museo del disegno industriale in Italia</em>, Abitare Segesta, Milano 1995, pp. 12-23, dove dopo aver notato lo scarso riscontro che in tale storiografia ha avuto la <strong>rivoluzione documentale</strong> degli <em>Annales</em>, di Bloch e Febvre, si chiedeva – retoricamente – se la storia del design si fosse accorta di tale rivoluzione o ne avesse sfruttato le potenzialità. Suggerendo che ciò non era avvenuto, così spiegava la situazione complessiva del design italiano: «Una premessa è d’obbligo: tra la costituzione della disciplina del design e la sua storicizzazione c’è uno scarto temporale così ridotto da fornire già di per sé una risposta a questi interrogativi. Perché mentre Bloch spiegava a Febvre che bisognava destrutturare il documento e indagare le condizioni della sua produzione, il design stava lì lì muovendo i suoi primi passi a orientarsi tra le maglie non ancora del tutto chiare della produzione seriale. In questa che era una fase di costruzione il design doveva porsi prima di tutto come singolarità, come alterità, come “esterno” sia nei confronti dello stock complessivo delle merci rispetto alle quali si imponeva facendo valere un surplus di progettualità aggiunta, sia nei confronti della realtà artigianale rispetto alla quale proponeva un superamento facendo valere la logica dei grandissimi numeri. <strong>Il design si vedeva quindi impegnato a lavorare instancabilmente su una differenza per costruirsi un’identità piuttosto che dedicarsi allo smontaggio sistematico per rivelare segreti, meccanismi e senso</strong>. Doveva, in altre parole, <strong>“stare alto” e compensare quella perdita d’aura e di artisticità che apparentemente gli obblighi di riproducibilità meccanica gli imponevano</strong> con una eguale ed equivalente forza di celebrazione dei suoi protagonisti. Meno la materia del contendere diventava unica e irripetibile allontanandosi dallo statuto dell’arte, più queste caratteristiche di unicità sarebbero state giocate sui suoi protagonisti, sugli ideatori del design. Utilissimo stratagemma in fase pionieristica quando bisognava associare cose a nomi per vedere riconosciuta una nuova disciplina» (ivi, p. 14),</p>
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		<title>Guarda quel che c’è dietro ad un oggetto&#8230; volevi un museo, ne becchi otto</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Nov 2007 12:16:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maddalena Dalla Mura]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Non ci attarderemo troppo a dire della mostra Annisettanta. Il decennio lungo del secolo breve* (Milano, Triennale, fino al 30 marzo 2008) che, secondo il comunicato, «non solo racconta la storia del periodo ma consente al visitatore di “farne esperienza” diretta». Visto che negli anni settanta siamo nati e abbiam vissuto i nostri primi anni &#8230; <a href="https://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/annisettanta_mari_museo/" class="more-link">Continue reading <span class="screen-reader-text">Guarda quel che c’è dietro ad un oggetto&#8230; <br/>volevi un museo, ne becchi otto</span></a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2007/11/mari_museo.jpg" title="mari_museo"><img src="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2007/11/mari_museo.jpg" alt="mari_museo" /></a>Non ci attarderemo troppo a dire della mostra <strong>Annisettanta. Il decennio lungo del secolo breve*</strong> (Milano, Triennale, fino al 30 marzo 2008) che, secondo il <a href="http://www.triennale.it/index.php?id=1&amp;tbl=0&amp;idq=511">comunicato</a>, «non solo racconta la storia del periodo ma consente al visitatore di <strong>“farne esperienza” diretta</strong>». Visto che negli anni settanta siamo nati e abbiam vissuto i nostri primi anni non ci sarebbe dispiaciuto conoscerne e capirne qualcosa. La mostra aspira a trattare di conflitti, mutazioni, saperi, visioni, mitologie. Ma la storia è tradotta in liste di date (fra l’altro in vari casi non leggibili a causa della posizione dei pannelli), il resto in <strong>affastellarsi di nozioni</strong> e (presunte) suggestioni. E l’esperienza è piuttosto confusa; d’altronde, va bene che furono anni “confusi”, o meglio <strong>complessi</strong>, ma la lettura che ci si incarica di fare a distanza di tempo – si suppone con il filtro storico e critico – generalmente dovrebbe aspirare proprio a far chiarezza in ciò che, allorché vissuto, pareva confuso. Appunto, però, qui si punta a far fare l’“esperienza”, e si rimane nella confusione; a partire dalla prima sala, con schermi che proiettano immagini d’epoca (a colori o in b/n) mentre l’audio propone brani dissociati e altri rispetto alle immagini. “Girovagando” fra gli spazi allestiti – ché altro non si può fare, <strong>non potendosi certo parlare di percorso espositivo</strong>, salvo pensare che sia volutamente in tema, ergo confuso – pare poi che esperienza comune fosse trovarsi nel buio con puntati contro i fari di un’Alfa Romeo, di cui altro non si riesce a vedere. E che gli artisti fossero alla ricerca del bello, anzi <em>La fabbrica del bello</em>. Che il design fosse il Kar-a-sutra di Mario Bellini (dev’essere un omonimo di quel Mario Bellini che ha curato la “messa in scena” dei 2834 mq della mostra), accanto solo all’<em>habitat for two people</em> di Gaetano Pesce e ai progetti di Riccardo Dalisi. L’articolazione e la varietà sono ridotte a <strong>moltiplicazione indifferenziata</strong>: la letteratura è solo una <strong>serie</strong> di scansioni di pagine di libri (attribuite – mediante frecce tracciate malamente con pennarello rosso – a una <strong>serie</strong> di autori del periodo), la musica è una <strong>serie</strong> di copertine di dischi in vinile, il teatro una <strong>serie</strong> di sagome d’attori, il cinema erotico una <strong>serie</strong> di manifesti un poco strappati, la stampa una <strong>serie</strong> di copertine di riviste o pagine di giornali (peraltro difficilmente leggibili, così come sono messe su striscioni pendenti), i fumetti e l’illustrazione una <strong>serie</strong> di copertine, piccole o grandi&#8230; Fra queste vediamo <strong>“Il Male”</strong>, e allora ci viene in mente che per sentire e capire il periodo sarà decisamente meglio leggere e sfogliare un libro come quello di Vincino, <a href="http://www.internetbookshop.it/code/9788817014137/vincino/male-1978-1982.html">Il Male. 1978-1982. I cinque anni che cambiarono la satira</a>. Soprattutto laddove – sempre girovagando – ci troviamo poi di fronte all’opera dell’artista incaricato di interpretare il rapimento di Moro, artista al quale non è venuto di meglio in mente che realizzare a grandezza naturale <strong>la cella in cui Moro fu rinchiuso</strong> – di fronte alla quale è abbastanza immediato l’istinto di chiudervi dentro qualcuno, e non sarà difficile immaginare chi&#8230;Ma avevamo detto che non ci saremmo attardati, per cui smettiamo qui. <strong>Chi vuole</strong> spendere i suoi euro <strong>vada e veda</strong>. Per ora, fra l’altro, il catalogo non è disponibile.Siccome tuttavia qualcosa di buono per se stessi si trova sempre, o quasi, nella sezione design si trova la riproduzione di un progetto di <strong>Enzo Mari</strong> in relazione a quel che può essere <strong>un museo del design</strong>; in realtà – non sappiamo più se per nostra incuria nel guardare – non abbiamo trovato indicazione della fonte. Certo è che si tratta di riproduzioni di pagine d’un quaderno o libro. Poiché il catalogo della mostra, come detto, non c’è, e com’è buona regola nelle nostre esposizioni e nei nostri musei non è lecito scattare fotografie (caso mai si volesse pigramente rubar le idee), <strong>ci siamo fermati a ricopiar i testi</strong> delle tavole nel nostro taccuino. (Qualche giorno fa <a href="http://www.flcgil.it/notizie/rassegna_stampa/2007/novembre/repubblica_scrivere_a_mano_rende_i_bambini_intelligenti">è comparsa in “Newsweek” la “notizia”</a> che secondo alcuni studi <strong>la scrittura a mano</strong> rende i bambini più intelligenti; a questo proposito aggiungeremmo che nell’epoca in cui ogni risorsa pare accessibile si deve star più attenti a <strong>coltivare quegli strumenti che ci assicurano l’accesso autonomo</strong> a quel che veramente interessa, se non vorremo ritrovarci a interessarci e a ricevere solo quello che altri per noi decideranno ci debba interessare e pervenire). Mari cominciava così:«Capire com’è fattoRaccontava a Pinocchio il buon Geppetto (designer mica male) “Caro il mio burattino<strong>nel museo del realeguarda quel che c’è dietro ad un oggetto</strong>: designer / tecnicista / venditore/un mucchio di operai /anche il consumatore /e, pieni di pensieri,banchiere e imprenditore:i due progettatori, quelli veri.Fai pure il museo ermetico:poi trovi il museo estetico, geometricomimetico, politico ed estatico:ma sta al centro il museo paradigmatico:scorbutico e patetico.<strong>Buffa cosa un oggetto:qui volevi un museo,ne becchi otto</strong>.”» A questo componimento seguono <strong>le tavole</strong> disegnate da Mari con i progetti per otto diversi musei che potrebbero essere allestiti, guardando dietro all’oggetto, ciascuno con le sue caratteristiche:- <strong>Museo dell’ermetico</strong>: presenta al centro di una sala vuota, sopra un piedestallo l’oggetto, un “frullapatate”, con tanto di didascalia «Frullapatate disegnato nel 1979 da Ugo Nespolo prodotto dalla Frullor Biondate, Milano»;- <strong>Museo del designer</strong>: mostra invece una «selezione del processo progettuale del designer (u. Nespolo)», con disegni sotto vetro e modelli;- <strong>Museo del direttore delle vendite</strong>: che però è detto essere «in elaborazione», e infatti presenta la stanza vuota, solo con qualche appunto e parola chiave: manifesto, carosello, imballaggio, carta geografica con bandierine, ricerca punti vendita, altro;- <strong>Museo del tecnico</strong>: con le riproduzioni del frontespizio di un brevetto americano e di una inserzione di giornale: «Ditta espansione cerca direttore produzione laurea tecnica età massima 35 ottima esperienza settore elettrodomestici INDISPENSABILE ADEGUATA PADRONANZA LINGUA INGLESE rivolgersi FRULLOR CP 00462 Biondate»; al centro inoltre è previsto un pannello «portacampioni con minuterie metalliche e i finimenti, con paraocchi, di un cavallo»;- <strong>Museo del banchiere</strong> e (sotto nella stessa tavola) <strong>Museo dei pensieri del vero progettista</strong>; il primo è concentrato nel seguente pensiero: «Non importa che cosa si progetta come lo si realizza e a che cosa serve: uno solo è il nostro progetto, gli utili»; l’altro si articola in diversi pensieri, attribuiti a tal Ludovico Ilmoro «42 anni laureato alla Bocconi. Eredita la fabbrica fondata dal padre, ex coltellinaio, e la porta a 230 addetti. Produce articoli casalinghi. Finanzia una galleria d’arte. Adora Dario Fo. È sposato nell’ambiente. È in ufficio alle otto. Ha smesso di fumare»;- <strong>Museo dell’operaio</strong>: accanto a pannelli che parlano di “Qualità del lavoro”, “Qualità del salario” e “Qualità della vita”, presenta una serie di sagome sotto varie targhe (materie prime, semilavorati, componenti a catalogo, appalti, polverizzazione): «Questi sono i 100 operai che in molti luoghi e tempi concorrono alla produzione quotidiana di un frullapatate “FRULLOR”. Ad essi si aggiungono, in numero quasi uguale, altre componenti operative: impiegati, tecnici, apparato direttivo, qui posti tra parentesi»;- <strong>Museo del consumatore</strong>, che è stato riprodotto in grande all’interno della mostra: si tratta di 5 lapidi (?) in terra, ciascuna contraddistinta da un animale (lepre, leone, cane, gallina, topo) e ciascuna riportante il “pensiero” rivolto da un consumatore al frullapatate Frullor.Finito di copiare questi appunti per nostro uso, riprendiamo il nostro girovagare in mostra, prima di – come si dice – guadagnare l’uscita. Ci resta la domanda: <strong>che cosa c’era dietro tutto quanto visto?</strong>*  Aggiungiamo una nota, ché leggendo oggi i giornali pare <strong>che non si debba più parlare di “secolo breve”</strong>; si veda l’articolo di Simonetta Fiori, <em>Il secolo breve? Hobsbawm si sbaglia</em>, in “La Repubblica”, sabato 10 novembre 2007, p. 42, riportato <a href="http://spogli.blogspot.com/#20071110Titolo6">online qui</a>.</p>
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		<title>Contrappunto II Leggere pulci per chi vuol leggere</title>
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		<pubDate>Wed, 26 Sep 2007 19:24:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maddalena Dalla Mura]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Design]]></category>
		<category><![CDATA[Exhibitions]]></category>
		<category><![CDATA[Museums]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>In attesa di prendere visione di quello che sarà il Triennale Design Museum e in specie l’allestimento che pare ne sarà il fulcro, e più precisamente di capire come l’“installazione” filmico-cinematografica di Greenaway e Rota s’inserirà nell’architettura attentamente curata da Michele De Lucchi – per ora l’unico dato certo e tangibile del nascituro museo –, &#8230; <a href="https://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/contrappunto2_pulci/" class="more-link">Continue reading <span class="screen-reader-text">Contrappunto II <br/>Leggere pulci per chi vuol leggere</span></a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2007/09/pulcilr.jpg" title="pulci"><img src="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2007/09/pulcilr.jpg" alt="pulci" /></a>In attesa di prendere visione di quello che sarà il Triennale Design Museum e in specie l’allestimento che pare ne sarà il fulcro, e più precisamente di capire come l’“installazione” filmico-cinematografica di Greenaway e Rota s’inserirà nell’architettura attentamente curata da Michele De Lucchi – per ora l’unico dato certo e tangibile del nascituro museo –, azzardiamo qualche riflessione sulle dichiarazioni d’intenti fatte durante la presentazione alla stampa del 21 settembre scorso. D’altronde poiché, stando alla cartella stampa, questo museo sarà «<strong>un’esposizione auto-riflessiva</strong>», noi possiamo darci il tempo per far le pulci, come si dice, per nostro uso e divertissement; alla fine dei conti, poiché solo sulle parole lavoreremo, potremo sempre dire che solo di un gioco di parole autoriflessivo s’è trattato. (Con un’<strong>avvertenza al lettore</strong>, poiché si apriranno molte parentesi ma si chiuderanno altrettante parentesi, e quel che tratterer[r]emo dentro potrà essere non meno interessante e autonomo di quel che resterà fuori.)Assumendo che la <strong>complessità</strong> è sempre difficile da gestire, integrando le componenti con coerenza e senza perdere in profondità, è evidente che in Triennale si è dato vita – con indubbio impegno – a una complessa articolazione di iniziative (ma appunto è una complessità voluta), che forse dall’esterno riesce difficile inquadrare ancora in una <em>reductio ad unum</em> intelligibile; ma può darsi il caso che <strong>nell’era delle contaminazioni e della multidisciplinarità</strong> ciò non sia da tutti inteso come difetto, e del resto le dichiarazioni son una cosa e i fatti un’altra, no?, e per questi – ancora una volta – dobbiamo avere pazienza.Data la nostra propensione a infilarci nel groviglio definitorio e terminologico (<em>mea culpa</em>) e a ritenere, per quanto ne sappiamo e per quante ne conosciamo noi (rispettivamente non molto e non molte, invero), <strong>che le parole abbiano un significato</strong> (anche se ciò non esclude il potere giocare con esse e ingannare), ci limitiamo a raccogliere qui solo alcune fra le affermazioni avanzate durante la presentazione alla stampa come fondanti per il Triennale Design Museum, che ci hanno suggerito qualche rilievo.<strong>1.</strong> La posizione di partenza per la creazione del Design Museum, ha detto Silvana Annichiarico, è stata precisa, ovvero «realizzare un museo innovativo che sia diverso dai musei già esistenti».<strong>2.</strong> Inoltre ha aggiunto uno degli autori dell’exhibit, Italo Rota, «non è una mostra ma è un museo di nuova tipologia»; un «museo/installazione dell’era dell’informazione visiva» (così in cartella stampa).<strong>3. </strong>Per quanto riguarda la collezione, valutando “arcaico e obsoleto” l’averne una di proprietà e, soprattutto, in considerazione del particolare contesto italiano – connotato da una presenza diffusa di “giacimenti” sul territorio, cioè archivi, musei, patrimoni delle imprese –, il Design Museum non avrà un proprio patrimonio/collezione, bensì attingerà a una rete di giacimenti, da cui “pescare” oggetti e “icone”. Anche perché il possesso di una collezione non collima, si è detto, con lo spirito della Triennale che è piuttosto produttrice di cultura<strong>4.</strong> Anche per l’“ordinamento”, ha detto sempre la direttrice del museo, si vuole prendere le distanze da modelli precedenti, in specie da quello dei musei d’arte figurativa, adottato in varie istituzioni già esistenti. Il Design Museum sarà perciò dinamico e mutevole, un work in progress da variare periodicamente e fondato sul desiderio di “imbastardire” la disciplina, mescolando, per sperimentare.<strong>5.</strong> È stato inoltre sottolineato più volte, dal presidente Rampello, da Annichiarico e dal curatore scientifico Andrea Branzi, che – superando l’impostazione che vede il design stretto fra arte e architettura, rispetto alle quali è stato a lungo posto in secondo piano – al centro sarà collocato non tanto l’oggetto in quanto tale bensì il contesto, fatto di emozioni, affettività, memorie, valori che aiutano a raccontare, nell’insieme, la storia di un paese, non solo materiale. Ovvero, come ha detto Greenaway, un museo degli oggetti senza oggetti.Ora, in astratto parlando, non ci sembra un ottimo criterio avviare un progetto tanto per <strong>fare qualcosa di completamente diverso</strong> da quanto già esistente [<strong>1</strong>]. O quanto meno dipende. Assumiamo pure che non in tal senso (cioè “faccio qualcosa solo per fare qualcosa di diverso dagli altri”) vada intesa la dichiarazione, ma approfittiamo per segnalare che – comunque inteso – si tratta forse di <em>concept</em> vago e buono per un certo marketing e per quella comunicazione cui fa buon gioco dimenticare che non c’è nulla di veramente nuovo (come <a href="http://www.polano.eu/sp/">qualcuno</a> spesso rammenta). A noi pare, poi, che alle spalle del progetto <strong>dovrebbe esserci un’esigenza</strong> altra dal distinguersi a forza, un’esigenza che nel nostro caso dovrebbe essere quella di un museo del design italiano, in Italia, a Milano. “Ovvio!”, si dirà. Eppure non è così ovvio, né è questione di sfumature. Ammettiamo (ma si dovrebbe qui aprire ben altra parentesi) che l’esigenza di un tale museo si dia in Italia o per l’Italia; ma quali sono i soggetti che ne sono i portatori? Chi gli interessati? I turisti, i professionisti – nostrani e stranieri –, gli imprenditori, gli studenti, la società in genere? A chi di loro dunque si rivolgerà il nascituro museo? Dalle dichiarazioni ascoltate e lette nulla è stato detto chiaramente in proposito. Il museo includerà il design italiano del XX secolo, ed è stato detto che vorrà essere problematico piuttosto che fornire idee preconfezionate, essendo il design – sotto il profilo disciplinare – ancora in fase di inquadramento, dopo essere rimasto a lungo schiacciato fra architettura e arte. <strong>Ma per chi</strong>? Chi andrà nel museo?Se – come vogliamo immaginare – su questi aspetti i curatori hanno pensato e riflettuto, perché non dirlo anziché affidarsi a facili slogan? Va detto per esempio che <a href="http://www.design-italia.it/italiano/dettaglio.htm?tipo=idee&amp;idx=53">online troviamo resoconto</a> di un incontro avvenuto poco meno di un anno fa, sul tema del museo del design, durante il quale <strong>Andrea Cancellato</strong>, direttore generale de La Triennale, poneva i medesimi quesiti, che quindi sembrano non essere stati ignorati; ora, a pochi mesi dall’inaugurazione, però nulla vien detto di tale aspetto che non è certo accessorio. Così ci chiediamo se – certamente sotto l’accorta guida dei loro insegnanti, sicuramente preparati in materia grazie ai numerosi sussidi didattici disponibili in Italia per la formazione inferiore, media e superiore – al Design Museum si recheranno le scolaresche, così come affollano i musei d’arte, per ampliare la loro conoscenza del fare e dell’ars umani, e nello specifico italiani (se ciò abbia senso, poi).(Del resto [<strong>5</strong>] in tal caso che cosa potranno ricavare dal racconto in cui l’oggetto, il materiale si farà da parte rispetto all’apparato tecnologico mediale, al racconto filmico che proprio dell’oggetto [assente?] dovrebbe narrare il contesto? Se <strong>l’oggetto scompare</strong> o è in secondo piano, di che cosa sarà con-testo il contesto? Si vedrà più il mezzo o il contenuto, s’imparerà più dell’uno o dell’altro?)Parallelamente [<strong>2+3</strong>] ci chiediamo se l’uso insistito del termine <strong>“installazione”</strong> e il <strong>rifiuto di una collezione di proprietà</strong> non dicano più di quel che sembra. Cioè, se la separazione del momento della raccolta e della conservazione e di quello espositivo e allestitivo non rischi di generare un difetto, <strong>un peccato originale, in quell’area in cui si dovrebbero collocare fieramente il curatore e la ragione stessa di un museo</strong> (o Museo).Riconoscendo che, nelle sue vicende, sicuramente La Triennale è stata “produttore di cultura”, dinamico specchio del contemporaneo, ci chiediamo perché se ne voglia fare un museo, se – è detto dai curatori stessi – le caratteristiche proprie di un museo non coincidono con quelle in cui vuole identificarsi La Triennale, o viceversa. (Così, poi, in sede di presentazione del Design Museum si è inoltre appreso che per quest’ultimo sarà istituita <strong>una apposita Fondazione</strong>, altra rispetto a quella de La Triennale; eppure, non siamo certi che questa soluzione formale risolva i dubbi.) Domandiamo, ancora, perché si voglia essere – anzi “chiamarsi” – museo ma poi, siccome l’idea che si ha di museo in genere – quindi, fra l’altro, generica – non collima con i propri intenti, si pretende di <strong>fondare una nuova tipologia</strong> di museo. In Triennale insistono sull’aspetto sperimentale e problematico, sulla produzione culturale (<em>by the way</em>, parrà strano ma anche i musei sono produttori di cultura), sulla volontà di non cedere alla permanenza (quasi codesta fosse necessariamente un difetto, un sintomo di arretratezza; e pensare che in giro c’è qualcuno ancora che cerca <strong>un centro di gravità permanente</strong>). Il museo sarà un work in progress – si dice –, le installazioni indagheranno diverse problematiche (la prima di queste è “Che cos’è il design italiano”) per lasciare poi il posto a nuove tematiche e relative esposizioni. Ora, non è che si voglia negare l’importanza della <strong>sperimentazione</strong> e limitarsi a rinchiudere gli oggetti sotto vetro. Ma, a parte che non sono pochi i musei in cui si sono sperimentate modalità alternative e finanche multimediali di esposizione e narrazione (in alcuni, come il Science Museum di Londra, una sezione apposita è dedicata alla sperimentazione delle esposizioni, da includere eventualmente poi nell’allestimento permanente), esistono già – e da lungo tempo – <strong>altre tipologie espositive</strong>, senza scomodare i musei. Si pensi ai numerosi Science centre o “qualunque cosa” centre&#8230; (E del resto, per chi la voglia assumere, anche la più recente definizione di museo data da ICOM – certo non l’ultimo arrivato in questo campo – è tanto ampia che non occorre fondare nuove tipologie.)Ma già che ci siamo aggiungiamo una citazione, un appunto a quel che abbiamo scritto, in primis per noi stessi, per non vagare troppo guardando solo il nostro naso: «La diversità tra mostra e museo non sta solo nella dimensione temporale o nella priorità di conservazione del patrimonio e nelle funzioni connesse che il museo ha. La temporaneità dell’allestimento (la mutevolezza dell’esporre) permette di esaltare il carattere sperimentale e di ricerca nel campo ostensivo. Consente cioè una effettiva sperimentalità nei tipi di comportamento spaziale sul piano tecnico e tettonico e, non ultimo, nell’ordinare ed accostare innovativamente le opere. Ma è proprio questa caratteristica a connettere le esperienze della mostra con quelle del museo: la sperimentalità, come processo di costruzione del temporaneo, permette di configurare il definitivo come struttura nella funzione critica del mostrare» (<strong>Barbara Pastor</strong>, <em>Note a margine</em>, in Sergio Polano, <em>Mostrare. L’allestimento in Italia dagli anni Venti agli anni Ottanta / Exhibition Design in Italy from the Twenties to the Eighties</em>, Edizioni Lybra Immagine, Milano 1988, p. 134).Su questo punto della temporaneità e dell’avvicendarsi delle esposizioni ci vogliamo soffermare ancora un poco. Perché è vero che in un museo l’attività di ricerca e <strong>aggiornamento</strong> sono importanti e devono avere manifestazione, devono mostrarsi – il che implica modifiche nell’allestimento e nella presentazione.  Ma questa ricerca e aggiornamento – ci pare – sono colà <strong>in strettissima relazione con le attività di raccolta e ordinamento dei materiali, cioè in rapporto diretto con la costruzione e la organizzazione di quel patrimonio</strong> che in Triennale si è rifiutato, per volontà o necessità. Privata della struttura su cui esercitarsi, tanta sperimentazione non finirà con l’essere più prossima all’arbitrio mutevole e personale, o all’iniziativa artistica, che all’avanzare critico della ricerca?Ormai che siam qui, procediamo ancora oltre. Fra le ragioni di tanta carica sperimentale è l’“impressione”, condivisibile, <strong>che il design sia stato per lungo tempo stretto fra arte e architettura</strong>, rimanendo rispetto a queste in secondo piano [<strong>5</strong>]. Tant’è, è stato dichiarato, che nel nascituro museo si vuole prendere le distanze da modelli precedenti, in specie da quello dei musei d’arte figurativa [<strong>4</strong>], per «proporre ed elaborare ipotesi, letture, senza dare risposte precise e preconfezionate». (Ancora una volta risuona l’eco: s’ha da fare qualcosa di diverso.) Ma nella stessa sede è stato anche detto che il design è disciplina «remota ma non ancora sistematizzata» proprio sul piano disciplinare-scientifico. E, sempre nella stessa sede, dalla stessa bocca, si è parlato di «<strong>volontà di imbastardire la disciplina</strong>».I conti non tornano. Perché se il design è stato stretto fra arte e architettura così a lungo da non riuscire a emergere autonomamente, allora laddove la disciplina voglia affermare alcunché del proprio sé, <strong>prima d’imbastardirsi non sarà bene che ricerchi e dichiari (o almeno ci provi) i propri natali</strong>? Prima di vagare, non sarà meglio che il design faccia la propria genealogia, ricostruisca parentele, amicizie e confini, stabilisca la propria dimora, materiale e immateriale? E se il design è stato posto in secondo piano rispetto ad arte e architettura, <strong>come potrà guadagnare il proprio primo piano se non per quello che è</strong>: materia, oggetti, processi e ancora materia e oggetti, prima che / insieme con affetti, emozioni, valori?Se non si vorrà lasciare il design in secondo piano, perché farlo soggiacere al mezzo?E se non ci si vorrà rifare a modelli da museo d’arte figurativa, ci chiediamo perché non esplorarne altri (che poi è quel che vorremmo fare noi&#8230;)? Usare come parametro – benché negativo – solo e sempre il museo d’arte non è già il segno di un limite?Di nuovo, non è che non cogliamo in superficie il senso di quanto udito o letto. È che siamo un poco pesanti, e ci succede di andare a fondo. E qui intravediamo il rischio che, dichiarando di volersi sottrarre alle madri/matrigne, e imbastendo una giovanile crisi di rifiuto parentale, <strong>il design finisca con il vagare e perdersi</strong> (naturalmente senza mai trovare il centro di gravità permanente, ché come abbiam già detto la permanenza è da scartare). O, peggio, finisca con il seguire ora questo ora quel Lucignolo, <strong>in uno spettacolo circense</strong>, cacciandosi nelle mani di un impresario che ne faccia ciò che più gli aggrada. Proprio laddove si rifiuta il modello museale delle arti figurative, insomma, e pretendendo di fare alcunché di inedito e spettacolare, si rischia di cedere alla (relativa) imprevedibilità dell’installazione artistica (e per esempio non ci sono ancora, o quasi, immagini dell’allestimento del Design Museum), nel modello dell’arte contemporanea o post-postmoderna, fra proiezioni e multimedia, suggestioni per i sensi tutti e per tutti i gusti. Proprio laddove pretende di dare una visione diversa, rischia di ricadere nel già visto. Il dubbio si rafforza leggendo i comunicati; è qui che, per chiarire l’oggetto al centro dell’installazione Greenaway-Rota si dice: «Mettiamo insieme un oggetto e un nome del design italiano e la scena si fa più chiara – <strong>Olivetti, Lambretta, Vespa</strong>&#8230;»; è qui che apprendiamo che saranno presentati «<strong>gli oggetti più carichi di senso del design italiano del XX secolo</strong> nel contesto della storia e della cultura italiana», «cento oggetti significativi dell’Italia contemporanea» (d’altronde già <em>supra</em> [<strong>3</strong>] abbiamo riportato che s’è parlato di <strong>“icone”</strong>)&#8230; Pur volendo vedere anche questi, l’impressione di un <strong>déjà vu e lu</strong> – o meglio di <strong>preconfezionato</strong> – c’invade. (Del resto peggiore è l’impressione suscitata da un’altra considerazione che troviamo nello stesso foglio della cartella stampa, in cui si dice: «perché parliamo solo degli ultimi cinquant’anni? Perché non gli ultimi duemila anni? Bene, se dicessimo così, faremmo ingelosire tutto il resto del mondo, e l’invidia, come diceva Livio, è un’emozione distruttiva e corrosiva». Però qui <strong>ci avvaliamo di un laconico <em>no comment</em></strong>.)Ma per tutto quanto detto la verifica l’avremo dal 6 dicembre. Per ora s’è giocato con le parole, in maniera autoriflessiva.</p>
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		<title>Contrappunto I</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Sep 2007 11:37:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maddalena Dalla Mura]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Con riferimento alle dichiarazioni per il nascituro Design Museum, anziché lasciarci divagare nei nostri ragionamenti e ignoranze, abbiamo deciso di aprire qualche libro e rivista. Avendo peraltro l’impressione che stia diventando usuale la lettura “museo: sta per contenitore di mostre”, in cui le mostre stesse s’inseriscono peraltro in totale autonomia; subodorando profumi di installazione e &#8230; <a href="https://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/contrappunto_rassegna_allestimenti/" class="more-link">Continue reading <span class="screen-reader-text">Contrappunto I</span></a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2007/09/rassegna_allestimenti-exhib.jpg" title="rassegna"><img src="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2007/09/rassegna_allestimenti-exhib.jpg" alt="rassegna" /></a>Con riferimento alle dichiarazioni per il nascituro Design Museum, anziché lasciarci divagare nei nostri ragionamenti e ignoranze, abbiamo deciso di <strong>aprire qualche libro e rivista</strong>. Avendo peraltro l’impressione che stia diventando usuale la lettura “museo: sta per contenitore di mostre”, in cui le mostre stesse s’inseriscono peraltro in totale autonomia; subodorando profumi di installazione e d’artista più che di allestimento e di curatore; trovando spunto per capire se al design non accada ciò che già passarono architettura e arte: proprio le discipline dalle quali esso pretende di affrancarsi e con cui si ritrova invece a confronto nel museo, ovvero proprio quelle discipline nel cui grembo – dell’arte in specie – finisce con il ricadere anche quando pretende, urlando, di allontanarsene, con conseguente complicazione di intelligibilità.Leggiamo quanto scritto prima di noi, dunque; se non altro – a fronte di una esposizione che si definisce “auto-riflessiva” (e <a href="http://triennale.it/repository/triennale_design_museum/conferenza_stampa__21_settembre_2007/testo_greenaway_rota.pdf">non pare una svista redazionale</a>) – faremo operazione di riflessione.Cominciamo con <strong><em>Allestimenti/Exhibit Design</em>, numero monografico di “Rassegna”</strong> (IV, 1982, n. 10, giugno) a cura di Pasquale Plaisant e Sergio Polano.Nel campo vario che si estende fra la «mostra come mercato, come esposizione di merci, fiera e standistica», e quel trasformarsi  di raccolte attraverso «forme consapevoli del mostrare, conservare e costruire selezioni intenzionate di oggetti culturali e naturali» (vedi gallerie e musei), al centro della rivista viene posto l’allestimento di mostre in Italia, dall’inizio Novecento alla data della pubblicazione.Da qui traiamo alcuni brani di <strong>Germano Celant</strong>.È stimolante quanto scriveva un quarto di secolo fa Celant, <em>Una macchina visuale. L’allestimento d’arte e i suo i archetipi moderni</em>; stimola perché si potrebbe dire che per taluni aspetti parli già/ancora dell’oggi (anche se oggi l’Idea, di cui dice, non c’è più – dato che, certo, fa non poca differenza), mentre per altri aspetti fornisce un interessante base di confronto (per esempio allorché scrive del progetto abbozzato e del modello che allora prendevano il posto dell’edificare, laddove oggi le parti sembrano invertite; oppure per quanto il digitale oggi si affianca e sovrappone all’analogico):«Nell’arco di un decennio, <strong>l’arte e l’architettura si sono trasformate da produttrici di illusioni a ricettacoli di illusione</strong>. Alla messa in cantiere di argomenti di contemplazione e di rappresentazione, hanno preferito il piacere di essere ammirate ed effigiate. Il ruolo si è invertito, invece di far vedere e percepire spazi e immagini, per risultare quindi strumenti di mediazione verso il reale, l’arte e l’architettura si lasciano “vedere”. Concentrano sulla propria apparenza e superficialità ogni sguardo e <strong>si traducono in spettacolo di un’esistenza culturale, la cui realtà si dispiega non tanto nel procedere concreto, quanto nel “teatrale”</strong>, così da rendersi identiche a fondali e facciate.Non lavorando più sul rilevamento degli inganni visuali e ambientali, sono diventate <strong>opere di inganno</strong>, dove l’irreale e il rappresentato stanno al posto del modo di essere sostanziale. E poiché la scelta tende all’inattività, si potrebbe affermare che l’arte e l’architettura stanno proponendosi come “ready made”: operazioni linguistiche “già fatte”, la cui unica giustificazione di esistere sta nella semplice presenza più che nella complessa decostruzione e discussione dei propri linguaggi. Il processo in corso è quindi di autosuggestione: ci si riavvolge in se stessi con la giustificazione di un’analisi del passato e del flusso storico. Al contrario, la situazione è quella di dichiararsi “esterni” al proprio fare, eroi assoluti di un procedere che – come tutti i comportamenti narcisistici – muore di illusione e si glorifica <strong>nell’illusione di specchiarsi, almeno nell’Idea</strong>. Ma tutti sappiamo che il pensiero non può salvarsi altro che nella pratica e siccome l’unica rimasta, in questa condizione storica, è quella dell’esaltazione di ciò che non esiste, il sistema dell’arte e dell’architettura ha inventato la fuga nel territorio ideale, dove i linguaggi vivono una condizione illusoria, basata sulle folgorazioni e le rivelazioni di una cultura a venire.Siamo in pieno percorso cerimoniale: qui conta il travestimento e il potere dell’immagine, sorgenti di una figurazione futura, quasi ultraterrena. La memoria dell’idealismo, di nostalgica ascendenza non è lontana, ed è qui che prende forza l’apparato effimero dello spettacolo. Questo mantiene in vita e sostiene l’idea di un’identità  operativa e di una catalogazione della totalità dei processi, che sono però scomparsi. <strong>Quanto si produce allora è una successione di “vedettes” che stimolano il desiderio ma non soddisfano i bisogni. Infatti bastano solo a se stesse, poiché il piacere deriva dall’essere riconosciute, cioè dall’essere mostrate</strong>.Attraverso la mostra, il fenomeno di apparenza si costruisce un territorio reale, prende la parola per supporre o affermare come già finita ogni emissione concreta. La superficie disegnata o dipinta, <strong>il progetto abbozzato e il modello si sostituiscono all’edificare</strong>, quasi la stesura di un acquarello o in grafite o in compensato prevalesse sulla realizzazione. Questo procedere, la cui elefantiasi è scoppiata nell’ultimo decennio, è stato assunto con l’alibi della negazione creativa e improduttiva dell’architettura. Ora, l’arte e l’architettura si sono sempre esaltate nella negazione, ma questa era di ordine problematico, poteva corrispondere a una crisi della funzione pubblica o personale dell’architettura, ma non era un veicolo di spettacolarizzazione e di consumismo. <strong>Il proliferare del “mostrismo” da parte delle istituzioni pubbliche tende infatti ad affermare l’apparenza del fare</strong>, pertanto la negazione dell’agire artistico ed architettonico si rivela favorevole a una pratica che vive sulla “manifestazione”, su un processo che non ha alcun fine o scopo, altro che se stesso. <strong>L’attuale economia della cultura vive su questo sistema, dove il principale prodotto è rappresentato dal mostrare e dal mostrarsi</strong>. <strong>Con la prevalenza della mostra sull’attività, l’arte e l’architettura si stanno formulando secondo le richieste spettacolari, spesso tematiche, dei musei, delle gallerie, degli editori e delle riviste, delle Biennali e delle Triennali. La pratica lascia il posto ad una costruzione di immagini e di progetti, la cui ragione d’essere è di provare l’esistenza dell’arte e dell’architettura, come pensieri che hanno perso la loro funzione agente</strong>.Gli apparati pubblici fanno vedere che i linguaggi esistono, ma li spingono sempre più ad esprimersi in forma di comunicazione scritta e disegnata, dipinta e modellata. Così che si vedano, ma non manifestino alcun effetto, se non quello di essere mostrati. La loro occupazione è quindi di esistere quali beni culturali da consumarsi in superficie: su muro, su pagina e su schermo.L’azione si accompagna altresì a un divismo culturale, che vede nella cerimonia espositiva il valore sociale, dove tutto è sospeso in attesa dell’acclamazione. Ne consegue una ricerca di perfezionamento del trucco e del maquillage, in cui la maschera domina sul vissuto. È il principio della facciata, dove l’articolazione strutturale si trova rimpiazzata da un’immagine che esiste al di sopra e nel contempo si fa conoscere come unica realtà. Questo sviluppo, che sottomette l’attore al fondale, trasferisce tutto il valore della ricerca al metodo della sua spettacolarizzazione. Se la formulazione delle intenzioni si fa essenziale, la vera forza diventa la tecnica espositiva. Ora, se il contenuto sta nella forma dell’esposizione e la dimostrazione è affidata alla maniera con cui si mostra, <strong>il pretendente all’originalità diventa la macchina visuale dell’allestimento</strong>» (ivi, p. 6).E ancora, riprendendo i brani conclusivi dell’excursus storico che Celant fa di seguito, rammentiamo per rendere giustizia alla relatività, e avendo memoria che poco o nulla di nuovo si dà:«Tra i pochi a reagire al riduttivismo e al minimalismo delle macchine allestitive “astratte” furono i <strong>surrealisti</strong>. Per loro lo stato della contemplazione era percorso da turbe e ossessioni, incubi e visioni. Non poteva quindi rapportarsi ad una condizione afisica e asensoriale, quanto comprendere l’assordante rumore dell’eros e della tattilità, del viscerale e dell’organico. Più che una passeggiata nel vuoto, una loro mostra risultava un viaggio nelle viscere dell’inconscio. <strong>Il loro interesse era piuttosto portato alle sollecitazioni sensoriali e fantastiche</strong>, dove contavano gli accenti dell’esterno, quali lo sporco, l’errore, il sesso, il disordine, l’imprevisto, il disgusto, la paura, la perversione&#8230; insomma tutto quanto serviva a provocare un urto psicofisico. Si giustifica quindi la loro ostilità all’ibernazione parietale, poiché questa gelava l’occhio e la partecipazione. [&#8230;] A ben riflettere, i surrealisti non potevano rinunciare a considerare le loro opere come elementi di scena, per cui li utilizzavano per le proprietà spettacolari. <strong>E per ottenere un risultato teatrale apprestavano dispositivi complessi, da tecnologia cinematografica</strong>» (ivi, pp. 10-11).</p>
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		<title>Frasi da una (non) esposizione (di oggetti)</title>
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		<pubDate>Sat, 22 Sep 2007 19:34:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maddalena Dalla Mura]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[Exhibitions]]></category>
		<category><![CDATA[Museums]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Milano, 21 settembre 2007, presentazione del Triennale Design Museum.*Davide Rampello, presidente La Triennale:«&#8230; era necessario avere non un allestimento normalmente inteso, ma una vera e propria messa in scena, che sarà temporanea, non duratura. [&#8230;] Nei musei stranieri l&#8217;allestimento è semplice, organizzato per anni, autori o tipologia. Ma ciò toglie all&#8217;oggetto l&#8217;affettività, la memoria, la &#8230; <a href="https://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/frasi_da_una_non_esposizione/" class="more-link">Continue reading <span class="screen-reader-text">Frasi da una (non) esposizione (di oggetti)</span></a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Milano, 21 settembre 2007, presentazione del Triennale Design Museum.*Davide Rampello, presidente La Triennale:«&#8230; era necessario avere non un allestimento normalmente inteso, ma una vera e propria messa in scena, che sarà temporanea, non duratura. [&#8230;] Nei musei stranieri l&#8217;allestimento è semplice, organizzato per anni, autori o tipologia. Ma ciò toglie all&#8217;oggetto l&#8217;affettività, la memoria, la contestualizzazione. [&#8230;] Il museo non è solo di oggetti ma un museo installazione, fatto di immagini, contestualizzazioni [&#8230;] con la tecnologia oggi disponibile abbiamo bisogno di professionisti in grado di farsene interpreti.»Michele De Lucchi, progettista del restauro architettonico:«Bisogna ringraziare Muzio, che fece tutto questo con grande preveggenza. Muzio l&#8217;ho incontrato più volte nella mia vita professionale [&#8230;] certamente questo è l&#8217;edificio più efficiente che ci abbia lasciato [&#8230;] è pieno di sorprese.[&#8230;] Si nasce incendiari e si muore pompieri&#8230; Io ho avuto la mia prima uscita pubblica proprio qui, davanti alla Triennale. Venni qui nel 1973 per contestare la Triennale e non avrei mai pensato che mi sarei occupato della sua ristrutturazione.»Silvana Annichiarico, direttore Design Museum:«Ci siamo mossi da una posizione precisa: un museo innovativo e diverso dai musei esistenti nel mondo.[&#8230;] Tutti i musei del mondo si basano su una collezione di proprietà. Noi non abbiamo voluto farlo. È un concetto arcaico e obsoleto, e non è nello spirito della Triennale. Ci baseremo su giacimenti già esisteni, pescando oggetti e icone. Per l&#8217;ordinamento non ci rifaremo al modello del museo d&#8217;arte figurativa; sarà un museo dinamico e mutevole [&#8230;] un work in progress da mutare periodicamente [&#8230;] una volontà di imbastardire la disciplina, mescolando, per sperimentare&#8230;»Andrea Branzi, curatore scientifico:«Fare il museo del design a Milano è certo più difficile che in altre capitali perché qui il design corrisponde a una forma di cultura civile, di energia evolutiva in cui si riconoscono tante vicende. [&#8230;] Con Rota e Greenaway abbiamo innanzitutto voluto rimuovere la convenzione dei musei del design che fanno risalire il design a solo due secoli di storia, che vuol dire restringere la storia a eventi limitati e solo in funzione del gusto del mercato e degli oggetti domestici. [&#8230;] in nessun altro paese si è investito tanto su oggetti e prodotti non solo come categoria di mercato ma anche di valori di natura spirituale e filosofica che vanno oltre gli usi e la tecnologia [&#8230;]. Il design è stato a lungo schiacciato fra arte e architettura, invece per noi permette di capire molto della storia italiana non solo materiale; è importante fare capire le ossessioni, i segni ricorrenti, teoremi, che hanno un&#8217;origine molto antica. [&#8230;] È una forma di museo problematica, che si rinnova di continuo, esplorando molteplici settori [&#8230;]. Questo museo affronta un tema su cui pesano ancora certe ristrettezze – il design delle grandi serie, dei materiali industriali – mentre il design italiano non è mai stato questo, ha sempre saputo usare la piccola serie, o anche il pezzo unico, a volte sono stati più importanti i prototipi&#8230; [&#8230;] Cercare di trasmettere al visitatore la curiosità e la disponibilità all&#8217;approfondimento piuttosto che formule preconfezionate.»Peter Greenaway, exhibition design:sottolinea due “metafore” per il Triennale Design Museum:«1. Museo come Teatro2. Esposizione/mostra di oggetti senza gli oggetti.»Inoltre ricorda che si vuole che la mostra stessa sia percepita come oggetto.Italo Rota, exhibition design:«&#8230; Legno e cinema saranno gli unici elementi del linguaggio usato.Per ora non è possibile fare vedere come sarà l&#8217;allestimento, perché sarebbe troppo difficile.»*nota: i brani riportati potrebbero essere non perfettamente puntuali, dunque sono da non considerare come precise citazioni; tuttavia si tratta di testi abbastanza fedeli a quanto detto.Si veda anche<a href="http://www.triennale.it/index.php?id=20&amp;tbl=2&amp;id_repository=43"> la cartella stampa de La Triennale</a></p>
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		<title>Period e design(er) room, fra Parigi e Amsterdam</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Sep 2007 03:19:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maddalena Dalla Mura]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Design]]></category>
		<category><![CDATA[Exhibitions]]></category>
		<category><![CDATA[Museums]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>“Musée des arts décoratifs, là où le beau rejoint l’utile”, così si presenta il museo di Parigi, le cui sale sono state riaperte al pubblico nel 2006 dopo dieci anni di chiusura, di cui cinque di lavori, e dopo la firma di una nuova convenzione con lo stato francese (Les arts décoratifs nacquero infatti come &#8230; <a href="https://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/period_designer_room_paris_amsterdam/" class="more-link">Continue reading <span class="screen-reader-text">Period e design(er) room, <br/>fra Parigi e Amsterdam</span></a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2007/09/mad_beau_utile2.jpg" title="mad1"><img src="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2007/09/mad_beau_utile2.jpg" alt="mad1" /></a>“<strong>Musée des arts décoratifs, là où le beau rejoint l’utile</strong>”, così si presenta il museo di Parigi, le cui sale sono state riaperte al pubblico nel 2006 dopo dieci anni di chiusura, di cui cinque di lavori, e dopo la firma di una nuova convenzione con lo stato francese (Les arts décoratifs nacquero infatti come associazione privata nel 1882, approvata dallo stato e riconosciuta avente pubblica utilità; aperte al pubblico nel 1905 al Louvre, padiglione Marsan, solo nel 1920 le collezioni sono definite proprietà dello stato che, oggi come allora, provvede alla retribuzione dello staff mentre acquisizioni e allestimenti sono in carico alla Union centrale des arts décoratifs). L’assunto che nelle sale rinnovate il bello si congiunga con l’utile si riferisce non però all’esposizione in sé (come atto dell’esporre), bensì si colloca a monte, <strong>in un limbo teorico</strong>, e si riferisce al fatto che le collezioni – circa 150 000 pezzi dal Medioevo al XXI secolo, e dei quali sono portati al pubblico 5-6000, in circa 9000 mq – superano la vecchia distinzione fra arti maggiori e minori, (ri)stabilendo il posto delle arti decorative all’interno della storia dell’arte (si veda anche quanto riportato in <a href="http://www.republique-des-lettres.fr/1296-musee-arts-decoratifs.php">questo articolo online</a> che si riferisce all’inaugurazione). Dal <a href="http://www.lesartsdecoratifs.fr/fr/01museeartsdeco/03visite/02collections/index.html">sito web del museo</a> ricaviamo che tutti gli oggetti esposti «présentent tous les aspects de la production artistique, dans tous les domaines des arts décoratifs, et illustrent les techniques les plus diverses : art du bois (sculpture, mobilier, boiseries), du métal (orfévrerie, fer, bronze, étain), de la céramique, du verre, du cuir (écrins, reliures), de la peinture mais aussi celles, plus modestes, des marqueteries de pailles, de broderies de perles, de tôles peintes&#8230;».Ora è ben vero che i pezzi sono i testimoni di tante tecniche, tuttavia dall’allestimento e dal racconto proposto alla vista non si può dire di più. In altre parole: <strong>ci sono solo i testimoni</strong>. Le tecniche, i materiali, le procedure, le pratiche sono proprio i grandi assenti. A meno di volersi concedere alle lunghe didascalie, pezzo per pezzo, o affidare a un’audioguida, che completi per via auricolare il racconto, questo si snoda visivamente per oggetti e stili, oppure per grandi nomi – come avviene dal nono al sesto piano, dedicati al design degli ultimi sessant’anni.Apprezzando comunque grandemente che tanto sia reso visibile, nel percorrere le sale è difficile non sentire un senso di insoddisfazione che cresce allorché ci si avvicina al contemporaneo. Sarà per stanchezza – il percorso è veramente ricco – o forse perché a certe scelte allestitive e narrative siamo abituati laddove siano riservate al passato lontano, <strong>a mano a mano che si procede si sente che il meccanismo espositivo funziona sempre meno</strong>, lasciando l’impressione di una carrellata estenuante. E mentre ci si chiede come avrebbero potuto fare diversamente in un museo dedicato alle arti decorative, e a fronte di tanto consistenti collezioni; mentre si riesce, diciamo così, a comprendere l’esibizione di gusti e stili – che sono della Francia, si ricordi, pur, naturalmente, attraverso produzioni non solo francesi, come i vetri veneziani e i cristalli boemi – per le epoche che siamo ormai abituati a conoscere e immaginare sui libri di scuola o dai film in costume (ma forse dovremmo comunque chiedere altro?); ebbene, mentre possiamo accettare o ammirare la ricostruzione di un <a href="http://www.lesartsdecoratifs.fr/fr/01museeartsdeco/03visite/01parcours/page02-01-22.html">salone del 1795</a>, quasi fossimo in una casa-museo, il nostro livello di tolleranza scende percettibilmente nelle sale dedicate ai secoli XIX, XX e all’attuale.In misura crescente rimbomba con fastidio nelle orecchie il motto “le beau rejoint l’utile”, perché se pure gli oggetti esposti sono stati di fatto oggetti d’uso, utili e non solo opere da ammirare, proprio il senso della loro utilità, del loro uso, dell’universo produttivo e di “consumo” che li circondava, manca, non emerge. L’<strong>utile annega sotto tanta bellezza</strong>. Nulla di nuovo, dunque.Non sbagliava quindi il titolo del numero monografico di “Dossier de l’Art” (n. 133, settembre 2006): <em>Le musée des Arts décoratifs. <strong>Une étonnante grammaire des styles</strong> du Moyen Âge à nos jours</em>. Una grammatica di stili. Del resto, in questa stessa pubblicazione <strong>Hélène David-Weill</strong>, presidente del Musée, se da un lato dichiara che «le parcours proposé est à la fois une promenade historique, sociologique et chronologique» – ma, vorremmo dire, buona parte della ricomposizione è affidata al visitatore&#8230; –, se dichiara che «nous ne voudrions pas qu’on vienne dans ce musée juste pour voir des oeuvres d’art, parce que nous sommes un musée de la vie, de l’environnement», dall’altro, poco prima, si chiede: «Les arts décoratifs n’éveillent pas le même sentiment de beauté que les beaux-arts. Est-ce parce que ce sont des arts utiles, différents de la peinture ou de la sculpture? Or un fauteuil orné de sculpture de bois ou d’ivoire <strong>est aussi beau</strong> et demande autant de savoir-faire, de réflexion et d’imagination qu’une oeuvre d’art» (<em>Entretien avec Hélène David-Weill, présidente du musée des Arts décoratifs</em>, propos recuillis par Jeanne Faton et Armelle Fayol, ivi p. 4). Certo, entrando in un museo d’arte decorativa non si guarda i pezzi esposti come si guarderebbe la Gioconda, però la relazione fra bello e utile non ci pare pienamente risolta nel Musée – anzi è così flebile che non si giunge nemmeno a sentirla come “tensione” –, e David-Weill prosegue subito dopo: «L’enjeu est de montrer que les arts décoratifs sont à la fois un environnement, une mode de vie et de pensée, une manière d’être heureux, une manière de vivre confortablement, et <strong>qu’il sont beaux</strong>». Ma allora&#8230;?Per tornare all’allestimento, la scelta fatta è stata quindi di un <strong>percorso cronologico</strong> – per secoli, tranne per gli ultimi sessant’anni divisi per decadi – entro il quale si incontrano, oltre alle vetrine, 11 period room, alcune <em>galeries d’études </em>(selezioni per l’approfondimento, secondo le intenzioni da rinnovare periodicamente) e sezioni specifiche, come quelle riservate ai giocattoli e ai gioielli, o quella della donazione Dubuffet.Quella della <strong>period room</strong> è una tipologia allestitiva che affonda le sue origini fra fine Settecento e Ottocento, ricercando una «restituzione mimetica» attraverso una messa in scena capace di illustrare le differenze d’epoca (si veda Dominique Poulot, <em>Musée et muséologie</em>, La Découverte, Paris 2005, pp. 23, 53). Tipologia che ha poi trovato ampio seguito sia in Europa (e sulle problematiche che la realizzazione e ricostruzione di period room pongono, in relazione anche alle acquisizioni e alla conservazione museali, si veda anche Sarah Medlam, <em>The Period Rooms</em>, in <em>Creating the British Galleries at the V&amp;A. A Study in Museology</em>, a cura di Christopher Wilk, Nick Humphrey, V&amp;A Publications &#8211; Laboratorio Museotecnico Goppion, London 2004, cap. 10, pp. 165-205, per esempio p. 165: «Of all the objects in the [British] galleries, the period rooms were the most complex to install, conserve and present, and certainly the most expensive») sia oltreoceano, a partire dal Museum of Art di Cleveland, la cui apertura nel 1916 sarebbe generalmente ritenuta segnare l’inizio dell’età classica dei musei americani. Scrive Poulot, <em>Musée et muséologie</em>, cit., p. 53, che l’«exercice de la period room, présent en à Cleveland mais qui se développe au Metropolitan de New York en 1924, est une [&#8230;] figure de <strong>la quête d’ensembles, capables de transporter le visteur</strong>, à la manière des lecteurs de roans selon <a href="http://fr.wikipedia.org/wiki/Mikhaïl_Bakhtine">Bakhtine</a>, dans un <strong>chronotope</strong>, une structure de temps prise dans l’espace. Le conservateur et historien de l’art Fiske Kimball, à Philadelphie, repousse les limites du processus à partir de 1928 avec les achats et les transferts d’ensembles architecturaux et décoratifs, aussi bien que la réalisations de period-rooms, afin de réaliser un parcours en forme de <em>main street of art</em>».Dunque le period room rispondono alla <strong>richiesta di un “insieme”</strong> che superi la frammentazione per oggetti singoli, che consenta un’immersione ambientale, simulando l’esperienza di un’epoca o di un luogo – una richiesta che supponiamo originata già dalla qualità della nostra percezione, che, salvo specifici tentativi, non restituisce elementi isolati ma ci presenta insiemi significativi, complessi “organizzati”. Nel Musée des arts décoratifs di Parigi, fra gli allestimenti di questo genere, sono una novità del 2006 la sala da pranzo di Eugène Grasset (1880) e lo studio-biblioteca di Pierre Chareau (1925).<strong>E per il design?</strong> Ebbene fra il nono e il sesto piano del museo l’esposizione dedicata al design – quasi esclusivamente <strong>furniture</strong> – si dispiega attraverso oggetti isolati oppure piccoli insiemi raggruppati per autore, quasi a costituire <strong>una sorta di “designer rooms” inserite all’interno di quella grande period room</strong> che è appunto la sezione del museo che copre l’arco 1940-2000 e che può sembrare una grande sala simil-showroom o simil-fiera.La “<strong>collina delle sedute</strong>” ne è l’emblema, con ogni sedia o poltroncina affiancata solo da un numero (per capire chi sia il designer, chi il produttore, quale l’anno, se si è privi di audioguida, si deve fare riferimento alla lunga lista di didascalie a stampa – naturalmente da non portare via con sé ma da riporre nell’apposito espositore); tanto che si ha a tratti l’impressione disagiata di trovarsi di fronte a un baraccone delle giostre, uno di quelli dove se si fa centro in un certo numero si può ritirare il premio corrispondente! Hai colpito il 59? Allora il pezzo di Roger Tallon è tuo! Il 65? Che fortunato, è la Tube Chair di Joe Colombo! Non aggiunge molto nemmeno la sala in cui alcune delle sedute, quasi fossero scese a valle, sono sparse perché il visitatore possa sedersi, mentre su uno schermo scorrono varie immagini. Forse che in showroom, fiere e saloni, o in casa o nello studio di qualche amico non accada già di poter fare questa sublime esperienza? E d’accordo che il pubblico del museo è variegato e non specialista, però&#8230;<strong>E le designer rooms?</strong> Oltre ai semplici raggruppamenti per Charlotte Perriand, Jean Royère o Jean Prouvé, è per alcuni progettisti più vicini ai giorni nostri che troviamo realizzate delle specie di scatole – anche su ruote –, <strong>piccoli ambienti claustrofobici</strong>, per quanto aperti almeno su un lato, che hanno il sapore di una punizione, di un incubo o comunque di una finzione bella e buona (e non si può entrare, non si può toccare). <strong>Reclusi</strong> in una stanza a parte, su pedane o esposti in scatole dentro la scatola che è la sala, sono poi Starck, Newson, Arad, Morrison (<a href="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/2007/06/11/museo-del-design-calenzano/">avevamo criticato quel che si può vedere del Museo del design industriale di Calenzano</a>, ma a vedere questi allestimenti a Parigi si direbbe che a Firenze siano aggiornati). E in una stanza di fronte troviamo il design italiano rappresentato da Gaetano Pesce, Sottsass – che fa quasi tristezza messo nell’angolo – e un’esplosione di Mendini, con i colori della poltrona Proust che paiono riverberarsi nei vasi su tre file tutt’attorno e negli specchi retrostanti&#8230;<strong>È questo il racconto del design che si può svolgere se si rimane nell’alveo delle arti decorative?</strong> Per trovare una strada differente si dovrà esplorare e cercare un altro tetto (museo della cultura materiale, museo della scienza e della tecnica, museo delle arti e dei mestieri&#8230;), oppure crearne uno ad hoc (museo del design)?Prima di passare in Olanda, segnaliamo ancora in relazione al Musée des arts décoratifs, gli <strong>Ateliers du Carrousel</strong> che, nati nel 1953, rappresentano il punto di incontro fra collezioni e formazione, organizzando corsi diversi, dalla pittura al disegno, alla modellazione della creta alla grafica, all’illustrazione. E non dimentichiamo infine l’<strong><a href="http://www.lesartsdecoratifs.fr/fr/07ecolecamondo/index.html">École Camondo</a></strong>, che è invece una vera e propria scuola di formazione superiore, di durata quinquennale, per i settori architettura d’interni e design.Vedi la gallery:<a href="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/galleries/paris_arts_decoratifs">Musée des arts décoratifs</a>E ora ad Amsterdam, allo <a href="http://www.stedelijk.nl/"><strong>Stedelijk</strong></a> che, in attesa della riapertura della sede originaria prevista per la fine del 2008 (quando sarà nuovamente visibile la collezione permanente), è ancora ospitato nell’edificio Post-CS, a pochi passi dalla stazione centrale dei treni. Tralasciando in questa sede la storia del museo e delle sue collezioni di design (una buona ricostruzione specifica si trova in <em>Designmuseen del Welt eingelanden durch Die Neue Sammlung München / Design Museums of the World invited by Die Neue Sammlung Munich</em>, Birkhäuser, Basel-Boston-Berlin 2004, pp. 23 ss.), quel che ci interessa segnalare è che all’interno della mostra <strong>Scènes en sporen. Vormgeving, video, fotografie en installaties / Scenes and Traces. From the Collection Design, Photography &amp; Video</strong> (complessivamente fino al 25 novembre) il modulo dedicato al design (solo fino a metà agosto) ha scelto una soluzione allestitiva che è una variazione sul tema delle period room. <strong>Period room d’oggi </strong>(o degli ultimi 25 anni), con il vincolo del design: camera dei bambini, cucina, ufficio, salotto, sala da pranzo (se mai c’è da chiedersi se esista ancora nell’uso e nell’organizzazione domestica una tale distinzione di ambienti; ma tant’è&#8230;). Su pedane e racchiusi da un velo/zanzariera che stabilisce un filtro fisico per il visitatore, sono disposti pezzi di Grcic, Rashid, Bellini, Morrison, Jonathan Ive e il Design Team di Apple (iMac) e altri. Anche qui, insomma, niente di nuovo. E i visitatori attraversano piuttosto in fretta le stanze dedicate (di questa esposizione si può avere un’idea anche guardando il breve <a href="http://www.stedelijk.nl/content/scenes%20&amp;%20sporen%20web.wmv">video online</a>), magari per approdare subito dopo alla più interessante – almeno per noi – mostra della migliore grafica editoriale olandese del 2006, <strong>De Best Verzorgde Boeken 2006 / The Best Designed Books</strong>; interessante sia per i volumi in sé sia per lo spartano – apparentemente – allestimento, piacevolmente fruibile.Vedi le gallery:<a href="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/galleries/stedelijk_scenese_traces_design">Scenes en sporen _ Design</a><a href="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/galleries/stedelijk_best_designed_books">De Beste Verzorgde Boeken</a></p>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/period_designer_room_paris_amsterdam/">Period e design(er) room, <br/>fra Parigi e Amsterdam</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008">maddamura.eu</a>.</p>
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		<title>NanoExpo, Cité des sciences et de l’industrieHands-on, parole&#8230; e il parere dei visitatori (italiani)</title>
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		<pubDate>Sun, 02 Sep 2007 22:22:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maddalena Dalla Mura]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Exhibitions]]></category>
		<category><![CDATA[Nanotechnologies]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2007/09/exponano1.jpg" title="exponano1"><img src="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2007/09/exponano1.jpg" alt="exponano1" /></a>È durata fino a ieri (2 settembre) presso la <strong>Cité des sciences et de l’industrie a Parigi</strong>, La Villette, <strong><a href="http://www.cite-sciences.fr/francais/ala_cite/expositions/nanotechnologies/index.html">ExpoNano. La technologie prend une nouvelle dimension</a></strong>. Si tratta di una esposizione che, inaugurata a Grenoble Le Casemate nel 2006, sarà <strong>itinerante fino al 2011</strong> (evidentemente con modifiche nel tempo; i moduli attuali, per come li abbiamo veduti, presentano già alcune differenze rispetto alla prima “versione” come illustrata nel sito <a href="http://www.exponano.com/module1_nano.html"><strong>Exposition Nanotechnologies</strong></a>): «la première exposition itinérante française d&#8217;information sur les nanotechnologies. Elle a été co-produite par le CCSTI Grenoble La Casemate, la Cité des Sciences et de l&#8217;Industrie à Paris et Cap Sciences à Bordeaux. Ses objectifs sont d&#8217;informer et de mieux faire comprendre les nanotechnologies, leurs enjeux scientifiques, économiques et sociétaux et d&#8217;ouvrir le débat, de donner la parole à toutes les parties prenantes». Così, se la Gran Bretagna ha avuto nel 2005 la sua <strong><a href="http://www.sciencemuseum.org.uk/antenna/nano/">Nanotechnology: small science, big deal</a></strong>, al Science Museum di Londra, e si deve a un progetto tedesco lo strumento interattivo <strong><a href="http://www.nanoreisen.de">Nanoreisen</a></strong>,  – che peraltro è reso accessibile anche <a href="http://www.cite-sciences.fr/francais/ala_cite/expositions/nanotechnologies/nanovoyage.php">dal sito di ExpoNano</a>, segnale che non serve ricominciare campanilisticamente daccapo se qualcosa di buono è stato già fatto –, per non dire delle iniziative fuori dall’Europa, ora è il turno della Francia. Laddove spesso un evento simile è lo specchio di <strong>un dibattito in corso a livello nazionale</strong> e almeno di un interesse, misto a preoccupazione, che comincia a toccare i cittadini. Anche per questo si capisce come ExpoNano sia <strong>in lingua francese</strong> e abbia <strong>un impianto sostanzialmente didattico</strong> – d’altronde su questi nuovi mondi tutti, non solo i bambini in età scolare, abbiamo ancora da imparare.La brochure illustrativa non lascia dubbi: «ExpoNano vous donne des clés <strong>pour vous faire votre propre opinion</strong> et vous invite avant tout à un voyage vers le nanomonde». Poco spazio, pertanto, per esibizioni di bravura multimediale, nessuno per suggestioni artistiche o immaginifiche; lo sforzo è rivolto a <strong>rendere accessibile la comprensione dei fondamenti delle nanotecnologie</strong>, «un ensemble de techniques qui permettent aujourd’hui <strong>de “visualiser” et de manipuler les atomes</strong>, donc de fabriquer de nouvelles structures atomiques» (interessante, per noi, che al primo posto sia messo il <strong>“visualizzare”</strong>, perché le nanotecnologie sono proprio lo strumento che rende visibile ciò che non lo è per l’occhio umano, e la questione di come renderle a loro volta visibili per chi non possa accedere a un laboratorio – cioè più o meno tutti tranne chi ci lavora – è cruciale per chi voglia trattarne).Per capire come sia strutturata la mostra si può fare riferimento al sito web, che ne illustra il <strong><a href="http://www.cite-sciences.fr/francais/ala_cite/expositions/nanotechnologies/presentation-exposition/visite1.php">percorso</a></strong>, strutturato in moduli:I. Entrez dans le nanomonde &#8230;II. Manipuler les atomesIII. Ils sont déjà parmi nous!IV. L&#8217;avenir a-t-il besoin de nous?a cui corrispondono altrettanti “padiglioni” (realizzati con pedana e struttura in legno, supporto per pannelli esplicativi oppure sfondo per altri elementi, quali postazioni multimediali e installazioni hands-on): <strong>Fondaments</strong>, <strong>Techniques</strong>, <strong>Usages</strong>, <strong>Ethique</strong>. È inoltre presente una specie di torre, che serve da richiamo (gli spazi della Cité sono molto ampi e numerose le iniziative&#8230;) e quale espositore per alcuni pannelli e materiali – circuiti integrati, celle fotovoltaiche, ecc. –, oltre che per un monitor che trasmette un breve filmato in cui si raccontano la nascita e gli obiettivi di <strong><a href="http://www.minatec.com">Minatec</a></strong>, promosso da <a href="http://www.cea.fr/">Cea</a> (Commissariat à l’énergie atomique), inaugurato a Grenoble nel 2006 e inteso come il futuro maggiore attore della ricerca europea in materia di micro- e nanotecnologie. Poco distante, una grande vasca con una delle “attrazioni” tipiche in materia di nanotecnologie: le piante di loto, che esemplificano gli effetti delle strutture nanometriche già presenti in natura, in questo caso la capacità autopulente. Immagini delle installazioni sono anch’esse <a href="http://www.cite-sciences.fr/francais/ala_cite/expositions/nanotechnologies/presentation-exposition/photos-expo.php">disponibili online</a>.<a href="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2007/09/exponano_ok.jpg" title="exponano"><img src="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2007/09/exponano_ok.jpg" alt="exponano" /></a>Quel che ci interessa segnalare è, come abbiamo anticipato, <strong>la scarsa presenza di multimedialità esagerata</strong>. Si punta invece sulla <strong>manipolazione</strong>, sull’<strong>hands on</strong>, come pratica ancora migliore per comprendere quel che avviene a livello atomico (laddove, fra l’altro, non vale più la fisica classica, e si sperimentano comportamenti che solo “toccati con mano” possono essere intesi: si pensi per esempio al fortissimo legame fra gli atomi&#8230;); e ancora sulla esposizione, “sotto vetro”, di <strong>materiali</strong> realizzati o trattati con nanotecnologie (dalla racchetta da tennis in carbonio alle ceramiche, dai pantaloni alle calze antiodore, al packaging antibatterico&#8230;).Si punta altresì sulla <strong>disponibilità del visitatore a farsi partecipe</strong>, a entrare nel tema <strong>leggendo</strong>, cercando risposta ai grandi quesiti che si pongono; e quello della disponibilità del pubblico ci pare un tema da non trascurare, a meno di intendere musei e centri come meri parchi giochi. Infine sono presenti postazioni multimedia che, oltre a qualche <strong>software di simulazione</strong> delle operazioni su scala nanometrica (bottom up), accolgono soprattutto <strong>filmati</strong> in cui la parola è lasciata agli esperti.Poiché l’importante sono le domande, i quesiti: quelli che si pongono gli esperti, certo, ma specialmente quelli che ci poniamo ancora tutti noi di fronte a tematiche e, possibili, problematiche tutte da scoprire, come opportunità, impatto sul territorio, risvolti economici e sociali, questioni etiche, pericoli. D’altronde abbiamo sentito che al Science Museum di Londra pare abbiano già potuto – com’è loro abitudine – tirare le somme su <strong>usi e abusi (o inefficacia) di installazioni multimediali </strong>laddove la finalità principale rimane che i visitatori – per lo più giovani – escano dalla mostra (si vedano anche alcuni materiali scaricabili dal <a href="http://www.dave.patten.btinternet.co.uk/">sito di Dave Patten</a>, Head of New Media at the Science Museum).Insomma, <strong>potremmo dire di non avere veduto nulla di avveniristico&#8230; a parte il contenuto stesso della mostra, cioè le nanotecnologie</strong> naturalmente! Ed è questo che conta, specialmente quando si tratta ancora di affrontare l’analfabetismo in materia, di stimolare nelle persone una presa di posizione, o meglio almeno una riflessione minimamente consapevole su quello che è il nostro futuro, il nostro presente.E particolarmente in questa direzione va il quarto padiglione – il meno frequentato, almeno durante la nostra visita! – dedicato alle questioni etiche e alla <strong>riflessione dei visitatori</strong>: che, a quanto si evince dai guest book esposti, ha tuttavia ancora qualche difficoltà&#8230; Invero più che essere libri per gli “ospiti”, quali sono stati prevalentemente intesi, i quaderni presenti invitavano le persone a lasciare traccia del loro pensiero su tre temi: 1. riassumere in una frase le nanotecnologie; 2. quali i motivi per proseguire nello sviluppo delle nanotecnologie; 3. quale il principale pericolo delle nanotecnologie.A leggere quello che nei quaderni hanno scritto i visitatori – soprattutto <strong>quelli italiani</strong>, che preferiscono rievocare i fasti (?) calcistici degli ultimi mondiali e ricordare ai francesi che dovrebbero imparare l’italiano, anziché sforzarsi di elaborare un pensiero o, almeno, evitare di scrivere – <strong>ci sembra che il pericolo maggiore sia l’ignoranza o il disinteresse</strong>.<strong><a href="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/galleries/expo_nano_guestbook">Si veda la photogallery</a></strong>Eppure non è stata iniziativa del tutto inutile; fra gli altri commenti lasciati, interessante trovare (si veda immagine 19 della gallery) una <strong>contro-informazione </strong>di rilievo, fatta con riferimento al centro Minatec di Grenoble. Qualcuno ha infatti scritto: «A Minatec (Grenoble) <strong>l’opposition au projet était vehémente et la répression violente </strong>et non le contraire comme cela est affirmé dans le film “impact sur le territoires” [si tratta del filmato che all’interno dell’esposizione è dedicato appunto al centro di Grenoble, di cui viene sottolineata l’importanza per l’Europa e l’“integrazione” con il territorio]».</p>
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		<title>Cooper Hewitt feat. Ideo Ideo feat. Cooper Hewitt</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Sep 2007 22:05:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maddalena Dalla Mura]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Design]]></category>
		<category><![CDATA[Exhibitions]]></category>
		<category><![CDATA[Museums]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Nel campo musicale featuring indica la partecipazione – in varia misura – di un artista a un brano eseguito principalmente da altri. In alcuni casi si tratta di una sorta di “tributo” in altri di vera e propria collaborazione. In qualche modo, di una interpretazione.Che una esposizione possa nascere da un’interpretazione a più voci non &#8230; <a href="https://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/ideo_feat_cooper_hewitt/" class="more-link">Continue reading <span class="screen-reader-text">Cooper Hewitt feat. Ideo<br/> Ideo feat. Cooper Hewitt</span></a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2007/09/ideo_selects.jpg" title="ideo_selects_cooper_hewitt"><img src="http://www.maddamura.eu/maddamura_2006-2008/wp-content/uploads/2007/09/ideo_selects.jpg" alt="ideo_selects_cooper_hewitt" /></a>Nel campo musicale <strong>featuring</strong> indica la partecipazione – in varia misura – di un artista a un brano eseguito principalmente da altri. In alcuni casi si tratta di una sorta di “tributo” in altri di vera e propria collaborazione. In qualche modo, di una <strong>interpretazione</strong>.Che una esposizione possa nascere da un’interpretazione a più voci non è inusuale, basta pensare alle mostre con più curatori. Al centro del loro lavoro – non la musica e le note ma – artefatti e opere, collezioni, patrimoni. Quando non si tratti di esposizioni confezionate ad hoc, però, ovvero quando si tratti di <strong>collezioni permanenti</strong>, è ancora più interessante osservare la pratica, da parte di musei e istituzioni di chiamare <em><strong>visiting (guest) curators</strong></em> a cui affidare lo studio, la lettura e il racconto. Come per i <em>visiting professors</em>, si tratta di un’occasione più o meno prolungata che onora chi ne è investito, e parimenti ne riconosce il valore o l’autorità. Interessante pratica perché si riallaccia ai <strong>fondamenti delle istituzioni museali</strong>, intese come luogo non solo di <strong>conservazione</strong> ma anche di <strong>produzione</strong> e diffusione culturale; e inoltre perché – certo con le dovute distinzioni – attinge al principio della pluralità di voci e della <strong>condivisione delle fonti e dei saperi</strong>.Nella nostra immaginazione simili iniziative, che nella realtà probabilmente sono anche connotate da aspetti burocratici e “politici”, ci appaiono come un invito, <strong>un’ospitalità di estreme generosità e apertura</strong>, quello cioè rivolto ad altri perché venga in casa nostra per dare una interpretazione di ciò che vi trova o magari perfino di noi stessi.Varianti di queste formule sono quelle in cui – come nella musica di cui si diceva supra – si fa appello e si “sfrutta” in qualche modo <strong>il nome dell’interprete</strong>, che sia del settore. Il museo d’arte può chiamare l’artista, così come un museo del design può chiamare un designer.Così ha fatto il <strong><a href="http://www.cooperhewitt.org">Cooper Hewitt National Design Museum</a></strong> (Smithsonian Institution) a New York, che ha chiamato alcuni guest curators per alcune mostre temporanee. Il più recente è lo studio <strong><a href="http://www.ideo.com/">Ideo</a></strong> che ha esplorato la collezione permanente del museo realizzando una mostra incentrata sul tema <strong>design thinking</strong> – fino al 20 gennaio 2008 presso la Nancy and Edwin Marks Gallery, ma anche con possibilità di <a href="http://ideo.cooperhewitt.org/virtual-exhibit">visita virtuale online</a>. Come riportato nella home del sito dedicato, «to represent design thinking, <strong>Ideo chose objects that demonstrate innovative problem solving over the past five centuries</strong>. Ideo uses three lenses – <strong>Inspiration, Empathy, and Intuition</strong> – to explore these objects and the very human impulses that motivate designers and the contexts in which objects are created and used». È <strong>Tim Brown</strong>, presidente di Ideo, a spiegare le finalità di questa operazione, tracciando un rapido arco della propria vita da designer, delle esperienze che lo hanno condotto a comprendere ben presto – dopo la laurea a Londra negli anni ottanta – che «<strong>design is about far more than form giving</strong>. It is about understanding the needs of individuals and groups and working to create responses that really meet those needs both functionally and emotionally. <strong>It is about investing as much in the idea as in the form</strong>. It is about exploiting the essential optimism of design thinking to explore possibilities that do not occur to those who only take an analytical view. It is about <strong>responding to the challenges of the present by imagining the possibilities of the future</strong>».La mostra si ancora dunque con intento propositivo <strong>nell’attualità e nel contemporaneo</strong>: l’obiettivo è non solo mostrare come il design thinking – certo non sempre consapevole come in questa espressione – sia stato applicato o sia comunque entrato in gioco nella ideazione e realizzazione di molti prodotti, ma anche «illustrate how you might apply some of these aspects of design thinking to your own creative challenges».Come emerge chiaramente dall’<strong>allestimento</strong> – visibile dalla virtual exhibit – non pare che siano state intraprese particolari soluzioni per esplicitare il processo del design thinking. Il che è comprensibile, considerato che in questi casi il guest curator è chiamato, in qualche modo, a estrarre dei pezzi dalle collezioni (<strong>Ideo Selects</strong> è il titolo dell’esposizione), e comporli secondo la propria interpretazione. I prodotti, entro vetrine o su pedane, sono invece accompagnati da didascalie (le stesse del sito, crediamo) che <strong>traducono in testo da leggere</strong> non solo i dati “biografici” (designer, anno, produttore, nazione, materiali) ma soprattutto la posizione rispetto alle tre coordinate – i curatori parlano di <em>lens</em> – assunte dai curatori per illustrare il design thinking, ovvero<strong>Inspiration</strong>: «how designers respond to the materials, technology, people, and social and cultural contexts of their time»;<strong>Empathy</strong>: «how designers imagine people will benefit from their ideas based on the needs at hand»;<strong>Intuition</strong>: «how designers’ intent and personal frameworks drive their vision of the outcome».Non tutti i pezzi presenti, del resto, sono rappresentativi di tutte tre queste modalità. Per esempio, a differenza di <strong>Valentine</strong> di Sottsass, il calcolatore <strong>Divisumma 18</strong> disegnato da Bellini presenta il riferimento solo a Empathy, essendo concepito primariamente quale prodotto per un ufficio tecnologico “completamente umanizzato”. Viceversa, una poltroncina per lettura, inglese e settecentesca, viene descritta solo in termini di Inspiration, come pure avviene per la Radio portatile <strong>TS 502</strong> di Sapper e Zanuso, magari con un po’ di semplificazione: «As colorful plastics were hitting their stride in the 1960s, designers Richard Sapper ad Marco Zanuso were expanding their use in consumer goods such as the ts502 radio. Not unlike its modernist furniture counterparts, the radio had a soft-edged, glossy aesthetic which spoke of the future, James Bond films, and casual irreverence».Comunque, con i dubbi che pure si possono avere, la visita virtuale vale la pena. Fra l’altro è possibile non solo <strong>commentare le schede dei pezzi</strong> – operazione interessante, come se ogni opera esposta avesse un guest book, in cui lasciare le proprie annotazioni (<strong>la scheda di catalogo si è ormai trasformata in post</strong> di un blog!) – ma anche, nella sezione <strong><a href="http://ideo.cooperhewitt.org/in-the-world">In the World</a></strong>, aggiungere immagini di prodotti, oggetti da candidare per l’inserimento nello slideshow. Naturalmente precisando di quale lente si voglia dare esemplificazione: Ispirazione, Empatia o Intuizione?</p>
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